L’analisi

La pubblicazione della lettera di Tiziano Renzi al figlio Matteo? Una barbarie giuridica e giornalistica

A leggere il contenuto della missiva l’interrogativo che si pone è il seguente: ci sono fatti penalmente rilevanti? Secondo i Pm sì, perché conterebbe riferimenti ad alcuni affari gestiti dalla famiglia. Ma le obiezioni e le critiche alla decisione dei magistrati fiorentini appaiono molto sensate

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di Pasquale Motta
16 febbraio 2022
09:55
Matteo e Tiziano Renzi (Foto Ansa)
Matteo e Tiziano Renzi (Foto Ansa)

La Procura di Firenze nell’ambito del procedimento contro Tiziano Renzi e la moglie Laura Bovoli, imputati per la bancarotta di tre cooperative ha depositato agli atti una lettera che Renzi senior aveva indirizzato al figlio Matteo il 5 marzo del 2017. All’incirca poche settimane dopo le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio. La lettera, come era ovvio, è finita sui tavoli delle redazioni giornalistiche.

Alcune testate come il Fatto Quotidiano, Repubblica e Corriere della Sera hanno ritenuto di pubblicarla integralmente. Altre testate nazionali hanno invece ritenuto di no, e ciò, perché i contenuti non solo non avevano rilievo penale ma erano da considerarsi strettamente attinenti alla sfera intima delle relazioni private tra un padre e il figlio


Intorno alla vicenda, dunque, si è scatenato un dibattito abbastanza accesso, non solo sull’opportunità di pubblicare da parte di alcune redazioni giornalistiche ma sulla stessa scelta dei pm fiorentini di depositare agli atti la missiva. In molti ci hanno letto una sorta di rappresaglia nei confronti del leader di Italia Viva che, proprio in questi giorni, guarda caso, è impegnato in un duro scontro con alcuni Pm della procura fiorentina, in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio sulla vicenda Open a carico dell’ex premier. Gli avvocati dei Renzi avevano chiesto di considerarla inammissibile, in quanto, una grave lesione delle garanzie costituzionali a tutela della corrispondenza dei parlamentari. Il Tribunale ha però rigettato l’istanza.

Al di la della schermaglia sulla lesione delle garanzie parlamentari, a leggere il contenuto della missiva, l’interrogativo che si pone è il seguente: nella lettera ci sono fatti penalmente rilevanti? Secondo i Pm si, perché conterebbe riferimenti ad alcuni affari gestiti dalla famiglia Renzi e, per tali motivi, avrebbero deciso di depositarla agli atti. Ad onor del vero, a leggere la lettera, le obiezioni e le critiche verso la decisione dei pubblici ministeri fiorentini, appaiono molto sensate. La lettera, tra l’altro, invece di essere depositata soltanto nelle sue parti penalmente rilevanti, è stato acquisita integralmente. A quel punto, la stampa, ne ha diffuso i contenuti, curiosamente, ignorando le presunte parti penalmente rilevanti e concentrandosi principalmente su i giudizi privati e penalmente irrilevanti espressi nella lettera da papà Renzi nei confronti di suo figlio e di alcuni componenti del “giglio magico”.

Il risultato? Il solito sputtanamento generale. Nessuna cronaca giudiziaria. Gogna mediatica a go go. Il solito cliché ultra sperimentato di una certa stampa. Un cliché che, già altre volte, ha visto Matteo Renzi, ma non solo lui, protagonista e vittima. Il solito scempio giudiziario e mediatico confezionato e servito. Sbattere in prima pagina una lettera di un padre amareggiato, risentito con il figlio per una serie di dissapori, a nostro modesto avviso, è una barbarie giuridica e giornalistica, e conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che la tiepida norma introdotta dalla Cartabia, che riduce sensibilmente l’agibilità dei Pm di diffondere notizie che possano intaccare e ledere il diritto costituzionale della presunzione d’innocenza, non solo è necessaria e non rappresenta affatto un attentato alla libertà di stampa ma, andrebbe sensibilmente rafforzata.

La deriva di un certo modo di fare informazione, infatti, ha ormai prodotto un corto circuito tra l’esigenza di tutelare la dignità delle persone fisiche e giuridiche, e l’arraffa arraffa di falsi scoop sensazionalisti, utilizzati per l’assalto al personaggio pubblico di turno, facendolo diventare l’obiettivo dell’odio popolare forcaiolo. Una deriva da brividi altro che bavaglio. Un pubblico ludibrio altro che attentato al diritto di cronaca. E tra l’altro, non solo questo.

Tale corto circuito si presenta in varie forme. Pubblicare e ripubblicare i guadagni leciti di una persona, per esempio, non risponde a nessun criterio di trasparenza, se i guadagni sono leciti: perché certe informazioni devono essere buttate nella piazza del populismo cialtrone o del qualunquismo sterile, utile solo a generare quel sentimento di antipolitico che ormai sta distruggendo questo paese? Il rogo in cui sacrificare il “cattivo” sull’altare della trasparenza, nel nome di una informazione che, ormai, non si può più chiamare tale, ha un solo scopo: istigare, scatenare odio sociale verso una determinata persona! Quando un giornale rinuncia alla buona e corretta pratica dell’informazione, per privilegiare il metodo di aizzare le folle, il giornalismo è finito, e la democrazia è a forte rischio.

Giornalista
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