Di cosa parliamo quando parliamo di gruppi parlamentari

Il disorientamento nell’osservare la nascita dei gruppi in Senato è non solo inappagante ma anche ‘spudorata’, perché gli attori politici sanno bene cosa fanno e non hanno problema a sottoporre a torsione inaccettabile il ruolo che è (dovrebbe essere) proprio di un gruppo parlamentare: garantire la rappresentanza politica

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di Ugo Adamo
31 gennaio 2021
12:08

Il titolo dato a questo nostro intervento fa il verso a uno dei più celebri racconti brevi di Raymond Carver. L’autore americano, che scrive Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, è capace di trattare di argomenti spesso presentati come semplici, banali, assunti come tali per la loro ripetitività, quasi monotona, di cui tutti noi solitamente parliamo pur con la sensazione di non sapere esattamente di cosa stiamo parlando. L’essenzialità della scrittura di Carver è cosa sublime, appaga, e il disorientamento (stato d’animo di per sé non negativo) che crea nel lettore vale la lettura dei suoi racconti, brevi anche brevissimi.

Nel caso che qui ci interessa, invece, il disorientamento nell’osservare la nascita dei gruppi parlamentari in Senato è non solo inappagante – per la disarmante semplicità con cui si costituiscono organi istituzionali, se ne entra a far parte e se ne ritira la partecipazione nel giro di qualche ora –, ma anche ‘spudorata’, perché gli attori politici sanno bene cosa fanno e non hanno problema a sottoporre a torsione inaccettabile il ruolo che è (dovrebbe essere) proprio di un gruppo parlamentare: garantire la rappresentanza politica.


Spieghiamo il perché di un giudizio tanto critico

Nell’anno 2017 è stato modificato il regolamento del Senato con il dichiarato intento di limitare una degli aspetti più eclatanti di ciò che viene definito ‘transfughismo’, vale a dire la possibilità per un parlamentare di creare un nuovo gruppo insieme ad altri colleghi che fuoriescono da quello a cui appartenevano. Chi scrive si limita solo a ricordare la ratio dell’intervento riformatore non volendo proporre alcuna riflessione sull’impiego di un termine che pecca quantomeno in sciatteria.

Dalla cronaca politico-parlamentare di questi giorni si evince che si è creato un gruppo parlamentare nel giro di qualche ora, tanto che il Presidente della Repubblica ha dovuto ‘aggiornare’ la lista di coloro che avrebbe voluto ascoltare durante le consultazioni per la formazione del nuovo Governo. Ciò è stato possibile alla luce di un ‘autorevole’ precedente, messo in atto proprio dal senatore Matteo Renzi.

Grazie all’on. Riccardo Nencini, socialista e unico eletto del Partito di cui era segretario (PSI), i fuoriusciti dal PD hanno potuto costituirsi in gruppo – oltre che alla Camera – anche al Senato, in quanto ‘accolti’ nel simbolo del PSI; nasceva, quindi, il gruppo parlamentare ‘Italia Viva - P.S.I.’, mentre alla Camera si chiama soltanto ‘Italia Viva’).
Fino alla scorsa Legislatura era nella possibilità di chiunque costituire un gruppo parlamentare durante il corso della Legislatura stessa; l’unico limite era quello numerico che al Senato richiedeva la simultanea presenza di almeno dieci senatori.

La costituzione di un gruppo è di elevatissima rilevanza parlamentare, nella misura in cui viene assicurata una indiscutibile visibilità non solo mediatica ma anche parlamentare: aumento dei tempi degli interventi in Aula, risorse finanziarie per l’attività parlamentare, presenza proporzionale nelle Commissioni permanenti, possibilità di presentare di emendamenti, definizione del calendario dei lavori stabiliti nella Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari, etc. etc.

Alla fine del 2017, era il 20 dicembre, è stato modificato l’art. 14, comma 4, del Regolamento del Senato, che – benché continui a prevedere la consistenza minima di 10 senatori, con l’unica deroga del gruppo delle minoranze linguistiche –ora prescrive che ogni gruppo «deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori»; specifica poi che un gruppo può rappresentare tutti i partiti che abbiano presentato «congiuntamente liste di candidati con il medesimo contrassegno».

L’art. 15, comma 3, prevede che nuovi Gruppi parlamentari «possono costituirsi nel corso della legislatura solo se risultanti dall’unione di Gruppi già costituiti»: la ratio è quella di ‘unire’ e non già di ‘disgregare’.
Ma nel diritto, si sa, scritta la regola trovato il cavillo.

L’art. 14, comma 4, reg. Sen., ospita un altro periodo, oltre quello già richiamato, per il quale gruppi autonomi si possono costituire purché siano «corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni ‘uniti’ o ‘collegati’». Si è deciso di evidenziare i due aggettivi per rilevare che la norma regolamentare nell’interpretazione che avrebbe dovuto darsi si riferiva alle forze politiche raccolte in un unico contrassegno, nel primo caso, ovvero coalizzate, nel secondo.

Se, dunque, 10 senatori eletti in una particolare lista avessero voluto costituirsi in gruppo anche durante la Legislatura lo avrebbero potuto fare. Questa l’unica possibilità che sembrava ammissibile. La riforma non è stata, certamente, pensata per permettere a chiunque di costituirsi in gruppo con l’apporto di fuoriusciti da altri gruppi. Ma ciò è proprio quello che è accaduto con la costituzione del gruppo ‘Italia Viva - P.S.I.’,questa è stata permessa proprio grazie all’elezione di Riccardo Nencini, presentatosi con il PSI nella lista ‘Insieme’, che ha dato la possibilità ai fuoriusciti da un altro gruppo di costituirne uno nuovo(che non era presente alle elezioni: Italia Viva).

Una riforma nata – per parola degli stessi riformatori – per ‘limitare al massimo’ la costituzione di nuovi gruppi è stata utilizzata per dare ‘rappresentanza’ a un gruppo i cui esponenti si sono presentati alle elezioni in un altro partito.
Non si sta qui analizzando la legittimità o meno della novellata disposizione regolamentare, ma si sta rilevando una evidente incongruenza logico-giuridica. Un insieme cospicuo di senatori fuoriusciti da un gruppo parlamentare ha avuto il bisogno di ‘almeno’ un altro senatore che si fosse presentato alle elezioni, che disponesse di un ‘simbolo’ e che volesse accogliere i fuoriusciti, anche se questi superavano abbondantemente il limite minimo di costituzione per ungruppo, che è, lo ricordiamo, di dieci senatori.
E allora, non bisogna stupirsi (ma scandalizzarsi certo che si può) per ciò che è avvenuto qualche giorno fa nel giro di poche ore e che (forse) segnerà il futuro del nostro Paese.

Ci si può scandalizzare, però, perché la costituzione del gruppo diventa conforme al regolamento soloperché c’è un ‘precedente’, quello di ‘Italia Viva - P.S.I.’.

Lo scorso 26 gennaio, quindi, un senatore ha concesso la possibilità di costituire un gruppo parlamentare. Ancora una volta si tratta di un solo senatore, l’on.Ricardo Merlo, eletto nella circoscrizione Estero America meridionale con il simbolo MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero), che ha ‘semplicemente’ utilizzato il simbolo elettorale con il quale si era presentato alle elezioni e con il quale era stato eletto per costituire un nuovo gruppo.

Il caso di oggi ci presenta – come in un romanzo noir – un colpo di scena. Le varie aggregazioni di senatori (appartenenti ad altri gruppi parlamentari ovvero a diverse componenti politiche presenti nel gruppo misto: MAIE, Forza Italia, Per le Autonomie, Azione) non arrivavano al numero fatidico di dieci. È stato pertanto necessario che arrivasse in soccorso una senatrice fuoriuscita (suomalgrado?) dal gruppo del Partito democratico per consentire di raggiungere il numero minimo per la costituzione del gruppo ‘Europeisti-MAIE-Centro Democratico’. Alla Camera (non necessitando) il gruppo non è stato costituito.

Il nuovo gruppo parlamentare istituito può ora essere audito dal Presidente della Repubblica, dal Presidente della Camera con incarico di esploratore e poi, chissà, anche far parte della nuova compagine ministeriale.
Quando parliamo di istituzioni dovremmo farlo sapendo bene di cosa parliamo. Chi scrive deve ammettere che nelle aule universitarie ha sempre spiegato che i gruppi parlamentari sono le proiezioni in Parlamento dei partiti politici (che sono associazioni di diritto privato) e che dalla loro consistenza si formano le Commissioni permanenti (artt. 72 e 82 Cost.).

Dal prossimo semestre, aggiornando i programmi, si dovrà specificare, come ha da poco sottolineato il parlamentarista Salvatore Curreri, che i gruppi parlamentari, al contrario,‘si formano per essere presenti’ nelle Commissioni permanenti, per poter assicurare stabilità politica e garantire forza e maggioranza al Governo, e lo possono fare anche non rispettando una regola che è nata per ridurre ‘la proliferazione di gruppi privi d’identità politico-elettorale’, con conseguente svilimento del ruolo del Parlamento. Organo, quest’ultimo, che, paradossalmente, sarà vieppiù svilito se si andrà ad elezioni con una legge elettorale non modificata in senso proporzionale. A tal proposito, mi si permetta, per concludere, una domanda retorica: durante la campagna referendaria per la riduzione dei numeri dei parlamentari non si diceva che la riforma sarebbe stata ‘automaticamente’ seguita dalla riforma della legge elettorale e dai regolamenti parlamentari? Ma questa – come si suole dire – è un’altra storia, anche se non del tutto diversa.

*Ugo Adamo, costituzionalista e docente UniCal

Ugo Adamo
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