La perizia di Tansi del 2014 per la Procura di Castrovillari ricostruisce le criticità di un territorio privo di manutenzione, nonostante le segnalazioni. E mostra come i rischi già noti continuino a perpetuarsi nel tempo «con gravi conseguenze per la pubblica incolumità»
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Uno degli allegati alla perizia tecnica che nel dicembre 2014 il geologo Carlo Tansi redige per la Procura di Castrovillari è la “Carta di sintesi del tratto terminale del fiume Crati”. Vi compaiono delle aree delimitate in rosso. Tre, per la precisione. Una lungo tutto il corso d’acqua, le altre sono i Laghi di Sibari e contrada Lattughelle. Quel tratto vermiglio indica il vincolo Pai, quello con cui il Piano stralcio per l’assetto idrogeologico disciplina gli interventi di trasformazione del territorio in base al rischio. Queste aree sono classificate come R4, la categoria massima di rischio alluvione. Aree in cui, come si legge nelle Nams-Pai Calabria (le Norme di attuazione e misure di salvaguardia del Piano d’assetto idrogeologico), «esistono condizioni che determinano la possibilità di perdita di vite umane o lesioni gravi alle persone; danni gravi agli edifici e alle infrastrutture; danni gravi alle attività socio-economiche». Aree in cui sono perciò «vietate tutte le opere e attività di trasformazione dello stato dei luoghi e quelle di carattere urbanistico e edilizio» al fine di «garantire le condizioni di sicurezza idraulica».
Più di 11 anni dopo quella perizia, il dito di Carlo Tansi scorre lungo le zone colpite dall’esondazione del gennaio 2013, evento a cui il documento è riferito. Sono le stesse finite ancora una volta sott’acqua il 13 febbraio scorso.
Il fiume “sfrattato”
«Negli anni ’50 il Crati aveva due diramazioni perché a un certo punto c’era un’ansa che poi è stata tombata. Qui – spiega Tansi – hanno costruito i Laghi di Sibari». A mostrare il tratto del fiume di cui parla è una foto aerea del 1954, vent’anni prima della realizzazione dei Laghi di Sibari, avvenuta intorno alla metà degli anni ’70.
«Oltre all’assenza del porto turistico dei Laghi di Sibari, si nota un’area golenale che appariva completamente sgombra degli alberi ad alto fusto che oggi caratterizzano l’area Sic e con una presenza molto meno sensibile di agrumeti, che insistevano esclusivamente sulla sponda sinistra del Crati», si legge nella perizia.
«Non è un caso – commenta il geologo – che nei giorni scorsi c’è stata una rottura degli argini proprio dove una volta c’era il corso del fiume, è come se il Crati avesse detto: “Questo è mio e me lo riprendo”».
Solo l’ultima volta, ricorda, ci sono state dieci rotture agli argini che, come riportato nel precedente articolo, sono ormai vetusti e rappresentano un rischio costante per tutta la zona. «Si nota come – si legge nelle ultime pagine della perizia del 2014 – in meno di 13 anni, tutto il tratto territoriale del fiume Crati, a causa della fatiscenza dei suoi argini, abbia dato origine ad una serie di drammatiche esondazioni che hanno messo a rischio le migliaia di vite umane e che, solo per pura casualità, non hanno provocato vittime. Molte sono le zone in cui, in varie occasioni, interi abitati sono stati sommersi da svariati metri cubi d’acqua. Tra le aree maggiormente colpite […] si citano il Museo Archeologico di Sibari, l’area di Lattughelle, i Laghi di Sibari, le contrade Ministalla, Thurio e Permuta».
Tante segnalazioni, nessuna messa in sicurezza
Insomma, gli allarmi c’erano eccome. E sono rimasti ignorati fino a oggi. La perizia di Tansi non si limita a ricostruire ciò che accadde il 18 gennaio 2013. Scava indietro nel tempo e restituisce l’immagine di un fiume oggetto costante di osservazioni e segnalazioni, ma mai messo davvero in sicurezza. E quanto successo in seguito agli eventi meteorologici del febbraio scorso lo dimostra.
Nel documento si legge che l’area colpita dall’alluvione risultava già interessata, in epoca antecedente al 2013, da fenomeni di erosione e criticità degli argini. Non si trattava quindi di un tratto riscopertosi improvvisamente fragile, ma di un segmento di fiume che aveva già mostrato le proprie debolezze.
La perizia ricostruisce come, negli anni precedenti al 2013, fossero stati effettuati sopralluoghi e attività di vigilanza idraulica lungo il tratto terminale del Crati, da cui erano scaturite anche segnalazioni formali, rimaste però senza esito.
Si parla, per esempio, di una falla segnalata nel maggio 2012 proprio nel punto in cui, meno di un anno dopo, si verifica una rottura dell’argine. Un punto debole noto, dunque, individuato prima che la furia dell’acqua lo trasformasse in una breccia.
«Stato di totale abbandono»
Accanto alle segnalazioni, però, c’è un problema più generale: l’assenza di una manutenzione ordinaria costante. Nel documento si fa riferimento alla mancata rimozione della vegetazione presente nell’alveo e in prossimità degli argini, una condizione che nel tempo ha contribuito a ridurre la capacità del fiume di contenere le piene.
Il rischio, in quell’area, non spunta all’improvviso. Non è stato così nel 2013 e non lo è stato neanche meno di un mese fa. Quel rischio cresce giorno dopo giorno, per accumulo di inerzie e omissioni.
«L’origine dell’alluvione che il 18 gennaio 2013 ha causato il danneggiamento del Parco Archeologico della Sibaritide è riconducibile ad una serie di concause quasi esclusivamente d’origine antropica – chiarisce la perizia –. La causa preminente è lo stato di pressoché totale abbandono in cui versano sia l’alveo che gli argini della porzione terminale del fiume Crati. Tali condizioni espongono estese aree contermini agli argini del Crati ad un elevato grado di rischio da alluvione con gravi conseguenze per la pubblica incolumità».
"Consigli” ignorati
Nessun evento imprevedibile, nessuna emergenza se non quella derivata da un’ingiustificabile impreparazione. Quelle parole, mentre oggi un’intera comunità si lecca le ferite dell’ultima alluvione, non possono non inquietare. Le criticità erano note, gli allarmi non erano mancati.
E Tansi, nelle ultime pagine della sua relazione, parla chiaro: «Lo scrivente, data l’esperienza maturata nell’ambito dell’attività lavorativa che svolge abitualmente per il Consiglio Nazionale delle Ricerche nel campo della protezione idrogeologica, vuole fortemente rappresentare la necessità di avviare con urgenza azioni di messa in sicurezza del tratto terminale del Fiume Crati, che presenta le gravi situazioni di criticità esposte nel presente manoscritto. Si consiglia inoltre: di monitorare costantemente il livello del fiume Crati – mediante un reale coinvolgimento di tutti gli organismi preposti alla gestione dell’emergenza – al fine prefigurare e gestire efficacemente possibili situazioni di rischio per la pubblica incolumità delle migliaia di abitanti che popolano le contrade ricadenti nell’intorno del tratto terminale del Fiume Crati; di ordinare l’immediata rimozione di tutti gli alberi che occupano illegalmente l’area golenale del Fiume Crati in modo da ripristinare la sua officiosità idraulica e ridurre significativamente il rischio d’esondazione determinato dalla fatiscenza dei suoi argini».
(2. continua)
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Questo secondo articolo prova a raccontare ciò che si sapeva prima e che tuttavia non è bastato a cambiare le cose. Nel prossimo approfondiremo un altro aspetto decisivo: fondi, piani e interventi annunciati. E perché non hanno impedito che il Crati uscisse ancora una volta dal suo alveo.


