Il rischio è che l’Europa perda terreno nella ricerca oncologica e che i pazienti debbano aspettare più a lungo per accedere alle terapie più innovative. In alcuni casi, i nuovi farmaci contro il cancro potrebbero persino non arrivare mai sul mercato europeo. È lo scenario che preoccupa gli oltre 35mila specialisti riuniti a Madrid fino a martedì 27 ottobre per il congresso annuale della European Society for Medical Oncology (Esmo), la Società europea di oncologia medica. Al centro del dibattito c’è anche la politica sui prezzi dei medicinali promossa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che rischia di modificare le strategie delle aziende farmaceutiche a livello internazionale.

A spiegare le possibili conseguenze – riporta il Corriere della Sera – è Giuseppe Curigliano, oncologo di origini calabresi, presidente eletto di Esmo e direttore della Divisione Sviluppo di nuovi farmaci per terapie innovative dell’Istituto europeo di oncologia di Milano. Sarà lui a guidare la società scientifica nel biennio 2027-2028, in una fase particolarmente delicata per il futuro della ricerca e dell’accesso alle cure oncologiche.

La strategia di Trump e il rischio di frenare l’arrivo dei farmaci

La questione riguarda la politica della «Most favored nation» (Mfn), attraverso la quale l’amministrazione americana punta a collegare i prezzi dei farmaci negli Stati Uniti a quelli praticati negli altri Paesi sviluppati. Una strategia che potrebbe avere ripercussioni anche sulle tempistiche di commercializzazione delle nuove terapie in Europa.

«Molte nazioni europee contrattano il costo dei medicinali con le aziende produttrici, ottenendo prezzi agevolati. In questo l’Italia è particolarmente efficiente», spiega Curigliano. Negli Stati Uniti, invece, il sistema si basa in larga misura sui rimborsi delle cure da parte delle assicurazioni e i prezzi dei farmaci risultano generalmente più elevati.

L’ordine esecutivo firmato da Trump il 12 maggio 2025 punta a esercitare pressioni sulle aziende farmaceutiche affinché riducano i prezzi sul mercato americano, prevedendo possibili interventi federali. Per le imprese, tuttavia, il meccanismo potrebbe rendere meno conveniente lanciare inizialmente un medicinale in Europa a un prezzo inferiore rispetto a quello atteso negli Stati Uniti.

«Per un’azienda, lanciare prima un farmaco in Europa a un prezzo basso potrebbe quindi influire sul prezzo di riferimento usato negli Usa, motivo per cui potrebbe scegliere di ritardare il lancio europeo o di negoziare prezzi più alti», osserva l’oncologo.

La questione, però, non si esaurisce nella strategia americana. Per Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), l’Europa deve anche rafforzare la propria capacità di produrre innovazione scientifica, evitando di dipendere eccessivamente dai risultati ottenuti altrove.

«La premessa di Trump è che gli Stati Uniti investono più soldi in ricerca scientifica e vengono poi pure penalizzati sul prezzo. È fondamentale che la Ue dedichi più fondi alla ricerca sul cancro, che sviluppi nuove molecole, che sostenga il lavoro degli scienziati europei e semplifichi la burocrazia», sottolinea Di Maio. «Se ci limitiamo a importare l’innovazione prodotta altrove rischiamo di non potercela più permettere».

Nuovi farmaci contro i tumori, cosa rischiano i pazienti

Le conseguenze potrebbero ricadere direttamente sui malati. Il timore è che l’accesso alle nuove terapie diventi più difficile oppure che i tempi necessari per renderle disponibili si allunghino. Un problema particolarmente delicato in oncologia, dove la possibilità di utilizzare tempestivamente un trattamento più efficace può incidere sul percorso di cura e sulle prospettive di sopravvivenza.

Negli ultimi decenni, i progressi della ricerca hanno permesso a milioni di persone di guarire o di vivere più a lungo dopo una diagnosi di tumore. Per questo, un eventuale rallentamento nell’arrivo dei medicinali innovativi rischierebbe di compromettere ulteriori miglioramenti.

«Le statistiche più aggiornate dicono che quasi quattro milioni di italiani vivono dopo una diagnosi di tumore», ricorda Di Maio, direttore dell’Oncologia medica 1U dell’Azienda ospedaliera universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino e professore ordinario di Oncologia medica all’Università di Torino.

In Italia, grazie ai progressi terapeutici e alla diagnosi precoce, la mortalità per cancro continua a diminuire, con risultati complessivamente migliori rispetto alla media europea. A cinque anni dalla diagnosi è vivo il 65% delle donne e il 59% degli uomini. Almeno un paziente su quattro, inoltre, ha recuperato un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale e può considerarsi guarito.

«Dobbiamo andare avanti, migliorare ulteriormente queste statistiche. Non possiamo “perdere il treno” della ricerca», avverte Di Maio. Un obiettivo che richiede investimenti, tempi più rapidi per l’accesso alle cure e un sistema capace di riconoscere e sostenere le innovazioni che producono benefici concreti per i pazienti.

La ricetta di Curigliano: rimborsi più rapidi e collaborazione europea

Per Curigliano, la pressione esercitata dalla politica americana si innesta su criticità che l’Europa deve affrontare da tempo. Tra queste ci sono la frammentazione delle negoziazioni sui prezzi, le differenze tra i sistemi sanitari nazionali e i tempi non uniformi con cui vengono autorizzati i rimborsi dei medicinali.

«La minaccia di Trump si innesta su problemi europei già esistenti, a cominciare dalle negoziazioni di prezzi frammentate fra le varie nazioni e dai tempi diversi per rimborsare i farmaci, con minori ricavi attesi rispetto al mercato statunitense. La politica della “Most favored nation” può aggiungere pressione, ma non spiega da sola tutte le difficoltà europee», sottolinea il presidente eletto di Esmo.

La risposta, secondo l’oncologo di origini calabresi, non può consistere semplicemente nell’accettare prezzi più elevati. Serve piuttosto un sistema europeo più coordinato, capace di accelerare l’accesso alle terapie e di rendere più attrattivo il continente per le sperimentazioni cliniche.

«La soluzione, a mio parere, non è semplicemente pagare di più o accettare prezzi imposti. L’Europa dovrebbe rendere più prevedibili e rapidi i rimborsi, coordinare meglio gli acquisti tra Paesi e rafforzare la capacità di ospitare sperimentazioni», afferma Curigliano.

Un altro punto riguarda la riservatezza degli sconti effettivamente riconosciuti dai sistemi sanitari. Proteggerla nelle trattative internazionali, spiega l’oncologo, consentirebbe di evitare che il prezzo netto negoziato in un Paese diventi automaticamente il riferimento per gli altri mercati.

Non tutti i nuovi farmaci garantiscono benefici decisivi

Accanto alla velocità di accesso alle cure, c’è un’altra questione centrale: stabilire quali innovazioni meritino davvero di essere sostenute economicamente. I nuovi medicinali oncologici possono avere costi molto elevati e i sistemi sanitari devono riuscire a conciliare la sostenibilità della spesa con il diritto dei pazienti a ricevere trattamenti efficaci.

«Le nuove terapie hanno spesso prezzi altissimi, i sistemi sanitari sono sempre più in difficoltà nel fronteggiare i costi, bisogna puntare tutto sul “valore del farmaco”», afferma Di Maio. «Un farmaco di grande valore, che impatta in modo importante sulla vita dei pazienti, dev’essere rimborsato e accessibile in poco tempo».

Il valore di una terapia, però, non può essere misurato soltanto sulla base della sua capacità di prolungare la sopravvivenza. È necessario verificare anche se contribuisca a migliorare la qualità della vita, considerando gli effetti collaterali e le conseguenze del trattamento nella quotidianità dei pazienti.

Un recente studio italiano ha evidenziato che meno della metà dei nuovi farmaci antitumorali approvati dalle agenzie regolatorie ha dimostrato di migliorare la qualità della vita dei malati. Un dato che rafforza la necessità di valutazioni attente prima di decidere quali medicinali rimborsare attraverso il Servizio sanitario nazionale.

Ricerca oncologica in Asia e Sud America: le differenze da valutare

La partita si gioca anche sul terreno della ricerca internazionale. Se una quota crescente delle sperimentazioni si sposta dall’Europa verso Paesi come Cina, India e Stati del Sud America, diventa importante capire quanto i risultati ottenuti siano applicabili ai pazienti europei.

Il problema non è stabilire che un farmaco sperimentato su una popolazione non caucasica sia necessariamente meno efficace o meno sicuro. Occorre, piuttosto, verificare che le evidenze raccolte siano sufficientemente rappresentative e che dosaggi, benefici e rischi siano valutati anche in relazione alle caratteristiche dei pazienti che riceveranno il trattamento.

«Non è che i farmaci testati in Cina o in altri Paesi asiatici “non vadano bene per noi”. Il punto è capire se dose, efficacia e sicurezza osservate in quei partecipanti si applicano anche ai pazienti europei», chiarisce Curigliano.

Le differenze da considerare possono essere biologiche, per esempio legate a varianti genetiche che modificano il modo in cui l’organismo assorbe o metabolizza un medicinale. Ma possono dipendere anche dal contesto: alimentazione, altri farmaci assunti, pratiche cliniche, criteri diagnostici e trattamenti utilizzati come riferimento possono influenzare i risultati di una sperimentazione.

Conta, inoltre, la composizione della popolazione coinvolta nello studio. Se i dati provengono esclusivamente da un gruppo molto specifico, potrebbe essere più difficile stabilire quanto siano trasferibili a pazienti con caratteristiche differenti.

«È una domanda sulla qualità e sull’applicabilità dei dati, non un giudizio automatico sul Paese in cui si è svolto lo studio», conclude il presidente eletto di Esmo.

La sfida per l’Europa, dunque, è duplice: mantenere un ruolo centrale nella ricerca oncologica internazionale e garantire ai pazienti un accesso tempestivo a terapie che abbiano dimostrato benefici reali. Una sfida che coinvolge investimenti, politiche sui prezzi, cooperazione tra sistemi sanitari e qualità delle evidenze scientifiche, in un momento in cui ogni ritardo può pesare sulle possibilità di cura.