L’iniziativa

A Corigliano-Rossano raccolta firme per l’eutanasia, la testimonianza: «La vita non può essere una tortura»

VIDEO | Il racconto nell'ambito della raccolta firme dell’Associazione Coscioni: «Si tratta di portare avanti dei principi di libertà»

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di Matteo Lauria
14 settembre 2021
14:11

Il difficile confine tra il diritto alla vita e la tormentata decisione di staccare la spina per i malati terminali o in stato vegetativo. Prosegue la battaglia popolare dell’Associazione Luca Coscioni che sta continuando la raccolta di firme per un progetto di legge di iniziativa popolare di rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia. 4 articoli normativi in cui si afferma che ogni cittadino può rifiutare l’inizio o la prosecuzione di trattamenti sanitari, nonché ogni tipo di trattamento di sostegno vitale o di terapia nutrizionale.

La raccolta firme nel Cosentino

Paola Barillà è una giovane attivista dell’associazione Coscioni, vive a Reggio Calabria, crede fermamente in questa battaglia e porta avanti le ragioni di una lotta contro sofferenza. Gira in lungo e in largo la Calabria e, domenica scorsa, si è recata a Corigliano-Rossano (Piazza B. Le Fosse) per la prosecuzione delle attività. «Si tratta di portare avanti dei principi di libertà e di poter consentire alle persone di poter scegliere della propria vita fino alla fine, senza necessariamente trasferirsi in altri Paesi con tanto di aggravio dei costi». I risultati finora raggiunti hanno superato ogni aspettativa: ben 800mila firme raccolte, rispetto alle originarie previsioni di 500mila.


L'eutanasia legale

Da cattolica, una donna rossanese, racconta una storia di vita vissuta e rivendica il diritto di non soffrire. «Dio ci dice di non soffrire», afferma con tono affranto per la perdita recente di un proprio caro. «Ho perso da qualche mese mio fratello affetto da una neoplasia, tra l’altro di professione medico. Ha lottato tantissimo fino alla fine, ma non si vince contro alcuni mali terribili come il cancro». È una delle tante vittime del Sud che ha cercato di salvarsi in strutture sanitarie del Nord, ma non ce l’ha fatta. I sanitari, tuttavia, hanno adottato quelle tecniche di accompagnamento psicologiche alla morte. «Certi vissuti, racconta la donna, colpiscono le coscienze, e solo allora ci si rende conto che l’eutanasia è un diritto alla vita, perché la vita può essere sofferenza ma non è tortura!». Un’altra testimonianza rileva come in Italia vi siano migliaia di famiglie coinvolte con pazienti in stato vegetativo, molte delle quali decidono di lasciare l’Italia e recarsi all’estero dove l’eutanasia è consentita. «Lo Stato italiano non consente di farlo, mentre in larga parte dei Paesi europei tutto questo è possibile», riferisce». Tanti i cittadini che si sono recati a firmare a Corigliano-Rossano, gli organizzatori si ritengono soddisfatti.      

Giornalista
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