Ci sono limiti che la responsabilità istituzionale non dovrebbe mai superare. Ma quando l’arroganza del potere si unisce alla sfrontatezza politica, il risultato è una miscela esplosiva destinata a far salire la tensione oltre il livello di guardia.

Bollare una piazza esasperata agitandovi sopra lo spauracchio delle «infiltrazioni della criminalità organizzata» non è solo la solita scappatoia di chi non ha soluzioni da offrire, ma un vero e proprio atto di provocazione. Dire a migliaia di persone che non riescono più a fare la spesa o a mettere la benzina per andare a lavorare che la loro rabbia è strumentalizzata o contaminata significa insultare la dignità di un intero territorio.

Quando la disperazione economica spinge centinaia di lavoratori, agricoltori, imprenditori e autotrasportatori a occupare le strade della Calabria, la politica ha un unico dovere primario: ascoltare e dare risposte immediate. Quando invece chi ricopre la carica di sottosegretario all'Interno sceglie di bollare preventivamente quelle piazze parlando di «infiltrazioni della criminalità organizzata», non siamo soltanto di fronte a una pessima caduta di stile. Siamo di fronte a una cortina di fumo istituzionale e a una provocazione a cielo aperto.

Le recenti esternazioni dell'onorevole Wanda Ferro sulle mobilitazioni contro il caro carburanti rappresentano un precedente pericoloso. Un attacco frontale, circostanziato da allusioni generiche e riferimenti allo «spazio mediatico dato a soggetti condannati», che merita un'analisi sotto il profilo del diritto, della correttezza istituzionale e della responsabilità politica.

La confusione dei ruoli: il Viminale non è una tribuna elettorale

Il primo corto circuito è di natura puramente istituzionale. Il sottosegretario all'Interno non è un opinionista che commenta i talk show. Chi siede al Viminale gestisce la sicurezza pubblica attraverso strumenti ben precisi: la Magistratura, la Prefettura, le Forze dell'Ordine.

Se vi sono evidenze concrete di ingerenze della 'ndrangheta o di frange eversive all'interno delle proteste, lo Stato non lancia avvertimenti a mezzo stampa: interviene, arresta, sequestra e ripristina la legalità.

Se invece tali evidenze non sono tradotte in atti giudiziari o misure cautelari, lanciare generici allarmi a beneficio delle agenzie di stampa produce un solo, chiarissimo effetto: produrre un effetto intimidatorio su chi manifesta.

Ipotizzare l'ombra della criminalità per gettare la croce del sospetto su interi settori produttivi significa utilizzare il ruolo di governo come scudo per non affrontare la realtà economica.

La criminalizzazione del dissenso popolare

Entrando nel merito delle parole di Wanda Ferro, l'operazione retorica appare smascherata: spostare il dibattito dal costo del carburante al problema dell'ordine pubblico.

Mentre sui social e nelle strade la protesta montante dimostra che le famiglie e le piccole imprese non riescono più a fare il pieno per andare a lavorare o mandare avanti i trattori e i pescherecci, la risposta del Governo è la delegittimazione. Dire che la piazza è «infiltrata» o che si stanno offrendo vetrine a soggetti chiacchierati equivale a bollare l'intero movimento di protesta come abusivo, strumentale o, peggio, contiguo alle 'ndrine.

È la tecnica del sospetto generalizzato: poiché non ci sono le coperture economiche o la volontà politica di tagliare le accise o calmierare i prezzi dei carburanti, si sceglie di squalificare gli interlocutori. Ma la fame e l'esasperazione non sono concetti astratti o slogan della criminalità: sono la realtà quotidiana di migliaia di calabresi.

L'irresponsabilità di soffiare sul fuoco: chi risponderà dei disordini?

Sui social e nelle comunità locali la rabbia sta già tracimando. Dichiarazioni di questo tipo, invece di pacificare e aprire tavoli operativi di trattativa, ottengono l'effetto opposto: incendiano gli animi.

Chi rappresenta lo Stato ha il dovere di disinnescare i conflitti sociali, non di alimentarli con insinuazioni. Se la tensione nelle piazze dovesse degenerare, se l'esasperazione della gente dovesse sfociare in scontri o blocchi ingovernabili, la responsabilità morale e politica ricadrà interamente su chi ha deciso di trattare i cittadini stremati come potenziali delinquenti o utili idioti della malavita.

A parti invertite — se a ruoli scambiati un Governo di diverso colore avesse risposto alle proteste dei lavoratori evocando la criminalità — la stessa Ferro e la sua parte politica avrebbero urlato allo «Stato di polizia» e all'attacco alla democrazia. Oggi, dai palazzi di governo, si applica invece il metodo del manganello verbale.

La legalità è un valore fondamentale e nessuno chiede sconti contro chi commette reati. Ma la legalità non può diventare una clava ideologica per coprire l'incapacità di dare risposte economiche.

La Calabria non ha bisogno di maestri di campo che agitano spettri per coprire i propri fallimenti di politica economica. Wanda Ferro sappia che le piazze che oggi rischiano di incendiarsi non si spegneranno con la paura o con le minacce evocate a mezzo stampa. Se la politica non ha la capacità di dare risposte concrete sul costo della vita, taccia. Perché se da questa escalation di tensione nasceranno gravi disordini, tutti sapranno esattamente a chi chiedere conto di questa colossale e irresponsabile provocazione.