Doppia preferenza di genere in Calabria, politica con il fiato sospeso: countdown per la decisione del Tar

Passate le fibrillazioni per le Comunali, il vero terremoto potrebbe avvenire il 23 settembre. Prima udienza sul ricorso con il quale si chiede l’annullamento delle elezioni del 26 gennaio. Scende in campo anche la Consigliera di parità Stumpo. Mentre il dem Guccione potrebbe ritirarsi dal giudizio. E intanto la renziana Vono incalza: «Basta opportunismi politici» (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Alessia Bausone
20 settembre 2020
16:03
Il consiglio regionale della Calabria
Il consiglio regionale della Calabria

Se ne è discusso moltissimo nella scorsa legislatura tra balletti della politica regionale e una legge di iniziativa degli enti locali (promossa in primis dai consiglieri comunali del capoluogo Manuela Costanzo e Demetrio Battaglia nell’autunno 2018) sulla doppia preferenza e le quote di genere che, nonostante l’obbligo statutario di portarla in aula, è rimasta nei cassetti di Palazzo Campanella.

 

Inoltre, il 15 aprile 2019, la legge sulla doppia preferenza che portava la firma di Flora Sculco è stata bocciata espressamente dal consiglio regionale (con voto contrario determinante del capogruppo di Oliverio presidente, Orlandino Greco). Il Partito democratico innalzò mediaticamente le barricate (di se stesso) e si disse pronto a scendere in piazza, mentre la stessa promotrice della legge parlava di «pagina nera della storia del regionalismo calabrese».

 

Ora, però, quegli stessi politici, Flora Sculco in primis, oggi all’opposizione, si sono costituiti contro la doppia preferenza davanti al Tar a difesa della legislatura Santelli suscitando molte polemiche. 

Passate le fibrillazioni politiche sulle comunali, il vero terremoto potrebbe aversi mercoledì 23 settembre quando a Catanzaro si discuterà davanti al Tar il ricorso promosso dall’avvocata cosentina Rossella Barberio in rappresentanza di cittadini elettori (espressione di rifondazione comunista e sinistra italiana) con il quale si chiede l’annullamento delle elezioni regionali del 26 gennaio scorso.

I motivi del ricorso

Tra i vari motivi, oltre all’irragionevolezza dell’elevata soglia di sbarramento, tiene banco il mancato adeguamento della legge elettorale regionale alla normativa nazionale in tema di parità di genere.

 

Ad intervenire nel procedimento a sostegno delle ragioni del necessario adeguamento della legge elettorale regionale è la consigliera regionale di parità Tonia Stumpo che, difesa dalla stessa avvocata Barberio, ha fatto storcere più di qualche naso in Cittadella.

 

«Mi sono costituita nel procedimento già in precedenza promosso da Rossella Barberio a seguito dell’azione sostitutiva del governo esercitata nei confronti della Puglia. Una iniziativa interessante che mi ha spinge ulteriormente a dover intervenire a tutela del principio di unità nazionale e dei diritti paritari», ha dichiarato Tonia Stumpo ieri in conferenza stampa alla presenza della stessa Barberio che alla Regione non le ha mandate certo a dire: «Riteniamo che il risultato elettorale sia viziato per via di una legge elettorale incostituzionale. L’ordinamento non può consentire che ci sia un procedimento elettorale non conforme a costituzione. C’è un grave vulnus. La regione calabria non ha adeguato la sua normativa elettorale nella precedente legislatura alla legge 20 sulla doppia preferenza e le quote di genere del 40%, nonostante un vincolo legislativo preciso di attuazione costituzionale. Il legislatore regionale si è reso colpevole di una grave mancanza».

 

«È inaccettabile – continua – la riluttanza dimostrata nel dover recepire un modello inclusivo di politica, superando il gap di genere. La nostra richiesta è di portare la questione dinanzi alla Corte Costituzionale. La regione Calabria ha violato il principio di unitarietà dello stato violando i diritti di elettorato passivo. Sono fondamentali diritti politici. L’esercizio dei diritti elettorali e politici deve avvenire all’insegna dell’uguaglianza».

Pd in imbarazzo, Guccione cambia idea?

Tra coloro che si sono presentati in giudizio sostenendo che la modifica della legge elettorale calabrese nella scorsa legislatura ci sono, oltre (paradossalmente) Flora Sculco, già promotrice della legge affossata in era Oliverio; i due rappresentanti rimasti del movimento di Pippo Callipo, “Io resto in Calabria”, Graziano Di Natale e Marcello Anastasi (molto solerti in Tribunale, molto meno nel firmare il nostro modulo contro i furbetti del bonus Inps) e il capogruppo del gruppo misto Francesco Pitaro.

 

L'unico di centrodestra in giudizio è il consigliere regionale di Forza Italia Raffaele Sainato (promotore in questa legislatura regionale di una legge sulla doppia preferenza di genere!) che, interpellato direttamente, ha detto di non ritenersi in contraddizione. «È un atto doveroso», ha dichiarato il neo-forzista, sottolineando di rimanere sensibile e di impegnarsi per «l'inserimento di strumenti normativi che migliorino il raggiungimento della parità di genere».

 

Ha fatto molto discutere la presenza in giudizio di due consiglieri del Partito democratico. Uno di loro, Carlo Guccione, è finito di recente nella polemica innescata anche a livello nazionale dall’associazione Azione riformista in cui si faceva notare al segretario nazionale dem Nicola Zingaretti che un suo rappresentante nazionale, responsabile “crisi industriali” del partito, sia finito davanti al Tar Calabria ponendosi contro la doppia preferenza di genere che, invece, lo stesso presidente della Regione Lazio aveva pubblicamente difeso a spada tratta.

 

Ora, pare, che su sollecitazione della responsabile pari opportunità del Pd, Lucia Bongarzone (a sua volta sollecitata dalla responsabile regionale delle donne Pd, Teresa Esposito), Carlo Guccione si sia orientato nel ritirare la sua presenza nel giudizio e lo farà direttamente mercoledì.

 

Chissà se il suo collega dem (che non citeremo perchè candidato consigliere in un comune oggi al voto), magari su sollecitazione del suo “patron politico”, Brunello Censore che bramava (e brama ancora) di candidarsi a segretario regionale del Pd, possa anch’esso allinearsi all’orientamento del Pd nazionale rinunciando alla battaglia legale contro la stessa doppia preferenza per la quale il centrosinistra, un anno e mezzo, annunciava di scendere in piazza.

Vono: «Parità di genere non negoziabile»

Ad incalzare indirettamente il Pd, come in Puglia, Italia Viva con la senatrice Silvia Vono che afferma: «La parità di genere è un diritto da garantire sempre e non è negoziabile. Lo abbiamo già affermato in Consiglio dei ministri grazie all'impegno di Italia viva e di Elena Bonetti in riferimento al caso Puglia. Attendiamo che i nostri rappresentanti politici regionali comincino a fare una politica scevra da opportunismi politici. È tempo che ognuno esca da posizioni ambigue o tenute in piedi ed esprima chiaramente la linea personale o anche di partito se di proprio non si ha il coraggio di dire chiaramente, in modo "comprensibile" per chi ascolta, la propria idea».

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