L’autore del volume, intervistato dal collega Massimo Razzi, ha presentato il suo libro sull’epopea della redazione sportiva di Repubblica all’interno del cartellone UnicalFesta. Una carrellata sui giganti del giornalismo italiano, sul futuro del giornalismo e sull’impatto dell’Intelligenza artificiale
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C’è stato un tempo in cui i giornali erano in grado di far cadere i governi o scegliere la formazione della Nazionale di calcio. Oggi quel tempo è finito. Il moltiplicarsi, grazie alla tecnologia, delle fonti di informazioni e il bombardamento costante di notizie, ha reso tutto momentaneo, residuale.
Eppure quel tempo Beppe Smorto, una vita a Repubblica, ha raccontato nel libro “I quattro Gianni”, un ritratto di quattro campioni del giornalismo sportivo e non solo, ma anche un affresco di tanti anni della redazione sportiva del giornale. Gli studenti di Arcavacata hanno assistito alla gustosa conversazione fra Massimo Razzi e Smorto come guardassero uno sbarco di marziani. Hanno ascoltato parole mai sentite come demafonisti, telefax, tipografi, di pezzi che arrivavano nelle redazioni dopo tre giorni. Ma come ha detto Smorto il libro non vuole essere un’operazione nostalgia, piuttosto un’operazione di memoria che serve anche a riflettere sulla direzione che sta prendendo oggi il giornalismo.
Non a caso Razzi, che ha guidato per anni il sito di Repubblica, ha provocato Smorto leggendo uno stralcio di articolo e sfidandolo a indovinare quale dei quattro protagonisti del suo libro lo avesse scritto. In realtà, il testo era prodotto dall’intelligenza artificiale che oggi semplifica le cose, ma ruba anche l’immaginazione. «Nessuno dei quattro Gianni avrebbe utilizzato l’Ai perché avevano un loro stile riconoscibile e non si sarebbero mai omologato ad uno stile impersonale. Quando Brera andava alla Domenica Sportiva, gente come Celentano o Ugo Tognazzi dicevano “devo prendere l’enciclopedia, c’è Brera in tv». In effetti Brera fu inventore di una serie di neologismi che usiamo quotidianamente nel racconto del calcio: dal contropiede all’abatino, dal gioco di rimessa alla parata in due tempi. Parole che oggi fanno parte del lessico comune, ma furono coniate da lui. Smorto racconta che quando andava all’estero al seguito della Nazionale italiana, era il primo ad essere intervistato, prima ancora dei giocatori o del mister.
Che dire invece di Gianni Clerici, unico giornalista ad essere entrato nella Hall of fame del tennis. Oppure di Gianni Minà che riusciva ad avere un’empatia totale con i suoi intervistati. Smorto racconta del lunghissimo messaggio che Maradona gli mandò e che conteneva un grido disperato d’aiuto o di quando, andando a casa sua, incontrò Monica Bellucci. Inutile poi ricordare l’intervista di ben tredici ore a Fidel Castro che sfiancò anche il leader Maximo, uno che era abituato a sfiancare i cubani con discorsi di quattro o cinque ore consecutive.
Chissà che spazio avrebbero trovato oggi questi campioni del racconto ai tempi dei quindici secondi di reel. Ma dietro le loro storie c’è anche la storia di uno dei giornali più diffusi d’Italia, Repubblica che fra gli anni 80 e 90 vendeva seicentomila copie al giorno. Nato senza una redazione sportiva perchè il suo Fondatore considerava lo sport un fenomeno minore, poi divenne covo di questi grandissime firme. La redazione sportiva di Repubblica è da case history del giornalismo italiano, un successo inaspettato grazie al peso delle grandi firme, che facevano da chioccia ad una nidiata promettente di giovani cronisti. Ricchissima l’aneddotica. Come quando finalmente si riusci a convincere Clerici a seguire una partita di Paolo Canè che era riuscito ad arrivare ai quarti del Roland Garros (all’epoca un successo per i colori azzurri). Clerici, che amava il bel tennis e i grandi campioni, iniziò il suo pezzo così ”Oggi Canè ha perso l’accento”.
Piccoli puzzle di un miracolo giornalistico visto che a lungo Repubblica non usciva in edicola il lunedì, giorno sacro del giornalismo sportivo. Eppure in tanti accorrevano in edicola a comperare il giornale per leggere i pezzi dei quattro Gianni.
Il senso della gradevole mattinata sta tutto qui: l’insegnamento di grandi giornalisti che vale ancora oggi, cercare le storie, raccontarle con un proprio stile, evitando l’omologazione di questi tempi che ci è toccato in sorte di dover vivere.

