Aprigliano, fine Seicento. Un prete di poco più di trent’anni cammina verso il carcere vescovile di Cosenza. Non porta armi. Porta fogli. Versi in dialetto che odorano di terra e di corpo, scritti di notte nella casa dei Notari, quella frazione di Santo Stefano dove la famiglia Piro esercitava da generazioni il mestiere di mettere nero su bianco i contratti altrui.

Domenico Piro. Questo il nome anagrafico. Duonnu Pantu quello che gli restò attaccato. Nato nel 1660, morto nel 1696, sepolto nella parrocchiale del suo paese. Figlio di Ludovico, di stirpe notabile. Zii materni, Giuseppe e Ignazio Donato, pure loro sacerdoti. In tre formavano un piccolo nucleo di criticoni locali, i “gapulieri”. Pasquinate, mormorii, versi che graffiavano. Piro, però, andò oltre. Si concentrò su un registro che i contemporanei giudicarono intollerabile: l’erotismo dialettale spinto fino al limite dell’osceno, mescolato a citazioni mitologiche e a una lingua che sapeva di popolo e di studio insieme.

“La Cazzeide”, “La Cunneide”, “Lu mumuriali”, “Jisti a de Pinnu”. Titoli che probabilmente circolavano manoscritti, passavano di mano in mano, facevano ridere e scandalizzare nello stesso tempo. Non erano semplici volgarità da taverna. Contenevano una vena polemica contro l’autorità, contro l’ipocrisia di chi predicava castità e viveva di privilegi. Gennaro Sanfelice, arcivescovo di Cosenza dal 1661, non gradì. Lo fece incarcerare. Stimava l’uomo, dicono le fonti, ma non poteva tollerare quei componimenti. La censura ecclesiastica del tempo funzionava così: stimava e puniva.

Restano dubbi. Sull’identità precisa di Duonnu Pantu gli studiosi litigano da due secoli. Luigi Gallucci, medico di Aprigliano, nel 1833 fu il primo a mettere ordine nei versi e a legarli a Piro. Oscar Lucente, più tardi, alimentò altre ipotesi. La tradizione popolare, intanto, ha fatto il suo mestiere. Ha trasformato il prete in leggenda, in sinonimo di appetito carnale senza freni, in maschera da raccontare a voce bassa. Ma i documenti dicono altro. Piro visse poco. Morì a trentasei anni. Lasciò una produzione limitata, raccolta solo postuma. Niente biografie ufficiali, niente ritratti d’epoca. Solo i versi e qualche atto processuale.

Quello che emerge con chiarezza è la qualità della lingua. Il dialetto calabrese, con lui, smette di essere solo parlato da contadini e diventa strumento poetico capace di ironia, di mimesi realistica, di gioco. Contro il dolore muto e rassegnato che la letteratura ufficiale attribuiva all’anima meridionale, Piro propose il faceto, lo scherzoso, il satirico. Una scelta di campo. Non eroe della libertà di parola in senso moderno. Semplicemente un uomo di chiesa che usava le stesse armi della chiesa come la parola, la cultura, il latino mescolato al vernacolo per dire cose che il potere preferiva non sentire.

Il paradosso resta intatto. Un sacerdote che scrive di corpi mentre amministra sacramenti. Un intellettuale di provincia che sfida un arcivescovo napoletano. Un nome che sopravvive più per lo scandalo che per la filologia. Ancora oggi, quando ad Aprigliano si parla di lui, qualcuno sorride e qualcuno storce il naso. Come se quei versi, dopo quattrocento anni, continuassero a graffiare.

Ed è proprio attorno a questo graffio irriverente che il paree ha scelto di ritrovarsi, celebrando la memoria del suo poeta ribelle ieri, 21 agosto, con la seconda edizione del Festival “Duonnu Pantu e i Poeti Ribelli del ’600 Calabrese”. Tra i vicoli e le piazze si è consumato un omaggio diffuso: dall'inaugurazione in Largo Santa Domenica accompagnata da sapori insoliti come il cocktail “E=mc³” firmato da Giuseppe Salvatore Grosso Ciponte e i paletti "PantuStorti" di Panestorto curati da Monica Florio, alle arti visive, con la mostra collettiva "Carne Viva" in via Calvelli, arricchita dalla musica di Muzzupappa con Giacomo Napoletani e Giulia Rossi, e il vernissage di Frida Castelli nella Biblioteca Comunale. Una serata proseguita poi sul filo della parola e della visione attraverso i "Dialoghi Irriverenti" condotti da Luciana De Rose con Robertino Giacomantonio e Maria Rosa Vuono, e chiusa dalla conversazione tra il regista Luigi Simone Veneziano e Giulio Le Pera con la proiezione del docufilm "Il Sogno di Jacob".

La collina presilana, intanto, resta la stessa. Le case di Santo Stefano pure. I fogli di allora non ci sono più perché bruciati, nascosti, dispersi, ma il festival ha dimostrato che quel prete irregolare cammina ancora per Aprigliano, portando in tasca parole che nessuno gli aveva chiesto di scrivere.

*Documentarista