Ospedale di Praia, il sindaco di Santa Maria del Cedro: «Basta aspettare, riapriamolo»

VIDEO | Il primo cittadino chiede di far rispettare la legge e attuare la sentenza, emessa dal Consiglio di Stato nel 2014, che aveva annullato gli atti della riconversione in casa della salute

di Francesca  Lagatta
17 aprile 2020
17:05

Cinque anni e 11 mesi. Tanto è passato da quel 20 maggio 2014, quando la terza sezione del Consiglio di Stato pronunciò la sentenza esecutiva ed inoppugnabile che annullava gli atti della riconversione in casa della salute dell'ex ospedale civile di Praia a Mare, avvenuta il primo aprile 2012. Ma ad oggi la struttura sanitaria praiese è ancora a tutti gli effetti legge un capt (centro di assistenza primaria territoriale) e quanto stabilito dai giudici non è stato mai attuato. Per questo oggi il sindaco di Santa Maria del Cedro, Ugo Vetere, torna a chiedere l'effettiva riapertura dell'ospedale e spedisce gli atti ai vertici della politica e della sanità, affinché si prendano provvedimenti. Il primo cittadino, inoltre, ha annunciato di aver inoltrato una fitta documentazione anche alla magistratura per capire se la mancata attuazione della sentenza possa avere anche delle responsabilità penali.

La chiusura e la sentenza mai rispettata

I giudici del Consiglio di Stato scrissero che la chiusura del nosocomio di Praia, intesa come smantellamento della rete di emergenza e urgenza, aveva provocato il preoccupante abbassamento dei livelli essenziali di assistenza lungo l'alto Tirreno cosentino, una striscia di terra di 60 chilometri, che conta numerose comunità marine e montane. Dopo la chiusura dell'ospedale, il presidio pubblico più vicino è a Cetraro e in caso di emergenza le distanze diventano enormi. Dal borgo di Aieta, ad esempio, in condizioni normali i tempi di percorrenza si dilatano fino a un'ora, tempi che si allungano ancora di più nel periodo estivo o in caso di condizioni meteo avverse. Per questo i giudici avevano annullato in toto la disposizione di blocco contenuta nel decreto n° 18 del 22 ottobre 2010, emanata dall'allora presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti nella veste di commissario ad acta alla sanità. Ma per ragioni ancora sconosciute ai più, la sentenza passata in giudicato non è mai stata veramente presa in considerazione da nessuno dei commissari ad acta, commissari straordinari e dirigenti della sanità calabrese che si sono susseguiti negli ultimi sei anni. Ad oggi, l'ospedale di Praia a Mare ufficialmente non esiste.

La provocazione del sindaco Vetere

«Questa storia dovrà finire presto, con o senza l'intervento della presidente della Regione, dei consiglieri e dei sindaci del territorio». Ugo Vetere ha intenzione di risolvere la questione, con qualsiasi mezzo, e non ne fa mistero. Dice che l'emergenza coronavirus ci ha messo tutti di fronte all'evidenza di una sanità ridotta all'osso e la lotta per il diritto alla salute non è più rinviabile. Niente e nessuno deve girare dall'altra parte, soprattutto la politica che in questi anni ha fatto poco o nulla per fermare lo scempio. «Ai consiglieri regionali, di oggi e di ieri, chiedo di venire qui, a vedere questo ospedale, non per fare sfilate, ma solo per aiutarci a riaprirlo». Il sindaco chiede una lotta unanime, senza colori di partito, per spingere il commissario Saverio Cotticelli a far rispettare la legge. Com'è noto, la sanità calabrese è commissariata e per questo i poteri decisionali sulla sanità, sulla carta, spettano al commissario ad acta. «Se l'ospedale di Praia ad oggi non è stato riaperto - dice Vetere - è colpa sua, e prima ancora di quelli che lo hanno preceduto».

«Il sistema sanitario non funziona»

«Nel 2008 mio padre ebbe un incidente - afferma commosso il primo cittadino  - e già all'epoca la famiglia provò sulla propria pelle l'inefficienza del sistema sanitario calabrese». Fu un'esperienza che lo ha turbato profondamente: «Chiamammo l'ambulanza ma non arrivò mai perché l'incidente avvenne a cavallo di un cambio turno, così 45 minuti dopo lo caricammo in macchina e ci fermammo nelle struttura sanitaria più vicina, nella clinica privata di Belvedere Marittimo. Il personale lo stabilizzò e gli salvò la vita, ma la Rianimazione non c'era e si decise il trasferimento in elisoccorso, benché mio padre fosse in pericolo di vita». Ma non c'era un posto in tutta la regione.

 

«Come è scritto sul referto, furono contattati gli ospedali calabresi di Cetraro, Catanzaro, Cosenza, Lamezia, Castrovillari e Crotone, ma anche quello di Vallo della Lucania, in Campania, e quelli di Potenza e Lagonegro in Basilicata. Dopo 4 ore di tentativi, mio padre fu trasferito nell'unico ospedale disponibile al ricovero in Rianimazione, e cioè nell'ospedale di Reggio Calabria». C'è un motivo ben preciso se racconta pubblicamente questo fatto doloroso: «Nel 2008 ancora non erano stati varati i piani di rientro e in teoria eravamo nel pieno dello spreco. Ma in realtà la sanità non funzionava già all'epoca, figuriamoci oggi. Questo territorio ha bisogno dell'ospedale di Praia a Mare e ormai non possiamo più aspettare».

 

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