In Calabria piove a dirotto. “Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell'acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia”.

È il bellissimo incipit del Pianeta irritabile, romanzo che Paolo Volponi pubblicò nel 1978, adattato per l'occasione al clima da tregenda di questi giorni e alla nostra condizione permanente: «Solo i giorni e le stagioni – continua Volponi – girano toccando la luce; e questo è l'unico segno che il tempo ancora esiste».

Poi la storia, ambientata nel 2293, entra nel vivo e il grande romanziere urbinate, uno dei più grandi del nostro Novecento, descrive un mondo post atomico, devastato e senza uomini, ma dotato di un ordine non privo di domini e di relazioni egemoniche. È un mondo selvaggio e distopico che i quattro protagonisti – una scimmia, un'oca, un elefante e un nano – attraversano e misurano, lasciando che venga fuori la natura profonda di un pianeta di cui si vorrebbero riappropriare ma che è senza vie di salvezza. Gli uomini, scrive Volponi, non ci sono più, c'è solo un'umanità distratta, priva di civiltà.

Il monito di Volponi è chiaro e questa pioggia languida che sembra destare una qualche transitoria curiosità lo rende più vivo, presente. Gli occhi dei calabresi, come incantati da una cadenza mentale sempre uguale, continuano a rimanere fissi e semichiusi. Esiste, dunque, ancora il tempo in Calabria? E quali segni inducono ancora a pensare che la strada che abbiamo intrapreso non porti che alla distruzione? Ne possiamo trovare non pochi tra le pagine di un romanzo che, a saperlo leggere, prefigura un'apocalisse che la pioggia incessante là fuori rende un po' più vicina.

Si direbbe allora che questa pioggia, più che un fenomeno atmosferico, è una condizione dello sguardo e del pensiero, un marchio che si deposita sulle cose e le rende opache, indistinte. Non lava, non purifica, non rinnova: insiste. Cade sui paesi svuotati, sulle strade incompiute, sulle frane annunciate e mai prevenute, accompagnando una stanchezza che non è solo materiale ma anche interiore. Come nel mondo irritabile di Volponi, anche qui l’ordine persiste senza progetto, la sopravvivenza senza futuro. E mentre l’acqua continua a scendere, ciò che davvero sembra mancare non è il sereno, ma l’interruzione, lo scarto, forse addirittura la possibilità stessa di immaginare un’altra stagione.