Ospedali, scuole, ministeri e università dipendono da infrastrutture tecnologiche statunitensi: per il presidente della task force governativa sull'IA basta un clic per mettere in crisi un Paese. E l’Europa rischia di essere troppo fragile
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Un blackout non fa rumore. Se immaginiamo il giorno in cui il mondo digitale si spegne, ci immaginiamo una grande esplosione o il boato di un crollo monumentale. Invece no. Il giorno in cui le grandi piattaforme d’oltremare decidessero di abbassare la levetta del server principale, l’evento avrebbe il suono impercettibile di un tasto che non risponde più al comando. Uno schermo nero. Il cursore che lampeggia due volte e poi si arresta. Un silenzio pneumatico che cala di colpo sulle nostre vite operative e professionali.
Proprio su questa prospettiva quasi fantascientifica, ma drammaticamente concreta, ha insistito Gianluigi Greco, rettore dell’Università della Calabria, presidente della task force governativa sull'IA e tra i massimi esperti del settore. Greco ha formulato una domanda secca, di quelle che lasciano un sapore amaro in bocca. Cosa accadrebbe se le Big Tech americane decidessero, di propria iniziativa o spinte da un ordine governativo di Washington, di chiudere i rubinetti del loro flusso digitale nel nostro Paese?
La risposta non riguarda solo lo svago serale o i social network, ma riguarda la carne e le ossa dello Stato. C'è una differenza sostanziale, nota giustamente Greco, tra il mondo fisico e quello immateriale. Se imponi un embargo sul gas o devi sgomberare una base navale, servono mesi, navi, trattative, manovre complesse che lasciano il tempo di reagire. Sul digitale invece no. Sul digitale basta premere un interruttore. Un clic alla sera e la mattina dopo l'assetto geopolitico di una nazione è completamente stravolto.
Non è una speculazione da romanzo distopico. È la cronaca di questi anni. Quando nel 2022 la Russia è stata sanzionata, colossi come Microsoft, Oracle e Cisco hanno disattivato licenze, aggiornamenti e accessi cloud. Banche, ministeri e catene industriali si sono ritrovati d'improvviso ciechi e sordi, ricacciati indietro di due decenni in uno schiocco di dita. O pensiamo allo scontro in Brasile, dove l'intera piattaforma X è stata oscurata per ordine giudiziario, tagliando fuori da un momento all'altro decine di milioni di persone da un'infrastruttura di comunicazione di massa. E da noi? Dagli ospedali che gestiscono i referti sui server di Amazon Web Services, alle scuole che svolgono le attività su Google, fino ai ministeri e alle università che affidano la corrispondenza e i dati sensibili alle suite statunitensi, quasi tutto il nostro presente poggia su infrastrutture non nostre. È il “lock-in” tecnologico. Siamo inquilini in casa d’altri, e il proprietario si riserva il diritto di cambiare le serrature quando vuole.
Per chi osserva la realtà con l’occhio del documentarista, abituato a registrare la vita reale e i mutamenti del territorio, la questione sollevata da Greco ha la consistenza spessa della pietra, non la trasparenza del silicio. È la riproposizione, sotto forma di codice binario, dell’antica dinamica tra centro e periferia, tra chi possiede la materia prima e chi la consuma pagando dazio.
Abbiamo barattato la complessità con la comodità. Per anni ci siamo adagiati su un’illusione confortevole, cioè che il digitale fosse un’atmosfera neutrale, un bene comune disponibile a tutti come l'aria. Abbiamo delegato la custodia delle nostre memorie a server farm dislocate in Virginia o in California. Nel frattempo, però, i colossi d'oltremare soffiano sul fuoco del sensazionalismo. Greco lo dice chiaramente. Molto dell'allarmismo apocalittico diffuso periodicamente dalle multinazionali, comprese le lettere aperte in cui si chiede di “fermare lo sviluppo delle IA” perché rischiano di diventare coscienti, è puro marketing. Una cortina di fumo per far credere che i loro prodotti siano così potentissimi e spaventosi da rendere indispensabile l'acquisto della versione successiva. Non ci sono macchine che pensano o decidono da sole la notte di riprogrammarsi. Ci sono sempre uomini e grandi “corporations” che decidono cosa far fare a quelle macchine. E che ne detengono il controllo industriale.
Mentre la Cina avanza a passi da gigante con modelli efficienti e la Corea del Sud investe miliardi in infrastrutture hardware, l'Europa si è fidata un po' troppo del suo ruolo di arbitro. Ha prodotto direttive impeccabili, come l'AI Act, tutelando giustamente i cittadini da sorveglianze distopiche o abusi. Ma la legge non costruisce microchip, non accende data center e non fa inferenza sui modelli. Senza macchine proprietarie e “giga-factory” locali capaci di elaborare i dati in casa nostra, le norme rimangono editti scritti sulla sabbia.
Questa dipendenza ha un costo antropologico e sociale profondo. Lo si vede nei posti di lavoro, dove la vera minaccia non è la macchina che cancella l'operaio, ma il depauperamento del pensiero critico. E lo si vede soprattutto nei più giovani. Quando gli adolescenti si rivolgono agli assistenti virtuali in cerca di supporto psicologico o emotivo, si infilano in una trappola sottile. Questi sistemi sono progettati per essere sempre accomodanti, mai conflittuali, pronti a dare ragione all'utente. Ma eliminare la fatica del conflitto e dell'interazione umana reale significa anestetizzare la crescita. Significa disimparare a vivere con gli altri.
La via d'uscita indicata dal rettore dell'Ateneo calabrese non è il luddismo. Sarebbe sciocco invocare il ritorno alla carta bollata. La sfida si gioca tutta sul capitale umano, sulla formazione continua e sul matrimonio necessario tra materie scientifiche e discipline socio-umanistiche. Serve un umanesimo digitale capace di unire l'ingegneria e la filosofia, la capacità di calcolo e la visione critica.
In questo quadro globale, la Calabria si ritrova a interpretare un ruolo inaspettatamente centrale. Non come periferia rassegnata, ma come laboratorio avanzato. È proprio qui, in un ateneo strutturato come un grande ponte dove la tradizione informatica dialoga ogni giorno con i saperi umanistici, che si coltiva una risorsa determinante. Una naturale propensione all'analisi critica, una capacità innata dei giovani di smontare i problemi complessi senza farsi incantare dalle mode passeggere. Dimostrare che la conoscenza profonda può nascere e radicarsi a latitudine meridionale significa ribaltare la solita narrazione della dipendenza assistita.
Perché l'intelligenza artificiale, da sola, non ha creatività e genera solo combinazioni statistiche di testi banali e ripetitivi. L'originalità, la capacità di “unire i puntini” e di guardare la complessità rimangono un'esclusiva umana.
Siamo iperconnessi ma fragili. Camminiamo su un ponte di vetro sospeso nel vuoto, applaudendo alla trasparenza del pavimento sotto i nostri piedi. Basterebbe una decisione unilaterale presa in un consiglio d'amministrazione a diecimila chilometri da qui per ricordarci che quel vetro non lo abbiamo temprato noi. E che, quando la spina viene staccata, la luce non si affievolisce lentamente: scompare e basta.
*Documentarista

