Giorgia Meloni ha davanti otto giorni per portare a compimento la riforma elettorale, ma soprattutto per verificare se l’accordo politico raggiunto con gli alleati sia destinato a resistere anche quando, al riparo dello scrutinio segreto, ciascun parlamentare potrà esprimersi senza lasciare traccia del proprio voto. La legge che dovrebbe disciplinare le prossime elezioni politiche si avvicina così all’ultimo passaggio parlamentare trascinandosi dietro il precedente del 14 luglio, quando la maggioranza venne battuta sulle preferenze per un solo voto, e una prospettiva che affiora anche nei retroscena più riservati: l’eventualità che la presidente del Consiglio, di fronte a una nuova bocciatura, preferisca interrompere anticipatamente la legislatura anziché continuare a governare con una coalizione incapace di garantire il sostegno alle proprie scelte. Il calendario porta all’8 ottobre, ma l’eventuale crisi potrebbe spostare l’orizzonte politico fino a gennaio 2027.

Il precedente di luglio e la decisione di Meloni: perché la fiducia non basta

Il testo licenziato dal Senato il 15 settembre con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astenuti è torna ieri a Montecitorio per la terza lettura, dopo un percorso nel quale la questione delle preferenze ha prodotto una delle principali difficoltà parlamentari del centrodestra, costringendo i partiti della coalizione a ricostruire a Palazzo Madama un’intesa che alla Camera, due mesi prima, non aveva superato la prova dello scrutinio segreto.

Il riferimento è alla votazione del 14 luglio, quando l’emendamento sulle preferenze accompagnate dai capilista bloccati, presentato da Fratelli d’Italia con Noi Moderati e Udc, venne respinto con 188 voti contrari e 187 favorevoli, alimentando interrogativi sulla provenienza dei voti mancanti e aprendo una discussione interna che la successiva approvazione al Senato non ha cancellato.

Meloni ha deciso di affrontare il ritorno a Montecitorio annunciando il ricorso alla questione di fiducia, dopo avere richiamato la necessità di fare chiarezza sul rapporto tra il sostegno parlamentare al governo e l’approvazione di una riforma sottoscritta dalle forze che compongono la maggioranza.

La fiducia, tuttavia, può essere posta sugli articoli, ma non può neutralizzare le votazioni a scrutinio segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità e sul testo finale, ed è in questa distinzione che si concentra uno degli elementi politicamente più rilevanti della prossima settimana.

A rendere esplicito il significato che Fratelli d’Italia attribuisce all’intero percorso è intervenuto Galeazzo Bignami, capogruppo del partito alla Camera e primo firmatario della proposta di legge, che in un’intervista al Tempo ha chiarito: «Se il provvedimento non passa si va a casa», precisando successivamente che anche un’eventuale bocciatura già sulle pregiudiziali avrebbe, nella valutazione politica della maggioranza, conseguenze analoghe a quelle di una fiducia respinta.

Un messaggio indirizzato all’intero Parlamento, ma che inevitabilmente richiama anche gli alleati alle responsabilità assunte attraverso la sottoscrizione della riforma.

Dal 30 settembre all’8 ottobre: il cronoprogramma della partita parlamentare

La discussione generale è iniziata dopo la conclusione dell’esame in Commissione Affari costituzionali, che ha restituito all’Assemblea il testo A.C. 2822-B senza ulteriori modifiche rispetto alla versione approvata dal Senato, lasciando dunque intatto l’impianto sul quale il governo intende ottenere il via libera definitivo.

Il primo appuntamento attraverso il voto è fissato per oggi, giovedì 1° ottobre, alle 12, quando Montecitorio sarà chiamato a pronunciarsi sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni, destinate a confluire in un’unica votazione che potrà svolgersi a scrutinio segreto, qualora venga formalizzata la richiesta già annunciata.

L’approvazione delle pregiudiziali impedirebbe la prosecuzione dell’esame, fermando dunque il provvedimento prima ancora che il governo possa ricorrere alla fiducia, mentre nella stessa giornata la Conferenza dei capigruppo dovrà definire la scansione dei lavori della settimana successiva, lasciando disponibile anche venerdì 2 ottobre per l’eventuale prosecuzione degli adempimenti non conclusi.

Superato questo primo passaggio, il confronto dovrebbe riprendere lunedì 5 ottobre con la posizione di due o tre questioni di fiducia, certamente nelle intenzioni del governo sugli articoli 1 e 2, che disciplinano rispettivamente l’elezione della Camera e del Senato e nei quali è stato inserito il sistema delle preferenze con capilista bloccati, mentre rimane in valutazione una terza fiducia sull’articolo 3, riguardante le circoscrizioni e i collegi del Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Le giornate del 6 e del 7 ottobre saranno quindi interessate, secondo il calendario che dovrà essere formalizzato, dalle dichiarazioni di voto, dagli appelli nominali sulle fiducie e dagli ulteriori passaggi parlamentari, fino all’esame degli ordini del giorno.

Giovedì 8 ottobre rimane la data indicata per il voto conclusivo, eventualmente anticipabile al 7 qualora l’organizzazione dei lavori lo consentisse: sarà quello l’ultimo passaggio per il quale le opposizioni intendono chiedere lo scrutinio segreto e sul quale il governo non potrà utilizzare lo strumento della fiducia.

Un percorso costruito per arrivare all’approvazione senza modifiche, evitando che il provvedimento debba affrontare una nuova navetta con Palazzo Madama e che l’intera discussione torni nuovamente sul tavolo delle segreterie dei partiti.

L’accordo del centrodestra e le mosse delle opposizioni: ciascun partito ha qualcosa da difendere

Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati hanno raggiunto al Senato un’intesa che mantiene il sistema proporzionale con premio di governabilità, assegnando 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione più votata qualora raggiunga almeno il 42% dei consensi in entrambe le Camere, con soglie nazionali del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni e un limite complessivo ai seggi conseguibili attraverso il premio.

Il compromesso comprende anche la reintroduzione delle preferenze, ma conserva uno spazio di scelta direttamente riservato ai partiti: il primo dei sette candidati viene infatti collocato in posizione bloccata, mentre sugli altri sei l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto delle disposizioni sull’alternanza di genere.

Una soluzione che la maggioranza presenta come punto di equilibrio tra rappresentanza e governabilità, ma che ha lasciato irrisolte le contestazioni delle opposizioni, ulteriormente alimentate dalle modifiche apportate a Palazzo Madama sulla parità di genere e sul numero delle sottoscrizioni necessarie per presentare le liste.

All’interno del centrodestra, Fratelli d’Italia punta a ottenere l’approvazione definitiva del testo, la Lega sostiene l’accordo raggiunto sulle preferenze, Forza Italia ribadisce la propria adesione alla riforma e Noi Moderati rivendica il ritorno della possibilità per l’elettore di scegliere i candidati, mentre Antonio Tajani, segretario nazionale di Forza Italia, ha escluso pubblicamente la presenza di franchi tiratori tra i parlamentari del proprio partito.

Sul versante opposto, il Partito Democratico di Elly Schlein prepara una battaglia che riguarda tanto l’impianto del premio quanto la qualità della rappresentanza, contestando la permanenza dei capilista bloccati e la rimozione delle precedenti garanzie sulla composizione di genere, mentre il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte concentra parte delle proprie obiezioni sulle condizioni di accesso alla competizione elettorale, in particolare sull’innalzamento delle firme richieste alle formazioni che non beneficiano delle esenzioni parlamentari.

Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa condividono queste contestazioni e hanno sostenuto, insieme a Pd e M5S, proposte emendative dirette a modificare il sistema delle preferenze, riequilibrare la rappresentanza di genere e intervenire sulle sottoscrizioni, sulle quali Riccardo Magi ha posto ripetutamente l’attenzione anche per le difficoltà che le nuove disposizioni potrebbero determinare alle formazioni politiche meno strutturate.

Italia Viva partecipa alla battaglia parlamentare contro la riforma, pur mantenendo una posizione autonoma su alcuni aspetti tecnici, come dimostra la scelta di non sottoscrivere gli emendamenti comuni relativi alla raccolta delle firme e alle pluricandidature, mentre Matteo Renzi ha contestato il ricorso al premio di governabilità e Maria Elena Boschi ha continuato a sostenere il principio delle preferenze, avanzando soluzioni differenti sulla rappresentanza di genere.

Azione, attraverso Carlo Calenda, ha invece annunciato il proprio voto contrario a un impianto che, secondo la posizione espressa dal partito durante il passaggio al Senato, continuerebbe a organizzare la rappresentanza politica attorno alla contrapposizione tra due grandi schieramenti, anziché favorire il superamento di una dinamica bipolare che il leader centrista considera uno dei limiti del sistema politico italiano.

Fuori da questo confronto tra maggioranza e campo progressista si colloca Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che ha già annunciato il voto contrario alla riforma, contestando soprattutto il mantenimento dei capilista bloccati e rivendicando un sistema di preferenze esteso a tutti i candidati, proposta avanzata anche attraverso un proprio emendamento.

Il risultato è un Parlamento nel quale le opposizioni convergono sul rifiuto del testo, pur partendo da obiezioni differenti, mentre la maggioranza si presenta con un accordo politico che dovrà trovare conferma nelle votazioni dell’ultima lettura.

Il retroscena su Meloni: «Sono giovane», il ritorno all’opposizione non sarebbe un tabù

Dietro la decisione di attribuire all’approvazione della legge elettorale il significato di una verifica politica per l’intera maggioranza si inserisce, tuttavia, un’indiscrezione che sposta il ragionamento ben oltre il risultato della votazione parlamentare, lasciando intravedere una possibile scelta della presidente del Consiglio qualora la riforma venisse affossata attraverso lo scrutinio segreto.

Secondo una ricostruzione riferita a colloqui riservati con alcuni suoi fedelissimi, Giorgia Meloni avrebbe messo in conto anche l’eventualità di lasciare Palazzo Chigi e tornare all’opposizione, facendo riferimento alla propria età e alla possibilità di affrontare una nuova fase politica senza considerare la perdita del governo come una prospettiva da escludere a priori.

Il senso della confidenza attribuita alla premier sarebbe quello di non rimanere alla guida di un esecutivo sostenuto formalmente dai partiti della coalizione, ma privato nei fatti della possibilità di realizzare una riforma elettorale concordata proprio con quelle stesse forze politiche, soprattutto se la bocciatura dovesse maturare attraverso voti espressi in forma anonima.

Un’indiscrezione che non equivale a una decisione già assunta e per la quale non risultano conferme pubbliche, ma che trova una significativa corrispondenza politica, limitatamente alle conseguenze attribuite alla mancata approvazione del provvedimento, nelle dichiarazioni pronunciate da Bignami.

Il capogruppo di Fratelli d’Italia ha infatti chiarito che persino l’approvazione delle pregiudiziali di costituzionalità avrebbe conseguenze analoghe a quelle di una fiducia respinta, pur affermando, nella medesima intervista, di ritenere che le elezioni si terranno alla naturale scadenza della legislatura.

La distinzione resta sostanziale: una cosa è la posizione pubblica della maggioranza, un’altra è il ragionamento che la presidente del Consiglio avrebbe sviluppato in privato, mettendo in conto la possibilità di interrompere anticipatamente la legislatura e affidare agli elettori la definizione di nuovi equilibri politici.

Se il voto segreto boccia la legge, che cosa succede? La differenza tra crisi politica e scioglimento delle Camere

Il passaggio più delicato dell’intero cronoprogramma riguarda proprio le possibili conseguenze istituzionali di una bocciatura, perché le tre questioni di fiducia che il governo sta valutando di porre sugli articoli della riforma producono effetti differenti rispetto alle votazioni a scrutinio segreto previste sulle pregiudiziali e sul testo finale.

Qualora l’esecutivo venisse battuto su una questione di fiducia formalmente posta, si aprirebbe una crisi parlamentare che comporterebbe le dimissioni del governo, mentre un voto contrario sulle pregiudiziali di costituzionalità o sull’intera proposta di legge non determinerebbe automaticamente lo stesso risultato, essendo l’articolo 94 della Costituzione esplicito nel distinguere il voto contrario su una proposta governativa dalla revoca del rapporto fiduciario.

In quest’ultimo caso, dunque, Meloni potrebbe prendere atto della sconfitta e proseguire la legislatura, oppure attribuire politicamente alla bocciatura il significato di una rottura del rapporto con la propria maggioranza e decidere di rassegnare le dimissioni.

È questa seconda eventualità a dare consistenza istituzionale al retroscena sulle elezioni anticipate, pur rimanendo indispensabile un ulteriore passaggio: la caduta del governo non coincide con lo scioglimento automatico del Parlamento, né la presidente del Consiglio può autonomamente fissare la data delle elezioni.

Le eventuali dimissioni aprirebbero infatti una fase affidata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale spetterebbe verificare, attraverso le consultazioni, se esista ancora una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un governo, anche differente da quello uscente, oppure se siano maturate le condizioni per interrompere anticipatamente la legislatura.

Soltanto all’esito di questo percorso, e nell’esercizio delle prerogative attribuite al capo dello Stato dall’articolo 88 della Costituzione, potrebbe essere disposto lo scioglimento delle Camere, con il successivo avvio degli adempimenti necessari per riportare il Paese alle urne.

Gennaio 2027, l’ipotesi delle elezioni anticipate e il ritorno al Rosatellum

L’eventualità di votare nel gennaio 2027, evocata dal quadro politico che accompagnerebbe una possibile crisi di governo, deve essere letta anche attraverso i tempi stabiliti dalla Costituzione, il cui articolo 61 dispone che le elezioni delle nuove Camere si svolgano entro settanta giorni dalla conclusione delle precedenti.

Una crisi aperta tra il 7 e l’8 ottobre, qualora fosse seguita da dimissioni immediate e da un altrettanto rapido scioglimento, porterebbe dunque il termine massimo per il ritorno alle urne ancora nel mese di dicembre; gennaio diventerebbe invece una possibilità temporalmente compatibile con uno scioglimento maturato più avanti, tra la seconda parte di ottobre e novembre, dopo il necessario confronto istituzionale al Quirinale.

Rimarrebbe poi un’altra questione destinata a incidere direttamente sulla successiva competizione elettorale: se la riforma venisse definitivamente respinta e il Paese tornasse al voto senza l’approvazione di una nuova disciplina, si voterebbe ancora con il Rosatellum, il sistema attualmente vigente che combina la rappresentanza proporzionale con i collegi uninominali maggioritari e che la proposta all’esame della Camera intende sostanzialmente superare.

La differenza riguarderebbe quindi non soltanto l’attribuzione dei seggi, ma anche la costruzione delle candidature, il rapporto tra liste e coalizioni e le modalità attraverso le quali i partiti dovrebbero organizzare la propria presenza territoriale.

Il calendario parlamentare che si apre oggi a Montecitorio presenta così due piani destinati a intrecciarsi: quello legislativo, che riguarda l’approvazione delle regole con le quali gli italiani saranno chiamati a eleggere il prossimo Parlamento, e quello politico, che investe la capacità dell’attuale maggioranza di confermare nelle votazioni le intese raggiunte tra le proprie componenti.

Meloni ha scelto di legare il destino del governo a una legge sulla quale il centrodestra si è già diviso una volta, ma il voto di fiducia non potrà sostituirsi interamente allo scrutinio segreto. Sarà questa la distinzione dalla quale dipenderà innanzitutto il percorso della riforma, mentre l’eventuale apertura di una crisi e il ritorno anticipato alle urne rimangono ipotesi successive, subordinate alle scelte politiche della presidente del Consiglio e alle prerogative costituzionali del capo dello Stato.

L’8 ottobre, dunque, il Parlamento potrebbe concludere l’esame della legge elettorale. Oppure aprire una vicenda politica differente, nella quale il calendario delle votazioni lascerebbe il posto a quello delle consultazioni al Quirinale.