Graziano sogna la candidatura in Parlamento sulle macerie del Pd calabrese

Dall'inizio del 2019 è commissario del partito, con la Calabria unica regione italiana dove i democrat non hanno un segretario eletto a causa dello scontro tra correnti che non sono mai riuscite a trovare una sintesi. Ecco la cronistoria di un fallimento che continua (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Alessia Bausone
27 settembre 2020
12:50
Stefano Graziano
Stefano Graziano

Era il 19 gennaio 2019 quando il consigliere regionale del Pd della Campania Stefano Graziano veniva nominato dall’allora presidente nazionale dem Matteo Orfini commissario regionale della federazione calabrese. La Calabria era ed è l’unica regione italiana in cui il Pd è commissariato dal Nazareno a causa dello sfacio tra correnti che non son mai riuscite a trovar una sintesi.

 

Esposito rifiuta, Graziano accetta

Inizialmente come commissario regionale venne indicato il torinese ex senatore ed ex assessore della giunta capitolina guidata da Ignazio Marino, Stefano Esposito che, però, rifiutò la “patata bollente” Pd Calabria appena annusata la situazione “faidistica”. 

Più impavido fu Stefano Graziano che dal 2008 al 2013 è stato deputato del Pd, dal 2013 al 2015 consigliere della presidenza del consiglio dei ministri per l’attuazione del programma di governo (sia con Enrico Letta che con Matteo Renzi), presidente del Pd Campania fino al 2016, consigliere regionale del Pd con Vincenzo De Luca dal 2015 a pochi giorni fa.

«Sono stato nominato dal partito nazionale come commissario del #PartitoDemocratico in #Calabria. Mi attende un compito delicato. Rilanciare il Partito dopo la sconfitta alle politiche del 4 marzo e creare le condizioni per lo svolgimento del congresso, che, come in #Campania, avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con quello nazionale», scrisse lo stesso Graziano su Facebook appena ricevuto l’incarico calabrese. Peccato che la tanto decantata azione di rilancio non ci sia stata e questi suoi quasi due anni da commissario sono stati dettati da profondo immobilismo e debacle elettorali.

 

Il Pd a guida Graziano colleziona flop

Le elezioni regionali hanno mostrato la plasticità del gioco delle tre carte giocato dal Pd per silurare lo “scomodo” Mario Oliverio e la sua corrente. Già, perchè è nel gioco di intrecci e veti correntizi che si è conclusa la partita elettorale.

«Niente signori di tessere e clientele, nessuno anche solo sfiorato da guai giudiziari. Altrimenti potete trovarvi un altro candidato governatore», tuonò Pippo Callipo, allora candidato governatore del Pd, definito da Graziano “l’Adriano Olivetti calabrese”. Peccato che tolti gli “impresentabili” (secondo la dottrina Callipo), dentro le sue liste sono finiti (e poi sono stati ovviamente eletti) i loro alter-ego che, unitamente ai maggiorenti direttamente espressione di correnti nazionali (facenti capo ad Andrea Orlando, Dario Franceschini e Luca Lotti) oggi formano il gruppo consiliare del Pd. Il cambiamento annunciato? Può aspettare, l’importante è mantenere gli equilibri di partito.

Anche per questo probabilmente Callipo, tra gaffe e giochetti a suo danno, ha salutato tutti dopo pochi mesi rassegnando le dimissioni. «Gli chiedo di non privare il popolo calabrese della sua azione e della sua concretezza» disse Graziano, ricevendo sostanzialmente una pernacchia. 

Non è andata meglio alle recenti elezioni amministrative dove il Pd a San Giovanni In Fiore, patria dell’ex governatore Mario Oliverio, non è arrivato nemmeno al ballottagio, mentre a Serra San Bruno, fortino dell’ex deputato Brunello Censore e del consigliere regionale Luigi Tassone, l’accorduni con Forza Italia non ha retto e a vincere è stato il civico Alfredo Barillari. 

A Cinquefrondi, dove il Pd si presentava con una lista civica sostenuta anche dal centrodestra, è stato, addirittura, scalzato a sinistra da Michele Conia, vicino a Luigi De Magistris.

 

A Crotone la figuraccia più grande

Nella città pitagorica, dopo un lungo braccio di ferro con il commissario provinciale Franco Iacucci sull’alleanza dei dem con l’ormai ex “reuccio” di Via Firenze, Enzo Sculco, alla fine il Pd non si è nemmeno presentato, mentre il presidente del partito Mario Galea la segretaria cittadina Antonella Stefanizzi si sono candidati a sostegno degli sculchiani fregandosene dei diktat di partito.

Quest’ultima, lo si ricorderà, era stata commissariata l’estate prima da Stefano Graziano. Un commissariamento durato soli 5 giorni in cui il commissario regionale è stato accusato di tutto dai dem locali, dall'autoritarismo al sessismo. A cui va aggiunta la nota vicenda delle fantomatiche 300 tessere riconsegnate per protesta di quella che era ritenuta una ingerenza dall’alto.

Revocato il commissariamento, la Stefanizzi dichiarò: «A Crotone il partito c’è ed è vivo più che mai, e la vicenda di questi giorni lo ha plasticamente dimostrato», mentre a febbraio di quest’anno rilanciò: «Il Pd deve ritornare ad essere protagonista di un rilancio positivo della città». Parole di circostanza perchè ad essere protagonista, solo pochi mesi dopo, sarà soltanto lei che, candidata con la lista “riformisti per Crotone” a sostegno del candidato di Enzo Sculco, pare che entrerà in consiglio comunale solo se vincerà il candidato di centrodestra al ballottaggio.

Graziano chiederà di votare Forza Italia per far entrare nell’assise la segretaria cittadina del Pd? Si attendono lumi.

 

Pd in frantumi anche a Catanzaro e Vibo Valentia

A Catanzaro il Pd ha raggiunto lo stato gassoso da tempo. Dopo aver, di fatto, rieletto Sergio Abramo per la quarta volta ora, alla luce della non possibile ennesima ricandidatura dell’attuale presidente della provincia, i dem si trovano abbastanza spaesati. Lo scorso giugno fu annunciata la nomina di un portavoce unico dei sedicenti “circoli Pd”. Sono passati 4 mesi.

Il segretario provinciale del Pd Gianluca Cuda, rimasto fuori dal consiglio regionale per pochi voti, è nel mirino di molti esponenti di spicco. «Come possiamo essere contenti di un segretario provinciale che perde tutte le elezioni da quando è in carica, inclusa la sua in Regione?», confida un dirigente.

Nel consiglio comunale del capoluogo la situazione è ancora peggiore. Il candidato sindaco del centrosinistra alle amministrative del 2017, già consigliere e assessore regionale, vicepresidente del consiglio regionale del Pd, Vincenzo Ciconte, l’anno scorso ha salutato tutti annunciando la sua “svolta occhiutiana” virando a destra (e sostenendo la Lega alle ultime regionali). Lo stesso fece il capogruppo Pd a Catanzaro, Lorenzo Costa, detto maliziosamente “Costa crociere” per la capacità di cambiare bandiera politica. Attualmente è capogruppo di Officine del sud, il movimento dell’ex capogruppo in Regione Calabria di Forza Italia Claudio Parente. Tutto nella stessa consiliatura. Commenti da Graziano? Totale Silenzio.

A Vibo Valentia, dove l’amministrazione targata Forza Italia a guida Maria Limardo continua a vacillare, il Pd non fa opposizione semplicemente perchè non c’è. La coalizione “Nuove prospettive” che si presentò nel maggio 2019 e guidata dall’attuale capogruppo dem Stefano Luciano si è sciolta come neve al sole. Subito dopo le amministrative la lista civica “Vibo Unica” è planata nel Partito Democratico con il placet di Stefano Graziano. Un gesto coraggioso in un periodo in cui tutti volevano uscirne, compresi, però, quelli appena entrati.

L’ormai ex consigliere comunale Alfredo Lo Bianco è stato arrestato nel maxi blitz Rinascita-Scott e dopo un periodo ai domiciliari si è dimesso dal consiglio comunale (e dal Pd) e a lui è subentrata Laura Pugliese che di aderire al Pd non ci pensava proprio. Il consigliere comunale Giuseppe Russo lo scorso febbraio ha aderito al gruppo misto e poi a Forza Italia dopo aver apertamente fatto campagna elettorale alle regionali con l’Udc. Azzurra Arena è uscita dal Pd per andare nel gruppo misto, mentre Marco Miceli è uscito dal Pd per costituire il gruppo “Vibo Democratica” in dissenso con il capogruppo Stefano Luciano che a tener le redini della sua coalizione (e del gruppo Pd in consiglio) non c’è proprio riuscito, nonostante la “copertura” politica proprio di Stefano Graziano. 

 

Mea culpa o mea poltrona?

Di congresso regionale del Pd Stefano Graziano non ne parla minimamente se non in qualche pubblico annuncio spot per quietare gli animi più esagitati. Non ci sono le condizioni politiche ma, da qualche giorno, c’è un desiderio: succedere ad Alfredo D’Attorre che da commissario regionale del Pd trovò un posto sicuro in Parlamento proprio in Calabria nel 2013.

Già, perchè Stefano Graziano non è stato rieletto consigliere regionale in Campania nel collegio di Caserta, nonostante fosse sostenuto dai big locali del suo partito a partire dal sindaco di Caserta e presidente dell’Anci Campania, Carlo Marino, dal vicesindaco Franco De Michele, presidente dell’Ente Idrico e dal consigliere comunale e membro del C.d.a. del Consorzio Asi, Gianni Comunale.

Ironia della sorte, il seggio a Graziano è stato scalzato da un altro consigliere uscente che di cognome fa Oliverio (Gennaro).

Non è peregrina l’ipotesi che Graziano, ex presidente della commissione regionale sanità della Campania, non ritenti la planata parlamentare in una Regione dove la sanità ha portato fortuna a molti politici, con buona pace dei calabresi.

 

Giornalista
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