La provocazione

L’8 Marzo è una mimosa ammosciata. Liberiamocene!

Molliamola questa inutile paratella per sufragette da ringhiera. Ci siamo lasciate progressivamente irretire dalla tentazione del "carrierismo" e abbiamo  assecondato il registro, tutto maschile, della competizione brutale. Ma non dovevamo portare l'attacco al Cielo del Capitale testoteronico?

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di Antonella Grippo
9 marzo 2022
09:57

Non a caso ne scrivo il giorno dopo. Amo la condizione di esule: da me stessa, dagli intruppamenti di genere, dalle solidarietà dovute, dalle feste comandate. Dalle piccole patrie corporative in cui pretendono di "censirti" per cromosoma e appartenenza biologica. Dalle dirimpettaie della peggio sorellanza. Amo disdire ogni "correità" celebrativa che mi convochi in quanto femmina.

Per questo, diserto convintamente la liturgia rafferma delle mimosette smunte e le retoriche settarie che vorrebbero confiscarmi le parole e l'anima. Difendo la libertà di non perire nel mucchio. Di non morire per mano di banalità contundenti. L'esodo è imperativo categorico. Esistono- per fortuna - complessità che disdegnano il party claustrante per sfigate di ogni risma. Diciamolo: l'8 Marzo è una cagata pazzesca! Del resto, se ti intitolano una giornata, vuol dire che hai bisogno di una qualche commiserevole attenzione


Molliamola, una volta per tutte, questa inutile paratella per suffragette da ringhiera, la cui cifra odierna finisce per oltraggiare persino il fatto nobilissimo da cui trae origine: la morte operaia nel 1908 a New York. C'è di più: la ricorrenza - da più parti percepita come rancida e svenevole - vilipende anche il glorioso femminismo dei primordi. Penso alla magnifica rivoluzione che prese forma alla fine degli anni '60 per poi dispiegarsi nel decennio successivo. Le streghe (quelle vere) - all'epoca - osarono l'assalto al cielo. Per la prima volta il Pensiero critico si spinse oltre la sfera pubblica del Potere: dentro la microfisica delle relazioni private, territorio tradizionalmente pervaso dalla cultura patriarcale.

Del resto, la rivendicazione di una sessualità assertiva e non più subìta segnò un punto di svolta senza precedenti. Le donne seppero declinare un protagonismo ad ampio spettro. Da titolari del proprio destino, lanciarono la più strenua delle offensive: il Personale è Politico. Alludendo, con ciò, ad un raggio d'azione totalizzante che le implicava sul piano della messa in discussione dei valori tradizionali.

Le cose, da allora, sono andate via via mutando in modo da rendere evidenti le fragilità del Movimento. Una in particolare: la sottovalutazione della perfidia del Mercato iperliberista. Ci siamo lasciate progressivamente irretire dalla tentazione del "carrierismo", inteso come risarcimento capitalistico alla nostra antica soggezione sociale. Abbiamo in qualche modo assecondato il registro, tutto maschile, della competizione brutale. Qui dirompe la contraddizione più eclatante: prima rivendichi l'originalità della tua lotta al sistema e poi ti fai fottere dalle sue blandizie. Alla faccia dello "specifico" femminile! Che, già di suo, è cosa opinabile. Ma non dovevamo portare l'attacco al Cielo del Capitale testoteronico?

La verità è che – forse - ne abbiamo appena sfiorato la tettoia, prestandoci alla secessione dell'Eresia collettiva. In nome di singole ambizioni tutt'altro che sovversive. Ergo, che senso ha oggi la battagliuccia di retroguardia contro il sentire maschile, avendone, noi altre, scimmiottatto tutti gli archetipi? Nel recente passato, poi, abbiamo brandito armi sempre più spuntate: dalle patetiche desinenze boldriniche (assessora, avvocata, presidenta) alla deprimente mendicanza di quote rosa e doppie preferenze di genere. Dio salvi la politica dalla pezzente contabilità a percentuale femminile nelle liste elettorali!

Se fossimo cazzute, dovremmo esigere le quote di talento. Se avessimo coraggio, dovremmo rinunciare al perverso "parassitismo biologico" che ci esime dall'essere brave e competenti. A prescindere dal cromosoma. Per questo, ed altro ancora, amo la condizione di esule: dall'8 marzo. Da me stessa. Dalle dirimpettaie della peggio sorellanza

Giornalista
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