Silvio Berlusconi e il neo reato di mascalzonaggine

La sentenza del 2013 e l'applicazione errata della Legge Severino portarono di fatto il leader di Forza Italia fuori dalla vita politica attiva. Ora cosa potrebbe restituire l’onore strappato quel giorno a Silvio Berlusconi?

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di Antonia Postorivo
1 luglio 2020
07:55
Silvio Berlusconi (foto ansa)
Silvio Berlusconi (foto ansa)

«Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà... A mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia... L'impressione è che tutta questa vicenda sia il stata guidata dall'alto», sostiene il magistrato Franco nel 2013 in un incontro, dopo la sentenza di condanna, con Berlusconi e alcuni testimoni, uno dei quali avrebbe registrato la conversazione. 

Il magistrato Amedeo Franco, relatore in Cassazione nel processo Mediaset in cui il Cavaliere ha riportato una condanna passata in giudicato il 30 Luglio 2013. Quel processo fu «un plotone d'esecuzione», sono le parole del magistrato.

La Cassazione replica che «non risulta che il consigliere Franco abbia manifestato un dissenso» e comunque ribadisce che quello su Berlusconi «non fu un verdetto pilotato» e il processo si è svolto «nel pieno rispetto del giudice naturale precostituito per legge» e il fascicolo venne assegnato a un collegio «già costituito in data anteriore all'arrivo» degli atti in Cassazione. 

Fin qui i fatti accaduti nel 2013 che tornano preponderanti nel 2020 e, come sempre accade quando si tratta di fatti che riguardano l’ex presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi, da 40 anni a questa parte, continueranno a dividersi tra chi sostiene le ragioni di Silvio Berlusconi e chi, invece, lo avversa.


Il combinato disposto della sentenza definitiva, che oggi scopriamo essere stata inficiata nella decisione, e l’applicazione errata, secondo imperdonabile errore, ancora più grave, della cosiddetta Legge Severino portò Silvio Berlusconi fuori dalla vita politica attiva. E cosi siamo stati costretti ad assistere inerti veder calpestati, in un sol colpo, un principio cardine del nostro ordinamento, ovvero la non retroattività della legge e, se vogliamo dirla tutta, abbiamo visto ignorare altro sacrosanto principio del nostro ordinamento: quello del favor rei. 

Questo racconto potrebbe essere intrigante e avvincente se non fosse che il combinato micidiale disposto della circostanza emersa in queste ore che butta ombre sulla sentenza definitiva di condanna nei confronti di Silvio Berlusconi nonché il macroscopico errore dell’applicazione della Legge Severino, accompagnarono il 27 Novembre 2013 alle ore 17.43 il fondatore di Forza Italia fuori dal Senato con «l’elevato», in quel caso, tal Peppe Grillo che tuonava: «Non fine di un regime, ma di un banale uomo».

Grillo disse la sua ennesima banalità, l’Italia divenne un qualsiasi paese sud americano che attraverso un colpo di stato mandava via dal parlamento il leader di Forza Italia eletto senatore democraticamente dal popolo italiano ma non gradito ad alcuni scrivendo così una delle pagine più triste del Parlamento italiano e inferto un colpo mortale alla nostra democrazia. 

Cosa potrebbe restituire l’onore strappato quel giorno a Silvio Berlusconi? Eleggerlo Presidente della Repubblica italiana.

Antonia Postorivo, avvocato

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