«Il mio viaggio della speranza su un’ambulanza “carro bestiame”»

Il racconto di un catanzarese in attesa di trapianto di cuore trasportato dall'ospedale Pugliese a Napoli a bordo di un mezzo fatiscente: «Autisti senza soldi per il pedaggio autostradale, ho dovuto pagare io»

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di A. S.
8 aprile 2019
13:05

Un viaggio della speranza, l’ennesimo, di un figlio della nostra terra. Un cammino verso la rinascita che assume contorni grotteschi e quasi comici, se non fosse che di mezzo c’è la vita di una persona appesa a un trapianto che aspetta da tempo. Michele Scarfone è un catanzarese in lista d’attesa per ricevere un cuore nuovo, il suo fa le bizze, è necessario un intervento che gli restituisca la vita. Qualche giorno fa riceve la tanto agognata telefonata segnata da «euforia e sconforto», come lui stesso scrive in un post su Facebook da cui emerge l’ennesimo spaccato di una sanità regionale allo sbando, con ambulanze «carri bestiame» fredde e malandate, autisti senza soldi per pagare il pedaggio autostradale e una conclusione che non ha bisogno di commenti: «Ci si rende conto delle condizioni della nostra sanità solo quando sei costretto a curarti fuori regione, perché altrimenti credi che questa sia la normalità».


Questo è il racconto integrale della sua incredibile esperienza:

 

«Qualche giorno fa ho provato l’ebbrezza della telefonata con la quale mi si annunciava della possibilità del trapianto di cuore perché c’era la disponibilità di un organo compatibile. Un candidato a trapianto cardiaco aspetta questa telefonata con impazienza perché si intravede la possibilità di una qualità della vita sicuramente diversa. I sentimenti che si scatenano in quel momento vanno dall'euforia allo sconforto passando per la paura, ma è sicuramente nulla rispetto a quello che ti aspetta.


Ore 20.58 telefonata dal Centro Trapianti di Udine con la quale mi prescrivono di non mangiare e non bere e si informano delle mie condizioni generali. Accertato che non sussistono impedimenti mi rimandano ad una telefonata di conferma dopo un’ora.


Ore 22.05 telefonata di conferma e da quel momento sono nelle mani del Centro Trapianti della Calabria che da lì ad un’ora mi dovrebbe dare le disposizioni. Nel frattempo finisci di preparare le valige già pronte come si usa per una partoriente.


Ore 23.42 il Centro Trapianti della Calabria mi informa che l’eliambulanza non può decollare per l’allerta meteo e che mi trasferiranno all'aeroporto di Capodichino con un’ambulanza. Devo recarmi all'Ospedale Pugliese dove mi aspetta un’ambulanza. Carichiamo le valige in macchina e partiamo alla volta dell’ospedale.


Ore 00.10 il Centro Trapianti mi ritelefona per confermare che l’ambulanza è in attesa. Arrivati all'ospedale entro dentro credendo di trovare qualcuno che mi desse indicazioni, ma niente. Dopo un po’ torno sul piazzale ed intravedo un signore vicino ad un’ambulanza. Chiedo se l’ambulanza in attesa per me fosse quella e mi risponde affermativamente. Fa accomodare me e mia moglie dentro l’ambulanza e rimaniamo in attesa di non so cosa. Definirla ambulanza è una forzatura, meglio definirla un carro bestiame: sporca con due sedili di cui un rotto e già da fermo mi rendo conto che sarà un viaggio terribile.


Ore 00.25 finalmente si parte. Dopo poco ci fermiamo perché l’ambulanza deve fare rifornimento. Vi sembra normale che un’ambulanza del 118 non abbia carburante? Il tempo di completare il rifornimento e si riparte. Come era facilmente prevedibile nel “carro bestiame” il frastuono è indescrivibile, trema tutto ed il mio sedile, quello rotto, mi fa andare da una parte all'altra. La temperatura è uguale a quella esterna, lo faranno per mantenere il paziente bello tonico, quasi ibernato.


Ore 00.26 ricevo un Sms con il quale il Centro Trapianti mi chiede se sono in viaggio per Napoli. Lo chiede a me e non all'autista dell’ambulanza. Arrivati all'ospedale di Lamezia sale a bordo un secondo autista e prendiamo l’autostrada. Il viaggio è un incubo, ma va bene lo stesso. Sto andando verso una nuova vita. Dopo qualche ora l’ambulanza si ferma e gli autisti scendono per andare al bar. Sicuramente questo fa parte della procedura. Comunque dopo un po’ si riparte. Arrivati all'uscita per Napoli, al casello dell’autostrada c’è da pagare il pedaggio, ma gli autisti non hanno spiccioli e rimaniamo lì a perdere tempo fino a quando mi accorgo di quello che stava accadendo e mi offro di pagare io.


Ore 04.30 arriviamo all'aeroporto. Io e mia moglie siamo provati dal viaggio, ma comunque siamo arrivati e li mi aspetta l’aereo (?). I due autisti non sanno cosa devono fare, dove devono lasciarci, chi contattare. A questo punto io, il “paziente”, scendo dall'ambulanza e vado all'ufficio informazioni. Le ragazze dello sportello si attivano immediatamente e dopo poco arriva il pilota dell’aereo che mi dovrà portare a Venezia. A quel punto penso: - è fatta -. Non è così. Il Centro Trapianti ha comunicato ai piloti che il nostro arrivo era previsto intorno alle 05.30 e quindi il piano di volo concordato prevede il decollo alle 05.30. Attendiamo pazientemente che il tempo passi e finalmente ci imbarchiamo. L’aereo è bellissimo: 8 posti, sedili in pelle comodissimi, interni in radica. Da Vip.


Ore 05.30 si decolla alla volta di Venezia. Il volo ultra confortevole e pilota bravissimo. Arriviamo a Venezia che già albeggia.


Ore 06.30 atterraggio. Ad aspettarci un mini bus che ci porta in aeroporto dove ad aspettarci c’è un operatore della Cri di Udine. Saliamo su un’auto medica e partiamo a razzo verso Udine. L’auto è una Renault molto confortevole, fornita di collegamento radio con la centrale, navigatore e telepass. L’autista si inchioda a 140 km/h con lampeggianti accesi fino a quando non arriva a Udine.


Ore 07.45 arrivo in reparto. Mi viene incontro il cardiochirurgo che mi informa che il cuore, dopo l’espianto, si era rivelato non in buone condizioni e quindi non trapiantabile.


Fine dell'episodio, ma l’Odissea è appena iniziata.


Sicuramente con l'eliambulanza sarebbe stato un altro viaggio, ma rimane il fatto che ambulanze in quelle condizioni non possono e non devono circolare. Ci si rende conto delle condizioni della nostra sanità solo quando sei costretto a curarti fuori regione, perché altrimenti credi che questa sia la normalità».

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