Le immagini sono quelle che la Calabria conosce fin troppo bene: Canadair in volo, colonne di fumo visibili a chilometri di distanza, campagne inghiottite dalle fiamme, abitazioni minacciate e squadre di soccorso impegnate per ore nel tentativo di contenere fronti sempre più estesi. Anche questa estate la regione è tornata al centro dell’emergenza incendi, con oltre duecento interventi dei Vigili del fuoco in poco più di trentasei ore e situazioni particolarmente critiche dal Pollino al Catanzarese, dal Cosentino al Vibonese, fino ai territori del Reggino.

Le temperature elevate, la siccità e il vento hanno creato condizioni ideali per la rapida propagazione delle fiamme. Ma attribuire tutto al caldo significa raccontare soltanto l’ultima parte della storia. Il cambiamento climatico rende i roghi più violenti, prolunga le stagioni a rischio, prosciuga i terreni e trasforma la vegetazione secca in combustibile. Non spiega, però, da dove parta la scintilla.

Ed è proprio sull’origine degli incendi che si concentra l’attenzione degli investigatori. A Guardavalle, nelle aree attraversate dal fuoco, sono stati recuperati presunti dispositivi di innesco, materiale ora al vaglio degli inquirenti. Il direttore generale della Protezione civile regionale, Domenico Costarella, ha inoltre riferito del rinvenimento, in diversi scenari, di candele associate a stracci imbevuti di liquido infiammabile e di bottiglie dotate di stoppino, sistemi rudimentali che consentirebbero di ritardare l’accensione e permettere a chi li colloca di allontanarsi prima che il rogo divampi.

Sono elementi che non autorizzano, da soli, a parlare di una regia comune dietro gli incendi scoppiati in territori diversi. Saranno le indagini a stabilire se gli episodi siano collegati, se rispondano a interessi precisi o se si tratti di azioni indipendenti. Tuttavia la presenza di materiali compatibili con inneschi dolosi riporta al centro un dato spesso rimosso dal racconto pubblico: molti incendi non sono eventi naturali, ma hanno origine nell’azione dell’uomo, per imprudenza, negligenza o volontà deliberata.

La denuncia più sconvolgente è arrivata ancora da Costarella, che ha parlato del presunto utilizzo di gatti con stracci imbevuti di liquido infiammabile legati alla coda per diffondere le fiamme nelle aree più impervie. Una ricostruzione rilanciata dalle principali testate nazionali e destinata a suscitare indignazione, ma sulla quale occorre mantenere il rigore necessario: si tratta di una circostanza riferita dalla Protezione civile regionale e che dovrà trovare eventuale conferma negli accertamenti investigativi.

Il punto, però, non è soltanto stabilire quanti roghi siano dolosi. Ridurre tutto alla figura del piromane isolato sarebbe limitante quanto attribuire ogni responsabilità al clima. Gli incendi calabresi si sviluppano all’interno di un sistema di vulnerabilità che si alimentano a vicenda. Ci sono gli interessi illegali, le controversie sui terreni, il pascolo abusivo, le pressioni sulle attività agricole e le dinamiche criminali che le forze dell’ordine devono verificare caso per caso. Ma ci sono anche l’abbandono delle aree interne, lo spopolamento, i terreni lasciati incolti, i boschi privi di manutenzione e la vegetazione accumulata lungo strade e campagne.

In questo contesto anche una scintilla accidentale può trasformarsi rapidamente in un incendio fuori controllo. Il fuoco trova territori già preparati a bruciare, dove la continuità della vegetazione secca consente alle fiamme di avanzare senza ostacoli e dove spesso le squadre di terra incontrano difficoltà enormi per raggiungere le zone più isolate. È questa la fragilità strutturale che ogni estate riemerge insieme al fumo.

L’emergenza viene affrontata quando è già esplosa, mobilitando uomini, mezzi ed elicotteri, mentre la prevenzione resta il capitolo più debole. Si discute del numero dei Canadair disponibili, della rapidità degli interventi e dell’efficienza della macchina regionale, ma molto meno di ciò che dovrebbe essere fatto durante l’inverno: pulizia dei sottoboschi, manutenzione delle fasce tagliafuoco, controllo dei terreni abbandonati, sorveglianza delle aree più esposte e sostegno ai Comuni che non dispongono di personale e risorse sufficienti.

I mezzi aerei sono indispensabili quando le fiamme hanno già raggiunto dimensioni tali da non poter essere affrontate soltanto da terra. Ma un Canadair non può sostituire la gestione ordinaria del territorio. Può contenere un fronte, proteggere un centro abitato, evitare conseguenze peggiori. Non può compensare anni di incuria né impedire che un incendio venga appiccato.

Nel Reggino il rischio assume un peso ancora maggiore per la presenza dell’Aspromonte, uno dei patrimoni ambientali più importanti della Calabria. Le faggete vetuste riconosciute dall’UNESCO, i geositi, gli habitat e la biodiversità del Parco rappresentano una ricchezza che non può essere misurata soltanto in ettari.

Le ferite dell’estate 2021 sono ancora visibili in molte aree dell’Aspromonte. Questo dovrebbe essere sufficiente a comprendere che il danno non termina quando l’ultimo focolaio viene spento. Il fuoco modifica il territorio per anni, impoverisce le comunità, colpisce agricoltura e turismo e rende le aree montane ancora più vulnerabili.

Nelle ultime ventiquattro ore è arrivato un primo segnale positivo: secondo la Protezione civile regionale, gli incendi sono diminuiti del 43,9%, passando da 57 a 32, mentre sono aumentate le segnalazioni da parte dei cittadini. Il dato non consente ancora di parlare di un’inversione di tendenza e non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto tra l’aumento dell’attenzione pubblica e la riduzione dei roghi. Indica, però, quanto il controllo diffuso del territorio possa incidere sulla tempestività degli interventi e sulla possibilità di individuare comportamenti sospetti.

La Calabria continuerà a fare i conti con estati più calde, periodi siccitosi più lunghi e condizioni meteorologiche capaci di rendere ogni incendio più difficile da contenere. Ma il clima non può diventare una spiegazione sufficiente né, peggio, un alibi.

Dietro ogni rogo occorre ricostruire l’origine, verificare eventuali responsabilità, individuare gli interessi coinvolti e comprendere perché il territorio abbia offerto alle fiamme condizioni così favorevoli. Solo allora l’emergenza smetterà di essere trattata come una fatalità stagionale e diventerà ciò che realmente è: un problema ambientale, criminale e amministrativo che la Calabria non può più permettersi di affrontare soltanto quando è già troppo tardi.