Una “patente di immunità” per salvare la stagione estiva e il turismo in Calabria

La soluzione potrebbe essere rappresentata dai test sierologici che misurano la presenza di alcuni anticorpi rispetto all'infezione. Ecco come

di Vittorio Palermo
1 maggio 2020
15:30
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L’industria delle vacanze estive, ma in particolare l’attività dei villaggi turistici, la cui importanza per l’economia e l’occupazione calabrese non richiede di essere qui ulteriormente rammentata, poggia su un presupposto la cui mancanza snaturerebbe completamente la natura e l’essenza stessa del servizio offerto: mi riferisco, senza inutili giri di parole, all’accostamento ed all’avvicinamento, in altri termini al contatto ed alla relazione fisica.


L’attività di svago ed animazione che oggi costituisce probabilmente lo stimolo maggiore alle vacanze soprattutto familiari, l’effettuazione dei giochi sul palco, in spiaggia ed in piscina, il gusto di pranzare e prendere un caffè o un gelato in compagnia senza preoccuparsi del contatto, tutte queste cose non possono evidentemente esistere in assenza di accostamento fisico.


Ed allora occorre essere chiari e dirlo senza giochi inutili di parole: se la ripresa dell’attività nelle strutture turistiche – ancora possibile almeno nei mesi di luglio ed agosto – dovesse essere condizionata all’adozione delle misure di distanziamento e di utilizzo dei dispositivi di protezione, così come qualcuno pure prospetta, non ci sarà probabilmente nessuna struttura che aprirà le porte.


A parte la stramberia di imporre mascherine e guanti agli ospiti in tutti gli spazi comuni (dalla hall alla piscina, dalla spiaggia alle sale ristorante) con l’annullamento di fatto di ogni attività di animazione comune, e la difficoltà ad applicare nella pratica tali misure (l’attuazione delle condizioni atte a garantire la distanza minima determinerebbe la riduzione di almeno due terzi della ricettività, con l’impossibilità di raggiungere l’equilibrio economico gestionale), ebbene, a parte tutto questo, che ha certamente una logica nelle aziende manifatturiere, permarrebbe comunque in capo agli ospiti non solo il timore di incontrare persone infette e di contrarre il virus, ma anche quello di sprecare i propri soldi per una vacanza che non si riveli tale, variabili che infatti oggi impediscono ogni prenotazione.


Allora, se si vuole provare a ripartire con il turismo, occorre pensare a qualcos’altro.
Io penso a ciò che viene comunemente chiamata “patente di immunità” dal virus.


Solo un ingenuo – evidentemente – non capisce che l’immunità può essere garantita al 100% esclusivamente da un vaccino, oppure dall’essere già stati contagiati e guariti, e che questa condizione non è realizzabile nella prossima stagione estiva.
In attesa di un vaccino, oggi una “patente di immunità totale” è ottenibile solo dimostrando di essere stati contagiati dal coronavirus e di aver superato l’infezione.


Ma mi chiedo: se si realizzasse una condizione tale da abbattere il rischio, se non al 100%, almeno in misura da essere consapevolmente considerato “accettabile” dagli ospiti, che quindi manlevassero le strutture anche dai danni conseguenti agli ipotetici e comunque possibili contagi? Potrebbe questa essere, se non la soluzione definitiva, almeno un tentativo di superare la situazione di attuale impasse?


Non sono un medico, quindi riporto quanto presente su siti web qualificati, comunque da approfondire sotto il profilo scientifico, per quanto negli ultimi tempi la scienza pare non essere in grado di dare risposte univoche.


Penso ai test sierologici, di cui si parla nelle sedi scientifiche ed istituzionali con sempre maggiore insistenza. Questi non sono strumenti diagnostici e non sostituiscono i tamponi, ma sono rapidi esame del sangue che misurano la presenza di anticorpi per il Covid-19, e se una persona è entrata in contatto con il virus.


Le modalità dei test sono di due tipi. Per il test rapido basta una goccia di sangue ottenuta semplicemente pungendo il dito: il risultato si ottiene in 15 minuti. Il test in laboratorio, invece, si ottiene attraverso un normale prelievo del sangue, è disponibile dopo alcuni giorni, e la sua attendibilità è più alta del test rapido.
Il test misura la presenza di alcuni anticorpi, e in particolare due, gli IgM (immunoglobuline M) e gli IgC (immunoglobuline C), che indicano la situazione della persona rispetto all’infezione.


Nel caso ci siano gli anticorpi IgM l’infezione è recente e in corso, visto che si tratta di anticorpi che si manifestano entro sette giorni dai primi sintomi.


Nel secondo caso, gli anticorpi IgC compaiono dopo circa 14 giorni e permangono a lungo anche quando il paziente è guarito.


A quel punto chi si è sottoposto al test sierologico e verifica la presenza degli anticorpi IgC, può contare su una “patente di immunità totale”: non può né ammalarsi di Covid-19 né tantomeno infettare qualcuno. È come se fosse un soggetto vaccinato. Non a caso, da diverse indagini fatte su pazienti guariti, nel loro sangue sono sempre stati trovati anticorpi IgC.


Chi risulta negativo ad entrambi gli anticorpi IgM e IgC può essere ragionevolmente certo di non aver contratto il virus sino a sette giorni prima dell’effettuazione del test, visto che gli anticorpi IgM si manifestano entro sette giorni dai primi sintomi.
Se questo è vero, se cioè gli anticorpi IgM si manifestano entro sette giorni dai primi sintomi, allora può ragionevolmente ritenersi che chi è negativo al test, non ha alcun sintomo, e nei sette giorni precedenti ha correttamente usato i dispositivi di protezione ed ha mantenuto le misure di distanziamento, non è affetto dal virus, con un alto grado di probabilità.


Questa condizione potrebbe essere considerata come una “patente di immunità parziale”. Peraltro il test rapido potrebbe essere ripetuto dopo 3 o 4 giorni dall’inizio della vacanza, che normalmente dura una settimana.


Limitare la presenza e la circolazione nei villaggi turistici alle sole persone (ospiti, dipendenti e fornitori) che abbiano appena eseguito il test con esito negativo, significherebbe creare le condizioni per una ragionevole sicurezza sanitaria, e per trasmettere a tutti gli ospiti una percezione di sicurezza, derivante dalla altrettanto ragionevole certezza che i luoghi scelti per la vacanza non sono (con buona probabilità) frequentati da persone contagiose.


Se quindi la Regione Calabria “sdoganasse” definitivamente tale strumento (come già successo in altre regioni che anche grazie a screening di massa con test sierologici hanno efficacemente individuato e contrastato la diffusione del virus), ed in sinergia con gli operatori disponibili creasse le condizioni per l’effettuazione del test già validato dall’Istituto Superiore di Sanità (il cui costo è intorno a 5 euro) a tutti gli ospiti dei villaggi al momento del loro ingresso, le prospettive sarebbero a mio avvivo diverse.


Pensare al contrario di salvare la stagione turistica impostando le attività delle strutture sulla base di guanti, mascherine, regole di distanziamento o, peggio, improbabili saune di plexiglass in spiaggia ed in piscina, non solo non permetterà mai di invertire il trend attuale, ma avrà come unica conseguenza quella di evitarne completamente l’apertura.

 

Vittorio Palerno, ricercatore Unical e imprenditore turistico

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