Originario del Vibonese, il presidente degli oncologi europei racconta le nuove frontiere della lotta contro i tumori («in futuro li scopriremo prima che si manifestino») e punta su prevenzione, alimentazione sana e meno stress: «Non a caso i più longevi vivono nei paesini calabresi»
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Giuseppe Curigliano, luminare calabrese originario di Monterosso in provincia di Vibo, porta nel suo lavoro le radici di una terra di longevi e metodici, dove le generazioni si susseguono con costanza e determinazione. «Noi Curigliano siamo calabresi di Monterosso, piccolo paese in provincia di Vibo. Generazioni di emigranti», racconta in una lunga intervista al Corriere della Sera, e il legame con le origini si riflette anche nel suo approccio alla medicina: paziente, attento, scientifico ma empatico.
«Anche il padre di mio padre era emigrato in America – dice –. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno». Suo padre Vincenzo, invece, «nacque in Calabria. Ma alla fine degli anni 50 la vita era impossibile. Così partì per cercare lavoro in Canada, con mia madre Rosina. Sono cresciuto bilingue. Siamo tornati che avevo dieci anni».
Curigliano, presidente degli oncologi europei e vicedirettore scientifico dell’Ieo di Milano, guarda al cancro con la mente di un ricercatore e il cuore di chi sa che la speranza è fondamentale. «Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia».
La cura definitiva, avverte, non è dietro l’angolo: «Temo non nei prossimi cento anni». Ma nuove terapie e tecnologie offrono segnali incoraggianti: dalla biopsia liquida alla diagnostica nucleare, fino all’uso dei peptidi per colpire selettivamente le cellule tumorali. «Lo stesso peptìde che svela le cellule tumorali lo puoi caricare di più per ucciderle», spiega, evidenziando come la ricerca italiana stia aprendo nuove strade concrete.
La prevenzione, secondo Curigliano, resta fondamentale. «Uno stile di vita sano. Più rallentato, meno stressante. Non a caso i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna». Attività fisica quotidiana, alimentazione equilibrata, digiuno intermittente, riduzione di fumo e alcol, screening regolari: «Per le donne, mammografia e Pap test ogni anno. Per gli uomini, visita urologica. Per grandi fumatori, Tac ad alta risoluzione».
Curigliano sottolinea anche il ruolo dell’innovazione: «Oggi la biopsia liquida serve a correggere la terapia per migliorare la possibilità di guarigione; in futuro ci permetterà di scoprire il cancro prima che si manifesti. Si chiama “interception”: intercetti la malattia».
Il rapporto con Umberto Veronesi è stato decisivo nella sua carriera: «Dopo tre anni e mezzo negli Usa, tornai per fare il servizio militare a Cameri, in aeronautica. Stava nascendo l’Ieo… incontrai Veronesi, che per noi oncologi era una divinità in terra». Curigliano ricorda l’umanità e la capacità di Veronesi di trasmettere entusiasmo: «Veronesi ti faceva sentire la persona più importante al mondo. Mi disse: “Tu devi venire a lavorare qui, nascerà un istituto nuovo, davvero internazionale”». Da quell’incontro nacque un team di primari europei che ancora oggi rappresentano l’eccellenza dell’Ieo.
La cura per il cancro resta il grande obiettivo: «Se arrivasse anche per il cancro, diventeremmo quasi immortali. Scoprire la cura per il cancro potrebbe significare scoprire il codice della vita». Ma la strada passa anche per la quotidianità e la prevenzione, secondo Curigliano: mangiare meno, privilegiare frutta e verdura, fare movimento, ridurre stress e infiammazione. E, quando possibile, usare le nuove tecnologie per individuare precocemente i tumori, con diagnosi sempre più mirate e personalizzate.
Così l’oncologo calabrese sintetizza la propria visione: combinare rigore scientifico, tecnologia avanzata e attenzione empatica al paziente. Un approccio che porta avanti il lascito di Veronesi e la speranza di un futuro in cui il cancro possa essere finalmente curato.

