Università, Sarro (Idm): «No al diritto allo studio differenziato tra Nord e Sud»

La dirigente di Italia del Meridione: «Il governo redistribuisca le risorse in modo adeguato ai reali fabbisogni di ogni territorio»

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4 aprile 2019
15:00
L’aula di un ateneo
L’aula di un ateneo

di Daniela Sarro*

 

Nelle università italiane è già tempo di preiscrizioni (o ammissione anticipata) e molte di esse fanno i conti con le risorse disponibili per il conferimento delle prossime borse di studio. Buona parte di dette risorse provengono dal Fis (Fondo integrativo statale per la concessione di borse di studio). Anche per il 2018 l’attuale governo giallo-verde ha ritenuto di utilizzare i criteri di riparto stabiliti dal Decreto Interministeriale n.798 dell’11 ottobre 2017. In base ad esso il fabbisogno delle regioni in materia di diritto allo studio viene determinato utilizzando “valori standard” di riferimento che tengano conto (tra gli altri), in valori assoluti, del numero di studenti, per ciascuna regione, idonei a ricevere il contributo e del numero di posti letto assegnati dalla stessa regione a studenti fuori sede.

 

Appare evidente come già il solo riferimento a “valori standard” sia di per sé foriero di discriminazioni e disuguaglianze, posto che ben pochi sono i settori universitari nei quali si possa parlare di livelli standard e omogeneità tra i diversi atenei italiani. Ne sanno qualcosa gli studenti del meridione che spesso, con alle spalle immensi sacrifici da parte delle famiglie, decidono di lasciare la propria terra per studiare in quelle città del centro-nord (sempre più del nord) nelle quali l’intero sistema universitario (e quello lavorativo poi) possano davvero ripagare e dare un senso ad anni di studio e sacrificio. Del costante calo delle immatricolazioni negli Atenei del sud (e della Calabria in particolare), si parla ormai da tanto ed è sotto gli occhi di tutti come questo comporti una minore acquisizione e disponibilità di risorse (umane e finanziarie), risorse che vengono “trasferite” al nord il quale beneficia, così, di un bacino di utenti (e di introiti) sempre più consistente.

 

A fronte di una ormai purtroppo consolidata tendenza all’emigrazione culturale dei giovani e del conseguente svuotamento culturale e finanziario degli atenei del meridione, ci si aspetterebbe che una politica attenta ed egualitaria, rispettosa del paese nella sua interezza e nella sua dimensione di nazione, cercasse di porre rimedio al fenomeno, incentivando le iscrizioni dei ragazzi presso le università del sud attraverso, tra le altre cose, la previsione di un maggior numero di borse di studio che possano attrarre iscritti ed invertire, o quantomeno fermare, un trend pericoloso e penalizzante per l’intero meridione.

Al contrario, invece, assistiamo ad una continua erosione del diritto allo studio e, in particolare, della sua uguale valenza sul territorio nazionale.

 

Anche questo governo non fa nulla contro, anzi agevola, l’affermarsi di università (e quindi di studenti e quindi di cittadini) di serie A e di serie B. Erogare le borse di studio sulla base del numero degli idonei (che non sono proporzionalmente distribuiti tra le varie regioni) o del numero di posti letto assegnati dalla regione, vuol dire già premiare le regioni più virtuose e penalizzare, lentamente ma in modo costante, quelle che più avrebbero bisogno di essere sostenute e guidate verso un percorso di crescita e miglioramento. Prevedere, poi, addirittura una “quota premiale” per quelle regioni che con maggiori risorse proprie finanzino borse di studio, conferma, ove ce ne fosse bisogno, la totale miopia di coloro che ci governano.

 

Le “risorse proprie”, difatti, provengono in buona parte dal Ffo (Fondo di finanziamento ordinario) che ogni anno le Università ricevono dallo Stato e la percentuale assegnata agli Atenei dipende da numerosi indicatori, tra i quali (anche qui) troviamo una “quota premiale” (a vantaggio quindi, per sua natura, delle università già virtuose) ed una quota rilevante determinata dal “costo standard per studente”, che tiene conto, tra l’altro, delle dimensioni dell’Ateneo e dei diversi contesti economici e territoriali in cui opera. Anche in questo caso, dunque, con il chiaro intento di favorire i grandi Atenei del nord, si riduce l’ammontare dei trasferimenti a molti Atenei del meridione, i quali vengono successivamente, ancora, penalizzati in quanto, avendo a disposizione esigue “risorse proprie”, difficilmente potranno, attraverso queste, finanziare borse di studio in autonomia.

 

È quindi una spirale punitiva quella innescata dai Governi passati e rimarcata da quello attuale che dimostra e conferma l’intento, neanche troppo nascosto, di voler ancora una volta dividere il paese, distinguere e trattare i cittadini in base all’area geografica di appartenenza, creando una pericolosa contrapposizione fra “sommersi e salvati”, senza alcun riguardo verso i dettami costituzionali che pure richiamano continuamente, in diversi articoli della nostra Carta, al principio di uguaglianza come presupposto fondamentale ed imprescindibile per ogni crescita civile ed economica di una nazione.

 

L’Idm auspica, anche sulla scia delle rivendicazioni portate avanti da alcune regioni al tavolo della Conferenza Stato-Regioni dello scorso novembre, che questo governo prenda atto della colpevole disparità di trattamento esistente da anni fra i diversi Atenei italiani e decida, partendo proprio dall’istruzione universitaria (volàno indispensabile di crescita e sviluppo), di intraprendere un percorso di redistribuzione di risorse in modo adeguato ai reali fabbisogni di ogni territorio, proprio nel rispetto del già citato principio di uguaglianza, di quell’uguaglianza sostanziale che affida allo Stato il compito di eliminare ogni ostacolo e creare le condizioni affinché ogni cittadino possa, a prescindere dalla regione di appartenenza, beneficiare di uguali diritti e possibilità.

 

*Dirigente provinciale Italia del Meridione

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