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di Alessia Principe
8 dicembre 2023
11:45

L’8 dicembre in Calabria l’Immacolata si celebra anche in casa a suon di... fritture

Dai classici cuddruriaddri cosentini, dalla pronuncia quasi impossibile per gli stranieri, al rito dei Perciavutti e della pittaima. Ecco cosa troveremo nei piatti della prima delle feste natalizie

Food

Se l’Immacolata, nella tradizione cattolica, celebra la purezza della Madonna, in Calabria celebra anche la tecnica di cottura più amata delle feste: la frittura, che si declina, nelle varie zone della regione, con nomi e impasti diversi accomunati dal preludio alle grandi abbuffate del treno natalizio. A Cosenza il piatto protagonista è caratterizzato da una pronuncia complessa e distintiva, con varianti lessicali che variano in base alla regione (montagna, collina, mare): il cuddruriaddru.

Rappresenta un elemento imprescindibile e una tradizione consolidata dopo la celebrazione della Vigilia. Il nome, derivato da “cuddura” e dal greco antico kollura, che significa “corona”, fa riferimento alla sua forma circolare con un foro centrale, agevole per girovaghi e pastori che lo infilavano al braccio o al bastone durante viaggi e transumanze.


Queste particolari ciambelle, chiamate cuddruriaddri nel centro di Cosenza, assumono nomi diversi come cullurielli, zippuli o grispelle, a seconda delle zone geografiche della Calabria. La preparazione di queste delizie prevede l’utilizzo di acqua, farina e lievito di birra. Benché la ricetta originale cosentina non preveda l’uso di patate, molti le aggiungono per conferire all’impasto una consistenza ancora più soffice e delicata. Per i palati più golosi, esiste una variante dolce dei cuddruriaddri, dove le ciambelle appena fritte vengono immerse nello zucchero.

A Mormanno, dal 7 al 9 dicembre, si celebra la festa del “Perciavutti”, vengono aperte le botti per degustare il vino novello. Anche a Catanzaro, l’Immacolata è venerata come patrona, con la storia che racconta dell'invocazione della protezione della Madonna nel 1641 contro la peste, con successo, salvando così la città. La devozione all’Immacolata, spesso legata a eventi drammatici nella storia dei territori, non ha mai subito interruzioni brusche.

A Rose, nel cuore del cosentino, la vigilia si caratterizza per la preparazione delle “pittuliddre”, frittelle che evocano il ricordo dei defunti. Il pane con semi di finocchio è una preparazione che simboleggia il gesto di condividere il cibo come atto di memoria. In diversi paesi della zona cosentina, tra cui Serra Pedace, il grano cotto è protagonista delle tavole durante la vigilia. Questa antica tradizione, radicata nelle comunità locali, simboleggia l’abbondanza e la gratitudine. Spostandoci nel Catanzarese, a Serrastretta, la “pittaima” conquista i palati con la sua focaccia azzima composta da acqua e farina, condita con miele o acciughe salate. Un connubio di sapori che sottolinea la varietà delle proposte gastronomiche nel territorio. A Nicotera, nel Vibonese, le famiglie del paese seguono la tradizione di consumare un pasto tipico per la Vigilia. La pasta fatta in casa, arricchita con carne di maiale, è seguita da zucca rossa fritta e dolci preparati con cura in casa, creando un’esperienza culinaria che abbraccia la convivialità e il legame con le radici.

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