Elezioni Calabria

Regionali, se il sondaggio Winpoll fosse vero i dirigenti Pd farebbero bene a suicidarsi

Il paradosso di questa previsione elettorale lascia basiti: se si sommassero i voti di de Magistris, Oliverio e Bruni, la galassia politica alternativa al centrodestra potrebbe addirittura superare il 60%, invece si consente a Occhiuto di vincere con meno di un terzo del consenso

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di Pasquale Motta
30 agosto 2021
20:22
In alto Amalia Bruni, Enrico Letta e Stefano Graziano. In basso Luigi de Magistris e Mario Oliverio
In alto Amalia Bruni, Enrico Letta e Stefano Graziano. In basso Luigi de Magistris e Mario Oliverio

Difficile ipotizzare, o meglio, dare credito ai sondaggi in questa fase. Le variabili che si possono innescare da qui al 3 ottobre potrebbero essere tante. E, tuttavia, una traccia per una riflessione la indicano. Secondo il sondaggio realizzato da Winpoll per scenari politici, tra centrodestra e centrosinistra, in Calabria, sarebbe quasi un testa a testa. Almeno al momento. Proviamo a dare per buona questa ipotesi. È evidente che, se questo schema dovesse essere realistico, sia centrodestra che centrosinistra, dovrebbero fare un’approfondita valutazione autocritica.

Il centrodestra, soprattutto, rispetto alla inadeguatezza del candidato che ha messo in campo, il quale, paradossalmente, non riuscirebbe a superare il 50% neanche di fronte alla polverizzazione del centrosinistra. La probabile vittoria, tuttavia, renderebbe meno amara l’analisi autocritica e, il potere, anestetizzerebbe qualsiasi maldipancia postumo. Tuttavia, per il centrodestra, rinviamo l’analisi ad un prossimo pezzo. Oggi ci limiteremo a riflettere sul centrosinistra e, su tutto l’universo che, comunque, non si identifica con il centrodestra e con l’attuale assetto di potere della Regione Calabria.


Secondo Winpoll, rispetto al sondaggio del 9 agosto, la coalizione di centrodestra a sostegno di Roberto Occhiuto passerebbe in testa con il 39,2% dei voti. La coalizione di centrosinistra allargata al Movimento 5 Stelle a sostegno di Amalia Bruni, invece, perderebbe leggermente terreno (37,1%). Sempre nello stesso sondaggio, sarebbero in calo anche i voti per le altre liste (23,7%), ovvero, Oliverio e de Magistris, e si ridurrebbero astenuti e indecisi (35%). Un boccone amaro anche per il sindaco di Napoli e suoi sogni di piazzarsi secondo. A parte questa premessa, il paradosso di questo sondaggio lascia basiti: se si sommassero i voti di de Magistris e quelli di Oliverio al dato elettorale di Amalia Bruni, infatti, tutta la galassia politica alternativa al centrodestra potrebbe addirittura superare il 60%. Insomma al disastro dell’universo del centrosinistra calabrese del terzo millennio, si aggiungerebbe l’inevitabile beffa.

È evidente che, se queste previsioni elettorali venissero confermate, le responsabilità maggiori di un disastro di queste proporzioni, sarebbero ascrivibili al partito che più di ogni altro avrebbe dovuto lavorare con saggezza ed equilibrio all’unità di tutte le forze che si richiamano ad un campo progressista: il Pd. Stefano Graziano, luogotenente di Francesco Boccia ed Enrico Letta sul campo, è colui che avrebbe le principali responsabilità operative. Il commissario regionale del Pd calabrese, unico “stratega” delle alleanze nella discussione per la costruzione di un’alleanza progressista, si è mosso come un elefante in una cristalleria. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ha disintegrato invece che aggregare. Protervia e arroganza sono state le caratteristiche ostentate, piuttosto che, spirito di mediazione e ascolto delle ragioni di tutti. Se solo i democrat avessero avuto un altro approccio, oggi la candidatura di Amalia Bruni avrebbe potuto trasformarsi nella candidatura di tutti. Bastava proporla alle primarie. E, invece no. Graziano, Boccia e Letta, hanno preferito percorrere la strada dell’arroganza del prendere o lasciare. Lo hanno fatto dapprima con la candidatura della Ventura, sfumata in un “pasticcio alla Graziano” e, successivamente, si è perseverato con lo stesso metodo, con la candidatura della ricercatrice lametina. Niente primarie, niente condivisione al tavolo. Un giorno, presto o tardi, sapremo i veri motivi di questa disastrosa strategia. E, tuttavia, se il partito del Nazareno, in queste elezioni regionali in Calabria, conserva ancora un briciolo di dignità, può farlo solo ed esclusivamente per la credibilità e il prestigio professionale della dottoressa Bruni. I suoi appelli, infatti, spesso sono ragionevoli e sensati, purtroppo, ormai, in una parte consistente della complicata galassia del centrosinistra, la sua candidatura viene percepita come un'imposizione romanocentrica del PD.

Un autorevole e inconsapevole specchietto delle allodole per salvare la faccia ai Graziano e ai Boccia di turno. Una imposizione per mantenere in vita gli equilibri precari dell’alleanza tra democrat e pentastellati. Una imposizione per perpetuare gli impegni legati alle carriere dei singoli in vista delle prossime elezioni politiche. Insomma convergenze parallele tra burocrati romani del Pd e delicati interessi di equilibri nazionali con il grillismo in salsa Conte. La Calabria, nella concezione del Pd, e di tutto il centrosinistra, infatti, è considerata solo terra di scambio. La merce è sempre la stessa: qualche seggio al parlamento per i commissari che si alternano nel corso degli anni e le carriere istituzionali per gli oligarchi delle élite che da sempre vivono nelle sagrestie della politica romana. Niente di nuovo sotto il sole.

La candidatura della Bruni, dunque, viene considerata un’imposizione per tali motivi ma, soprattutto, perché la gestione commissariale del PD, è percepita come la solita impostura. Nella terra di mezzo di tutto ciò: una nuova classe dirigente che non ha il coraggio e il talento di venir fuori. Uno stuolo di consiglieri regionali uscenti e, altrettanti, aspiranti, assolutamente incapaci di affermare un credibile cambiamento del centrosinistra calabrese, preoccupati esclusivamente del proprio destino personale. Un ceto politico, convinto esclusivamente che si possa guadagnare posizioni solo perseguendo i soliti piccoli compromessi di potere personale finalizzati a conquistare la solita poltrona ben retribuita da scaldare a palazzo Campanella, è un ceto politico che è meglio perdere piuttosto che guadagnare o peggio perpetuare. Nessun rinnovamento del centrosinistra (ma anche del centrodestra) potrà avvenire senza rottura. Figuriamoci con un inutile codice etico. E non sarà men che mai il compromesso individuale ad affermare una prospettiva politica nuova.

Il vero obiettivo di questo centrosinistra, tutto, nessuno escluso, da Graziano ad Oliverio passando per de Magistris, non è quello di affermare una nuova visione di governo in questa regione ma, conquistare qualche posizione nella loro eterna guerra interna tra bande. Il resto sono chiacchiere. Fare appelli a non far vincere le destre, dopo aver creato queste condizioni è un’offesa all’intelligenza degli elettori di centrosinistra . Esultare per le adesioni di singoli consiglieri regionali (il cambio di banda) i quali, tra l’altro, provengono già dal mondo democrat, spacciandole come una grande vittoria democratica, è un macroscopico esercizio di ipocrisia politica. Trionfalismo da idioti. Vuoto a perdere. Una gigantesca presa per i fondelli per tutto il popolo del centrosinistra calabrese e non solo.

Giornalista
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