Introdurre nel nostro ordinamento la figura del paramedico professionale ispirata ai modelli americano ed europeo potrebbe uniformare la formazione degli operatori con standard nazionali chiari e alleggerire il carico sui pronto soccorso
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Il sistema di emergenza sanitaria italiano continua a fare i conti con una realtà operativa che non sempre garantisce la massima efficacia nell’assistenza pre-ospedaliera: la maggior parte delle ambulanze del 118 circola infatti con equipaggi composti esclusivamente da soccorritori, spesso volontari, senza medico né infermiere a bordo. Secondo un recente studio basato su un campione di 12 aree regionali, solo il 15 % delle ambulanze inviate ha un medico a bordo, il 30 % dispone solo di infermieri e la maggioranza – circa il 55 % – si affida a volontari e soccorritori non sanitari per la gestione delle emergenze.
Questa configurazione, consolidata storicamente nel modello italiano di emergenza sanitaria territoriale, riflette una logica organizzativa legata al modello franco-tedesco, in cui la medicina d’urgenza extraospedaliera prevede che l’intervento del medico o dell’infermiere integri nelle unità di soccorso avanzate. Tuttavia, la crescente complessità delle chiamate al 118 – e la domanda di interventi rapidi ed efficaci in condizioni critiche – amplifica i limiti di un sistema in cui non esiste una figura giuridicamente riconosciuta e professionalmente formata simile al “paramedico” anglosassone o statunitense.
In Italia il personale presente sulle ambulanze – definito soccorritore – è un operatore tecnico che svolge attività di assistenza di base, trasporto e supporto al personale sanitario, ma non possiede “competenze avanzate” per procedure critiche in autonomia. Questo profilo è spesso equiparato, nei fatti, al livello base dell’Emergency Medical Technician (EMT-B) presente nei sistemi anglosassoni, senza però avere l’ampiezza di autonomia e competenza che contraddistingue un paramedico di livello avanzato, riconosciuto e regolato in altri paesi.
Nelle nazioni come gli Stati Uniti il paramedico è un operatore sanitario con formazione intensiva e competenze avanzate – dalla somministrazione di farmaci alla gestione di vie aeree complesse – che può stabilizzare il paziente in scenari critici prima dell’arrivo in ospedale.
Queste differenze nei ruoli e nelle competenze non sono solo teoriche: in molti paesi anglosassoni non è neppure prevista la presenza di un medico a bordo delle ambulanze di primo soccorso, perché la figura del paramedico copre gran parte delle prestazioni vitali richieste in emergenza.
È chiara l’esistenza di un vuoto normativo che pesa su migliaia di interventi e tale vuoto pesa sul sistema sanitario, sulla sicurezza dei pazienti e sulla tutela professionale degli operatori. Non esiste una legge nazionale che riconosca e definisca formalmente la figura del paramedico come professione sanitaria autonoma, con standard uniformi di formazione, competenze e responsabilità. Le mozioni regionali per riconoscere il profilo professionale dell’autista-soccorritore mettono in luce questa carenza: si tratta di istanze che da anni cercano di ottenere una disciplina organica, ma finora senza un corpo legislativo unitario a livello statale.
La mancata definizione di un percorso formativo e di un profilo professionale chiaro espone inoltre i soccorritori a responsabilità operative che vanno oltre le competenze previste dall’attuale normativa, creando incertezza professionale.
Perché l’Italia deve guardare ai modelli internazionali?
Un’articolata revisione normativa che introduca nel nostro ordinamento la figura del paramedico professionale – ispirata ai modelli americano ed europeo – potrebbe da un lato uniformare la formazione degli operatori di soccorso con standard nazionali chiari e elevare la qualità delle cure pre-ospedaliere, soprattutto nei casi critici, riducendo la dipendenza esclusiva da medici e infermieri presenti su automediche; dall’altro lato potrebbe alleggerire il carico sui medici di pronto soccorso e sulle automediche, consentendo una distribuzione più efficiente delle risorse garantendo tutele giuridiche e lavorative più solide agli operatori, offrendo percorsi di carriera e riconoscimento professionale.
Tuttavia è una strada ancora da tracciare interamente. L’implementazione di una figura di paramedico richiederebbe non solo un intervento legislativo, ma anche una riflessione condivisa tra istituzioni, ordini professionali, enti di formazione e operatori del 118. Serve un progetto di lungo respiro, che guardi all’evoluzione dei bisogni clinici, alla sicurezza dei pazienti e alla sostenibilità del servizio di emergenza sanitaria.
In Italia, insomma, la sanità pubblica deve fare i conti con un paradigma di soccorso che è storico ma non più adeguato alle esigenze contemporanee: la creazione di un profilo professionale di paramedico potrebbe rappresentare un passo decisivo per un sistema di emergenza moderna, efficiente e sicura.

