Dalla Calabria una nuova speranza per la cura della leucemia, ecco lo studio

È stato condotto dall'Università di Catanzaro. Al centro un nuovo anticorpo monoclonale in grado di riconoscere un particolare sottogruppo di leucemia acuta, quella e di attivare la risposta immunitaria dell’organismo (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Redazione
24 maggio 2021
12:46

Un nuovo anticorpo monoclonale umanizzato è in grado di riconoscere un particolare sottogruppo di leucemia linfoblastica acuta, quella di tipo T, e di attivare la risposta immunitaria dell’organismo per contrastarla. Lo studio è stato condotto dall’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro in collaborazione con il Centro di ricerca Tettamanti di Monza e con vari altri centri italiani e internazionali.

Lo studio - spiega un comunicato - i cui risultati sono pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Journal for ImmunoTherapy of Cancer, è stato supportato dall’acceleratore di progetti biotech italiani BiovelocITA, e anche dall’associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (progetto cofinanziato Airc/CArical), dalla Fondazione Alessandro Maria Zancan ONLUS “GrandeAle ONLUS” e da TRANSCAN-2 Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica.


Pierfrancesco Tassone, responsabile dell’Unità di oncologia medica traslazionale dell’Università Magna Graecia di Catanzaro commenta: «Diversi anni fa, nei nostri laboratori, abbiamo scoperto un nuovo bersaglio antigenico specificamente espresso da cellule di leucemia acuta di tipo T (T-ALL) e su di esso abbiamo generato un nuovo anticorpo monoclonale umanizzato e un suo derivato ingegnerizzato bi-specifico, chiamato Bispecific T Cell Engager (BTCE), capace di attivare una potente risposta immunitaria citotossica. È un nuovo agente terapeutico molto promettente per il trattamento di leucemie pediatriche e dell’adulto del tipo T meritevole di sviluppo clinico a tempi brevi».

I ricercatori dell’Università di Catanzaro hanno infatti generato, a partire dalla singola molecola di UMG1, un anticorpo monoclonale ingegnerizzato bi-specifico in grado di migliorare ulteriormente la funzione citotossica di UMG1 reclutando i linfociti T del sistema immunitario direttamente sulle cellule tumorali bersaglio per l’induzione di un potente effetto antitumorale. L’efficacia di UMG1 e del suo BTCE ingegnerizzato è stata dimostrata anche in modelli murini aprendo quindi alla possibilità futura di impiego clinico sia in pazienti pediatrici che adulti con la T-ALL. 

Si tratta infatti  - spiegano i ricercatori - di una malattia molto aggressiva e orfana per la quale non sono ancora disponibili validi approcci terapeutici, soprattutto per i pazienti recidivati o resistenti alla terapia standard, a causa della mancanza di antigeni efficaci come bersagli e di immunoterapici attivi. Giuseppe Gaipa, responsabile dell’Unità di citometria e terapia molecolare del Centro di ricerca Tettamanti aggiunge: “Nel caratterizzare l’anticorpo monoclonale, chiamato ahuUMG1, generato nei laboratori dell’Università di Catanzaro, abbiamo scoperto che quest’ultimo riconosce in modo specifico più dell’80% dei pazienti con un particolare sottotipo di leucemia linfoblastica acuta di tipo T (T-ALL). Questa ‘capacità diagnostica’ si associa inoltre ad una funzione terapeutica di uccisione delle cellule leucemiche grazie alla collaborazione dell’anticorpo con le cellule natural killer presenti nel nostro sistema immunitario”.

La leucemia linfoblastica acuta è un tumore del sangue che origina da un tipo particolare di globuli bianchi, chiamati linfociti, ed è definita "acuta" perché caratterizzata da un'elevata aggressività.In questa patologia un linfocita B o T immaturo va incontro a una trasformazione tumorale: i processi di maturazione che portano al linfocita "adulto" si bloccano e la cellula comincia a riprodursi più velocemente invadendo il sangue e raggiungendo anche i linfonodi, la milza, il fegato e il sistema nervoso centrale.La leucemia linfoblastica acuta è il tumore più frequente in età pediatrica, costituendo in questa fascia di età l'80% delle leucemie e circa il 25% di tutti i tumori diagnosticati tra 0 e 14 anni. La massima incidenza si registra tra i due e i cinque anni, per poi calare con l'aumentare dell'età.

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