Vaccini e rischio trombosi, il medico: «Casi rari, ecco cosa sono e come intervenire»

VIDEO | Parla Carlo Bova, direttore dell'Uoc Valentini dell'ospedale di Cosenza. Effetti collaterali, reazioni avverse e inutili precauzioni: tutto quello che c'è da sapere

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di Alessia Principe
29 aprile 2021
11:36

La campagna vaccinale che ha visto in prima battuta il vaccino AstraZeneca usato a tappeto sulla popolazione, ha provocato un’ondata di paura dopo la segnalazione di alcuni casi di trombosi. Ma di cosa parliamo esattamente e, soprattutto, in caso di insorgenza di sintomi particolari, queste sindromi possono essere curate? A chiarire ogni dubbio è il dottor Carlo Bova, direttore dell’Uoc “Valentini” dell’ospedale di Cosenza. A lui si deve il “Bova score”, cioè l’individuazione di un punteggio di rischio che si applica ai pazienti con embolia polmonare e che aiuta segnalare i soggetti maggiormente a rischio che possono, così, curarsi con una terapia più efficace.

Dottor Bova, cosa sono queste trombosi “da vaccino”?
«Le trombosi usuali e le embolie polmonari che siamo abituati a trattare non sono più frequenti nei pazienti vaccinati con Astrazenca e J&J (i vaccini a vettore virale, cioè che contengono il virus depotenziato NdR), rispetto alla popolazione generale. Il problema nasce da una rarissima forma di trombosi che si manifesta in sedi atipiche, che colpisce i seni venosi del cervello o la vena porta del fegato, che può associarsi anche a embolie polmonari, e si accompagna ad una significatica riduzione delle piastrine e a fenomeni emorragici gravi. Si tratta di una malattia che è stata individuata da due gruppi studi, olandesi e tedeschi, e pubblicata sul New England journal of medicine.


Con che frequenza si manifestano?
«Sono molto rare, si manifestano in un anno su circa 3/4 pazienti su un milione. Nel caso del vaccino AstraZeneca la frequenza è più elevata, parliamo di 1 caso su 100mila, comunque si tratta di eventi molto rari che quasi sempre hanno interessato soggetti sotto i 60 anni e di sesso femminile. Adesso che il vaccino a vettore virale è stato sconsigliato alle donne under 60, il problema credo sia sostanzialmente risolto».

Perché le più colpite sono le donne?
«È una bella domanda a cui nessuno fino a questo momento ha dato una risposta certa. La spiegazione potrebbe risiedere nelle differenze che esistono tra il sistema immunitario maschile e quello femminile».

Qual è il meccanismo di queste trombosi atipiche?
«Si formano anticorpi anomali che reagiscono contro un recettore delle piastrine, che si chiama fattore piastrinico 4, scatenati dalla somministrazione del vaccino. Gli anticorpi aggrediscono le piastrine, le attivano e le consumano. Si crea una situazione paradossale in cui abbiamo la formazione di trombi e di emorragie nello stesso tempo. La cosa interessante è che questa rarissima malattia i medici la conoscevano già perché è del tutto simile alla cosiddetta piastrinopenia da eparina».

Queste trombosi, se individuate in tempo, si possono curare efficacemente?
«Questa patologia di solito si manifesta con vomito, confusione, disturbi della vista, lividi, mal di testa fortissimi o difficoltà respiratorie, quindi se si accusano questi sintomi bisogna subito recarsi dal medico. La cosa importante da sottolineare è che c’è la possibilità di trattare questa sindrome. Non bisogna somministrare piastrine e nemmeno eparina ma anticoagulanti orali diretti. Il fondamento della terapia sta nella somministrazione di immunoglobuline endovena e cortisonici e, nei casi non responsivi, del plasma exchange una sorta di pulizia del plasma».

Qualcuno consiglia, prima del vaccino, di assumere anticoagulanti, come la cardiospirina, o di sottoporsi a degli esami del sangue per individuare soggetti a rischio, secondo lei ha senso?
«Sono pratiche inutili. Queste trombosi non hanno lo stesso meccanismo patogenetico di quelle normali, parliamo di un’alterata risposta del sistema immunitario. Non c’entrano eventuali fattori pro-trombotici, quindi è da sconsigliare sia l’assunzione di farmaci come la cardiospirina o l’eparina che l'effettuazione di esami diagnostici».

 

 

Giornalista
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