La bigotta “guerra santa” del civismo contro il male

Tutte le incongruenze, le ipocrisie, le supercazzole di una certa idea di “civismo” che, in prossimità delle elezioni regionali, si profila alle nostre latitudini. Da un’ex ragazzaccia di Lotta Continua

426
di Antonella Grippo
20 dicembre 2020
09:00

Quando sorprendi te stesso in balìa di uno struggente nostalgismo al solo pensiero delle Frattocchie togliattiane o della Scuola democrista della Camilluccia, fortemente voluta da Fanfani, è chiaro che l'ultima cosa della postmodernità per te degna di un brivido coincide con le spalline imbottite degli Spandau Ballet. Dopo di che, con sprezzo del pericolo, provi a tenere a bada l'eco remota di falò accerchiati da "zingari felici", mentre il mangiadischi ha già ingurgitato te, l'eresia di Piccola Katy e il vecchio poster di Ho Chi Minh.

Quando ti sorprendi avvinto alle iperboliche "convergenze parallele" morotee o rapito dal magnifico bagliore della notte di Sigonella, è evidente che stai mobilitando tutti i tuoi anticorpi per non finire nella brodaglia del Civismo. Che, di suo, potrebbe indurti lungo l'abisso di un inganno mistico: l'Innocenza del Paese Reale a dispetto della colpa primigenia e inestinguibile di ogni Partito Padre.


Se ti ricordi, poi, di essere stata una ragazzaccia di Lotta Continua, è evidente che la memoria storica chiede di riemergere dagli anfratti del passato per fare quattro chiacchiere. Con chi? Con questo tempo rigoglioso di orfananze politiche e di oppiacei inediti. Con i chierici della pretesa castità del "cittadino". Con i sicari di Platone, di Machiavelli e della scienza regia. Con i cantori della purezza, intesa come incuria dello scibile intorno alle cose della Politica, che, invece, si fa arte solo se è raccordo tra Saperi, sguardo d'orizzonte. Visione. Capacità di sintesi suprema. Passione utopica e, al tempo stesso, Ragione che organizza il sogno.

Ecco, se il Civismo è abiura di ogni storia, sterminio delle appartenenze, tumefazione degli dèi, agonia della meravigliose fazioni di un tempo, sento urgere in me la pulsione primitiva di mettere in salvo dalla piena un pezzetto di orgoglioso background e di biografia politica. Volente o nolente, ne reco le stimmate. Con euforico tormento. E quella mia generazione, che si ubriacava "di luna, di vendetta e di guerra" e di "due anime e di un sesso di ramo duro in cuore", un qualche sedimento, al netto di tutti i revisionismi del caso, lo rivendica ancora. Certo, parliamo di un mondo archeologico, di sinistre extraparlamentari, di anni '70. All'epoca, se sfottevi un celerino, era incidente probatorio. C'era Kossiga agli Interni, Giorgiana Masi ad imbrattarsi di sangue e di bombolette indiane metropolitane  nel centro di Bologna. Eravamo di una cattiveria lirica. Assai poco terroristica. L'unica clandestinità che passava il convento era quella intrattenuta con i "Fiori rosa e di pesco" di Lucio. E pensare che nemmeno Mogol era fascista! Occupammo binari, strade, autostrade. "Disoccupammo le strade dai sogni."

Era un altro tempo. Delle visioni del mondo contrapposte: internazionalismo e patriottismo collidevano fragorosamente. E l'internazionalismo non somigliava affatto al globalismo di questa nostra feroce attualità. La febbricitante, simultanea irruzione di milioni di antagonismi in tutto il mondo negava l'Individuo- Nazione. La tradizione comunitaria e di famiglia era resistita dall'insorgere di un sentimento planetario che interrompeva il quieto incedere delle consuetudini. Ci si scontrava sulla destinazione di senso delle nostre vite.

Il "dopoguerra" non lo si percepiva ancora come paleolitico ed il mondo, diviso in blocchi, nelle due aree di influenza, si configurava come una contiguità temporale. Era un tempo identitario. Fortemente identitario. Stellarmente distante dai giorni che viviamo e che vedono definitivamente esalate le Categorie del Novecento. Cionondimeno, pur se flebilmente, in chi non vuole e non può dirsi orfano di qualsivoglia trascorso, l'indizio di quel tempo sopravvive. E non è colpa di cui disfarsi  davanti agli altari del de-pensare civico, che ci vorrebbe incontaminati da ogni macchia storica. Qui non si tratta di addomesticare le anime, attraverso una sorta di diffuso puritanesimo vittoriano, per la cacciata negli inferi dei partiti brutti, sporchi e cattivi e di tutte le altre empie tradizioni. Non c'è da ingaggiare "guerre sante" contro le nequizie del Palazzo, sull'onda di un isterico manicheismo, secondo cui il cittadino comune, per statuto, è da considerarsi depositario del Bene Assoluto.

La presunta santità della società civile è monumentale supercazzola, dal momento che i nostri "vizi" risultano direttamente speculari a quelli dei rappresentanti istituzionali cui destiniamo consensi. Del resto, la stessa mitologia del cosiddetto "uomo del fare", issata dal berlusconismo dei primordi contro il professionismo della politica, si è schiantata a ridosso delle medesime liturgie che intendeva avversare. Così come, la bandiera primigenia della Illibatezza Grillina rispetto alle "insane" alleanze si è lasciata infiltrare, progressivamente, dal demone delle mediazioni.

Non occorrono, dunque, pattuglie di zeloti ad indicarci la strada della Virtù affinché non ci assalga la tentazione suadente del Peccato.  Il "civismo", nella sua declinazione migliore, può essere, al contrario, protagonismo molecolare delle migliori intelligenze del reticolo sociale, in grado di trasfondere linfa vitale lungo le consunte arterie della rancida politicanza. Il civismo, nella sua declinazione migliore, può tradursi in soggettività assertive diffuse, in grado di disegnare traiettorie altre  dalle angustie egoistiche e pastettare dei comitati d'affari. A patto che si non ci si lasci andare a furori iconoclastici o a bigotte crociate contro il Male. Anche perché, ineludibilmente, quello "più puro di te che ti epura" lo becchi dietro l'angolo.

Giornalista
guarda i nostri live stream
Guarda lo streaming live del nostro canale all newsGuarda lo streaming di LaC TvAscola LaC Radio