C’è una scia di fango rappreso sulle ruote di un trattore fermo al margine di una strada. Siamo allo svincolo di Pizzo. Sopra, in cabina, non c’è nessuno. Il conducente è a terra, piegato sulle ginocchia davanti alla divisa di un carabiniere. Piange. Non strilla, non minaccia, non blocca il traffico con la violenza spavalda di chi cerca una ripresa per il telegiornale della sera. Piange di una disperazione muta, antica, piange di una disperazione sfiancante. Gli tremano le mani ruvide e incrostate di terra. Poi pronuncia undici parole che bruciano più di un incendio estivo sulle serra silana: «Non ce la facciamo più. Cosa devo dare ai miei figli?».


Il carabiniere resta fermo, immobile nella sua divisa scura. Ascolta. Non può arrestare la miseria, non può verbalizzare la fame, non ha articoli del codice penale per punire il crollo dei prezzi all'origine o il costo del gasolio agricolo schizzato alle stelle. Quel dialogo silenzioso, raccontato sulle nostre testate è la cartina di tornasole di un fallimento strutturale. Un fallimento che dalle stanze ovattate dei ministeri romani viene liquidato con la solita retorica del «made in Italy» da proteggere, delle «eccellenze territoriali» da esibire nei saloni internazionali e dei ministeri con la sovranità alimentare attaccata sulla targhetta della porta.
Ma di quale sovranità parliamo quando chi zappa la terra non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena?
A Roma ci si riempie la bocca di sovranismo culinario. Si organizzano fiere, si firmano decreti contro la carne coltivata, si fanno battaglie ideologiche contro le etichette a semaforo per difendere un'idea da cartolina della provincia italiana. Poi, però, basta percorrere la statale 107, salire verso Bocca di Piazza, addentrarsi tra le case sparse di Spineto o scendere verso Parenti per capire che la realtà è fatta di tutt'altra pasta. Lì la terra non è un brand. È una condanna o una scommessa quotidiana contro la perdita di tutto.

I numeri raccontano una strage silenziosa. Le aziende agricole a conduzione familiare nelle aree interne della Calabria stanno chiudendo una dopo l'altra. Il prezzo delle patate della Sila o dell'olio crotonese stenta a coprire i costi di raccolta, tra concimi raddoppiati, energia elettrica insostenibile e una filiera distributiva che strangola i produttori lasciando i margini ai soliti giganti della logistica e della grande distribuzione. Chi lavora la terra svegliandosi alle quattro del mattino si ritrova in tasca gli spiccioli, mentre al supermercato gli stessi prodotti vengono rivenduti a cifre quadruplicate.
Di fronte a questa emorragia, qual è la risposta dell'attuale esecutivo? Misure spot, elemosine contributive una tantum, e un impianto di politiche pubbliche che punisce sistematicamente i territori più fragili. Il piano sull'autonomia differenziata, spinto con cinica pervicacia istituzionale, rappresenta il colpo di grazia per queste comunità. Dividere la spesa pubblica sulla base dei gettiti regionali significa condannare l'entroterra meridionale a un'agonia senza ritorno. Se già oggi tra Spineto e i paesi limitrofi mancano la guardia medica, i trasporti pubblici essenziali, le scuole e persino gli uffici postali, cosa accadrà quando la perequazione statale verrà definitivamente smantellata?
Il paradosso è feroce. Da un lato si sbandiera il patriottismo dei territori, dall'altro si smantella la rete di protezione sociale ed economica che permette a quei territori di restare vivi.
Si parla di “ritorno alla terra” e di incentivare i giovani a non emigrare. Ma quale giovane può scegliere di rimanere a coltivare se sa già che ad attenderlo ci sono debiti con le banche, infrastrutture da Terzo Mondo e la totale assenza di uno Stato che tuteli il suo lavoro dalla concorrenza sleale e dalle speculazioni di mercato? La verità è che il Mezzogiorno interno viene trattato come una riserva indiana, utile per le foto durante le campagne elettorali, dimenticato un minuto dopo la chiusura dei seggi.
Non si tratta solo di economia. È una questione di antropologia politica. Nei piccoli paesi silani le case si svuotano, le persiane restano chiuse, i bar rimangono gli unici presidi di socialità resistenti dove ci si paga un panino a vicenda tra sconosciuti perché il senso di comunità supera la scarsità di risorse. C'è una dignità immensa in questa gente che lavora fino al tramonto e non chiede assistenza a fondo perduto, ma dignità del prezzo, dignità del lavoro, servizi minimi per non sentirsi cittadini di serie B.
Quando un agricoltore s'inginocchia piangendo davanti a un carabiniere, l'autorità statale non sta esercitando il proprio potere, ma sta assistendo al proprio fallimento. Quel pianto non è una debolezza individuale, ma è un atto d'accusa contro una classe politica che ha sostituito la visione strategica con gli slogan d'ispirazione identitaria.
Invece di perdersi in crociate ideologiche da salotto televisivo, chi governa dovrebbe fare un bagno di realtà tra la polvere dei solchi e la rassegnazione dei paesi spopolati. Dovrebbe spiegare a quell'uomo perché i contributi europei finiscono troppo spesso nelle tasche della grande agroindustria o congelati nella burocrazia regionale, mentre chi manda avanti l'agricoltura eroica delle zone montane deve elemosinare l'attenzione pubblica con le lacrime agli occhi. La terra non mente mai. Se smetti di curarla, diventa sterpaglia e frana al primo acquazzone. La politica italiana, invece, continua a credere di poter asfaltare la realtà con i comunicati stampa. Ma quando i trattori si spegneranno definitivamente e anche gli ultimi ostinati agricoltori avranno caricato le valigie per andarsene, ci accorgeremo che a franare non saranno soltanto i costoni della Sila, ma l'idea stessa di Paese. E a quel punto non ci sarà nessun brand da salvaguardare, perché non ci sarà più nessuno a coltivarlo.

*Documentarista