«Io sono il fratello di Maria Chindamo». Con queste prime parole Vincenzo Chindamo affronta quelle che saranno sei ore di un’udienza serratissima nel corso della quale riferisce tutto quello che sa sulla scomparsa di sua sorella, avvenuta il 6 maggio 2016, per la quale c’è un solo imputato: Salvatore Ascone, proprietario di terreni vicini all’azienda di Limbadi dell’imprenditrice, accusato di concorso in omicidio.

Chindamo parla della vita di sua sorella: il lavoro, la famiglia, la separazione dal marito Ferdinando Puntoriero, il suicidio del marito, gli attriti con la famiglia di lui, la nuova frequentazione, la scomparsa, le tante voci che giunsero al suo orecchio dopo la tragedia.

La visita di Vasile Girgiz

Vincenzo Chindamo, assistito dagli avvocati Antonio Cozza e Nicodemo Gentile, affronta le sei ore d’udienza senza mai deragliare. È serio e composto, non vira verso facili commozioni, non tradisce rancori, non forza la memoria. Dice quello che sa, punto.

Tra i molti racconti ne emerge uno in particolare risalente agli anni successivi alla scomparsa di Maria Chindamo. Perché quegli anni non sono fatti solo di silenzio. Un brusio ininterrotto ha toccato le vite delle persone coinvolte e del fratello in particolare.
Cominciamo dal principio.

Vincenzo Chindamo, rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci, racconta che nel 2018 si presenta nel suo negozio – un bar-tabacchi-gelateria a Laureana di Borrello – un uomo di origine rumena. Si chiama Vasile Girgiz e lavorava per Francesco Arcieri, ovvero il nipote di Ferdinando Punturiero (figlio di una sorella). L’uomo dice che «bastano solo due parole delle mie per risolvere tutto». Dice che sa tutto perché «sacciu cumu funziona chilla machinetta (so come funziona quella macchinetta, nr)». Usa un linguaggio criptico e mentre Vincenzo Chindamo lo sprona a parlare, Girgiz dice che no, lui parlerà ma lontano dalla Calabria, in un’altra città o in Romania, se Vincenzo ha voglia di seguirlo, perché lì ha paura che gli taglino la testa. Vincenzo Chindamo non lo segue ma le telecamere del suo bar hanno registrato quell’incontro.

L’arrivo di Oppedisano

Qualche anno dopo, nel 2021, nel negozio di Chindamo si presenta un altro uomo, Maurizio Oppedisano. Dice di avere informazioni sulla scomparsa di Maria perché ha condiviso la cella, nel 2018, con Vasile Girgiz. Una sera, racconta Oppedisano, mentre i due guardano in tv la trasmissione “Chi l’ha visto?” che tratta il caso di Maria Chiandamo, Girgiz racconta tutto quello che sa. E quello che sa è agghiacciante. Il giorno della scomparsa dell’imprenditrice, appare davanti ai suoi occhi quello che lui chiama “Turi u pecuraru” «pieno di sangue e in compagnia di un altro rumeno». Appena i due si accorgono di Girgiz “u pecuraru” si rivolge al rumeno e chiede: «Non è che questo parla?».

La paura di Girgiz e le ritrattazioni

Qualche tempo dopo “Turi u pecuraru” prende forma, in carcere, proprio davanti a Girgirz. Ascone era stato tratto in arresto dalla Procura di Vibo per l’omicidio Chindamo (è il primo arresto, dal quale lo scarcererà il riesame) e si trova nella cella accanto a quella di Vasile Girgiz che – è il racconto che Oppedisano fa a Chindamo – ebbe molta paura e cercò sempre di evitarlo.

Vincenzo Chindamo ha riportato subito agli inquirenti il racconto di questi due dialoghi e ha consegnato le registrazioni che aveva fatto. Ma sia Oppedisano che Girgiz, interpellati dalla Dda di Catanzaro, hanno ritrattato tutto e sono stati deferiti all’autorità giudiziaria per false informazioni al pm.

Le lettere di Salvatore Ascone

E, da quando Ascone è stato tratto in arresto con l’operazione Maestrale, a Vincenzo Chindamo arrivano anche lettere dal carcere. L’ennesima missiva è arrivata da poco e il teste racconta di non avere ancora fatto in tempo a consegnarla agli inquirenti. Chindamo spiega che Ascone gli assicura che «arriveremo alla verità» e si dice sicuro al cento per cento che «ritroveremo il corpo di Maria». In tutto ciò, dice Chindamo, «Ascone rimane nel perimetro dell’ignoto». Nell’ultima lettera, a quanto pare, avrebbe addirittura disegnato una mappa.

Al termine dell’udienza prende la parola lo stesso Ascone. Lamenta i suoi problemi di salute e chiede di essere ricoverato. Poi manda un saluto a Vincenzo Chindamo: «Non mollare – dice – indagate a 360 gradi che si arriverà alla verità».