Dall’idroelettrico alle piattaforme offshore, la sfida è trasformare il patrimonio naturale in sviluppo sostenibile, innovazione e occupazione, superando ritardi e contraddizioni con una visione strategica per il territorio
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Ci sono temi sui quali, pur avendo già scritto, sento il desiderio di tornare. Non per ripetermi, ma perché conservano un fascino particolare e perché il tempo ne rinnova il significato.
È il caso delle risorse energetiche della Calabria: una terra che, tra montagne e due mari, possiede straordinarie opportunità ancora da valorizzare.
Viviamo una stagione in cui le priorità sembrano altre. Conflitti, incertezze economiche, tensioni sociali e urgenze quotidiane occupano comprensibilmente l’agenda pubblica. Eppure proprio oggi ritengo necessario riflettere sulle prospettive della nostra regione. Anche perché la Calabria, pur con ritardi e contraddizioni, sembra progressivamente liberarsi dall’abitudine di piangersi addosso.
Non tutto funziona, non tutto procede alla velocità auspicabile, ma si intravedono iniziative, investimenti e una diversa volontà di misurarsi con il futuro. Tutto è perfettibile. E tuttavia, per riprendere la celebre espressione attribuita a Galileo, «Eppur si muove».
La storia insegna che questa terra ha saputo trasformare le proprie risorse naturali in energia e lavoro.
Già in epoca preunitaria, sorgenti e corsi d’acqua alimentavano migliaia di mulini, sostenendo attività agricole e artigianali.
Nel Novecento, la realizzazione di dighe e bacini artificiali, soprattutto in Sila, aprì una nuova stagione: l’acqua divenne fonte di energia idroelettrica e contribuì alla modernizzazione produttiva. Quei laghi, nati come infrastrutture, sono oggi anche patrimonio paesaggistico, turistico e sportivo.
L’industrializzazione di Crotone dimostra però che lo sviluppo non può prescindere dalla responsabilità ambientale. Gli stabilimenti chimici e metallurgici offrirono lavoro e cambiarono il tessuto sociale, ma lasciarono anche pesanti conseguenze sul territorio. La complessa vicenda delle bonifiche nel Sito di Interesse Nazionale ricorda che la crescita economica non è autentico progresso quando compromette la salute delle persone e l’ambiente.
Oggi la sfida è diversa: integrare energia idroelettrica, solare, eolica e, dove tecnicamente possibile, marina, coniugando sicurezza energetica, investimenti e tutela degli ecosistemi.
La Calabria dispone di una geografia singolare: parchi e rilievi montani, bacini idrici, aree interne da rilanciare e circa 800 chilometri di coste sul Tirreno e sullo Ionio. Un patrimonio che può sostenere non soltanto la produzione di energia rinnovabile, ma anche turismo destagionalizzato, occupazione qualificata e nuove filiere tecnologiche.
Da studioso del diritto internazionale del mare, ritengo particolarmente interessante la prospettiva delle infrastrutture energetiche offshore.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, adottata a Montego Bay nel 1982 e ratificata dall’Italia nel 1994, disciplina anche le isole artificiali e le installazioni nella Zona Economica Esclusiva. La legge italiana n. 91 del 2021 ha previsto l’istituzione della nostra ZEE, entro la quale lo Stato esercita specifici diritti sovrani e competenze.
Questo quadro, insieme alla disciplina nazionale portuale e ambientale, consente di studiare progetti di piattaforme marine, impianti eolici offshore e strutture per l’energia del mare. In prossimità dei porti, meritano attenzione anche soluzioni di ormeggio dotate di alimentazione elettrica da terra, il cosiddetto cold ironing, per ridurre le emissioni delle navi in sosta.
Naturalmente, occorrono valutazioni tecniche, economiche e ambientali, pianificazione e rispetto degli usi del mare. Ma proprio per questo servono competenze, ricerca e una visione istituzionale capace di attrarre investimenti responsabili.
Mi affascina il parallelismo: ieri i laghi artificiali sulle montagne, domani, forse, piattaforme e isole artificiali sul mare.
Non una formula miracolosa, ma un’idea di sviluppo che mette in dialogo storia, scienza, diritto e innovazione. Una Calabria che non si limiti a consumare energia, ma sappia produrre valore, conoscenza e opportunità attraverso le proprie risorse.
Per troppo tempo abbiamo raccontato questa regione soprattutto attraverso ciò che le manca. Le difficoltà restano reali: infrastrutture insufficienti, spopolamento, fragilità occupazionali. Riconoscerle è necessario; trasformarle nell’unico racconto possibile sarebbe un errore.
La sfida è passare dalla lamentazione alla progettazione, dagli annunci ai risultati, coinvolgendo università, imprese, istituzioni e comunità locali.
Torno dunque su questi temi perché il loro fascino non è soltanto scientifico. È civile. Pensare al futuro quando il presente impone altre urgenze non significa distrarsi dalla realtà: significa assumersi la responsabilità di cambiarla.
Dai laghi della Sila al mare che circonda la Calabria, la natura ci offre possibilità; sta a noi scegliere come utilizzarle, senza ripetere gli errori del passato.
La Calabria non ha bisogno di facili trionfalismi, ma neppure di eterna rassegnazione. Ha bisogno di progetti credibili, continuità e fiducia nelle proprie capacità.
Perché il futuro di una terra non dipende soltanto dalle risorse che possiede, ma dal coraggio e dall’intelligenza con cui decide di valorizzarle.
Tutto è perfettibile, certamente. Ma almeno, finalmente, «Eppur si muove».
* docente universitario di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle Attività Portuali, studioso ed esperto di Diritto Internazionale dell’Ambiente

