Cosa ci ha insegnato il caso Palamara?

Ci fa riflettere sull’autonomia e indipendenza dei magistrati, un bene prezioso, da salvaguardare nell’interesse di tutti. Ma una riflessione va fatta anche sulla loro responsabilità civile

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di Antonia Postorivo
17 giugno 2020
10:39
(foto Ansa)
(foto Ansa)

Le note vicende del Pubblico Ministero ed ex Presidente dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) ha lasciato sul campo della giustizia italiana alcuni morti, feriti e tante riflessioni.

Feriti direi pochi, 9 magistrati sottoposti a procedimento da parte del Procuratore Generale della Cassazione. 9 magistrati diventati capri espiatori di un sistema di designazioni dei magistrati nelle varie sedi delle procure italiane che tutti sapevano avvenire, in alcuni casi, come poi avvenivano.

Anche nella magistratura, come in un partito politico qualunque, come in un’azienda qualsiasi come in un concorso all’università qualunque, c’erano le lotte tra le diverse correnti di appartenenza. La cosa più naturale della terra qualcuno direbbe, la cosa più riprovevole affermerebbe qualcun altro.

Questi comportamenti venuti a galla hanno fatto riflettere, e non poco, gli italiani ma anche quella parti di magistrati che non hanno mai brigato per ricoprire un ruolo ma che, ogni giorni in trincea ed in prima linea, combattono la criminalità.

Generalizzare un giudizio non paga mai e affermare che tutti i magistrati agivano cosi è errato, come scorretto è pensare che tutti i politici siano corrotti, come errato dire che tutti i dipendenti pubblici siano fannulloni.

Le mele marce stanno ovunque ed è cosa giusta coglierle e metterle via.

Il caso Palamara, però, ci fa riflettere su tante altre cose ad esempio sull’Autonomia e indipendenza dei magistrati, un bene prezioso, da salvaguardare nell’interesse di tutti. E della stessa democrazia.

Ma anche una riflessione va fatta sulla responsabilità civile dei magistrati.

In Italia, è inutile negarlo, da tempo il potere esecutivo e il cosiddetto potere giudiziario, hanno avuto gravi frizioni. A volte giuste, a volte errate. Ma tale equilibrio tra poteri impone anche reciprocità. Sarebbe dunque ingiusto se fosse possibile agire con disinvoltura contro un magistrato ma altrettanto aberrante sarebbe il contrario, ove si consentisse al magistrato di sottrarsi con disinvoltura da tale responsabilità.

Ma è altrettanto vero come essi non debbano significare impunità e autogestione. Sono tanti gli esponenti della magistratura esponenti di assoluto valore, indipendenza, onestà intellettuale capacità, rigore morale

La storia ci ricorda che dopo la pronuncia della Corte costituzionale n. 2/68 si tenne il referendum abrogativo l’8.11.87, – sulla scia del “caso Tortora” – e l’80% si pronunciò in favore dell’abrogazione del d.p.r. n. 497/1987, limitativa della responsabilità civile dei magistrati. Venne così approvata la legge 13.4.1988, n. 117 (responsabilità civile dei magistrati), che tuttora disciplina la materia. Normativa che prevede una responsabilità diretta dello Stato e soltanto indiretta del magistrato, previa rivalsa dello Stato. E solo per dolo o colpa grave (art. 2, comma 3). Il dettato e l’applicazione della l. 117/88 e i numeri conseguenti dimostrano come il risultato referendario sia stato tradito. La responsabilità civile dei magistrati è solo virtuale, non reale.

 

Tale schema rende quasi impossibile arrivare ad accertare la responsabilità civile (già indiretta) del magistrato, come ben sa l’avvocatura al pari degli sfortunati cittadini incorsi negli errori dei giudici.

Occorre quindi essere onesti nella discussione. Serve autocritica, la presa di coscienza che la legge Vassalli è stata volutamente applicata in modo talmente restrittivo da renderla di fatto inapplicabile.

Non si può però certo cadere nell’eccesso di introdurre forme agevolate tali da comprometterne autonomia e indipendenza. È però possibile immaginare: a) una forma diretta di responsabilità in caso di dolo del magistrato; b) semplificare il procedimento per la forma indiretta di responsabilità in caso di colpa grave del magistrato; c) garantire la terzietà dell’organo giudicante prevedendo una composizione mista (magistrati, avvocati, cittadini); d) non limitare l’obbligazione della posta risarcitoria.

Ma noi, si sa, siamo eredi indiretti di Tomasi di Lampedusa e nel Gattopardo c'è ancora una verità tutta italiana: tutto cambia perché nulla cambi.


Antonia Postorivo, avvocato

Antonia Postorivo
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