L’appuntamento di via Acca Larentia, che puntualmente si rinnova ogni 7 gennaio, non può più essere derubricato a semplice cronaca di una commemorazione di parte. Nel 2026, esso si configura come un laboratorio politico e semantico in cui la destra radicale testa la tenuta delle istituzioni democratiche e la permeabilità del nostro linguaggio civile. Osservando le schiere di militanti che, nel silenzio del quartiere Tuscolano, rispondono al rito del "Presente", l’analisi antropologica ci svela una realtà inquietante che non siamo di fronte a un omaggio ai defunti, ma a una liturgia di rioccupazione simbolica. Il saluto romano, che certa giurisprudenza si ostina a voler distinguere tra "rituale" e "apologetico", è in verità un atto di rottura col patto repubblicano. Il braccio teso non è un reperto archeologico, ma una tecnica del corpo che esprime una gerarchia rigida, una disciplina che nega l’alterità e il pluralismo. È la pretesa di una comunità che si percepisce come "altra" rispetto alla democrazia parlamentare, rivendicando una continuità biologica e spirituale con un passato che l'Italia ha, o dovrebbe aver, superato.

Il corpo del militante diventa così un avamposto della reazione, un segnale muscolare di un’identità che non accetta il confronto, ma esige il riconoscimento attraverso la forza del simbolo. Se il rito fisico si nutre di polvere e asfalto, è nella sua dimensione digitale che Acca Larentia compie il salto di qualità più pericoloso. La "liturgia nera" è oggi pensata per l'obiettivo del drone e dello smartphone. Assistiamo a una sistematica estetizzazione della politica che ricorda, con mezzi contemporanei, le intuizioni di Walter Benjamin. In rete, il rito si trasforma in un prodotto di consumo identitario ad alto potenziale virale. Il "nero" non è più solo un colore politico, ma un “brand” estetico che sfrutta le logiche degli algoritmi. La polarizzazione che ne scaturisce è funzionale: ogni reazione di sdegno, ogni condivisione, non fa che alimentare la visibilità di una simbologia che si nutre di conflitto.

Il paradosso è che, mentre la politica tradizionale fatica a trovare un linguaggio per le nuove generazioni, questa destra radicale utilizza i codici della comunicazione globale per rendere "pop" la nostalgia del totalitarismo, svuotando il 1978 della sua tragicità storica per trasformarlo in un set cinematografico per TikTok. Ciò che preoccupa - a mio avviso - non è solo la coreografia dei bracci tesi, ma il contesto di indifferenza o di ambiguità istituzionale in cui essa si inserisce. Il tentativo di normalizzare queste manifestazioni, riducendole a "folklore" o a "dolore privato", è un errore di prospettiva. Acca Larentia è il sintomo di una democrazia che ha smesso di presidiare i propri confini semantici.

Quando il rito politico diventa uno spettacolo digitale accettato come "parte del panorama", il rischio è l'assuefazione. Il pericolo non è un improbabile ritorno del regime nel senso novecentesco, ma la lenta erosione dei valori antifascisti attraverso la loro banalizzazione quotidiana. Via Acca Larentia, in questo senso, è lo specchio di un’Italia che preferisce la gestione tecnica dell'ordine pubblico all'affermazione dei principi costituzionali. Finché la memoria di tre giovani vite spezzate resterà l'alibi per un'esibizione di forza antidemocratica, e finché questa esibizione troverà nel web un moltiplicatore di odio e appartenenza tribale, la ferita del 1978 continuerà a sanguinare, non per mano degli assassini di allora, ma per l'incapacità del presente di dirsi pienamente antifascista.

*Documentarista