Essere riportato con la memoria a quella mattina del 6 maggio 2016, ripercorrere anni di notizie, attese e ferite davanti alla Corte d’assise, è un’esperienza carica di emozioni e responsabilità. A dirlo è Vincenzo Chindamo, fratello di Maria Chindamo, l’imprenditrice uccisa dalla ’ndrangheta, che oggi ha rilasciato dichiarazioni durante una pausa della deposizione nel processo chiamato a fare luce sulle responsabilità della sua morte.

«Mi suscita emozioni molto intense, molta tensione e molto senso di responsabilità», spiega Chindamo, sottolineando come il percorso giudiziario si intrecci inevitabilmente con la vita personale e con il legame profondo con la sorella: «Ho avuto Maria accanto in tutto questo, con i suoi pezzi di vita che si sono incrociati con la mia».

Per la prima volta Vincenzo Chindamo affronta il processo in qualità di testimone, dopo aver contribuito negli anni alla ricostruzione dei fatti. Un cammino che sa essere lungo e complesso, ma che non lo trova privo di energie: «Nonostante tanta tensione ho ancora tanta forza, tanta rabbia e tanta pazienza da metterci dentro, augurandomi che non emerga solo una verità, ma tutte le verità su quello che è successo a Maria».

Un passaggio centrale delle sue parole riguarda le responsabilità ancora irrisolte. Chindamo si dice convinto che molte di esse siano state appena sfiorate e auspica che il processo possa restituire una verità piena e complessiva. «Colpisce il fatto che ci sia un solo imputato e per favoreggiamento – osserva – ma mancano mandanti ed esecutori». Un’assenza che pesa e che alimenta l’attesa per un possibile ampliamento del quadro giudiziario, affinché, sottolinea, «Maria possa avere la giusta dignità anche da un tribunale».

Accanto al dolore e alla tensione, Chindamo evidenzia però anche un elemento di conforto: la presenza in aula di studenti, associazioni e cittadini. Una vicinanza che non è mai venuta meno negli anni e che rappresenta un segno di impegno civile e memoria collettiva.

Nel corso della testimonianza, il fratello di Maria ripercorre anche i mesi precedenti all’omicidio, segnati da paura e tensione, e il cambiamento percepito nella sorella. «Quella tensione mi accompagna ancora tutti i giorni», confessa. È proprio questa, conclude, a impedirgli di arretrare: «Non penso di fare un passo indietro. C’è un territorio intero che affettuosamente mi incoraggia a non farlo».