Vi abbiamo raccontato le tecnologie sviluppate dall’Ecosistema dell’Innovazione della Calabria e della Basilicata Tech4you per contribuire alla prevenzione degli incendi. Cosa accade dopo un incendio boschivo?

Il contributo dell’EI Tech4you al post-incendio parte dallo Spoke 3 coordinato dall’Università Mediterranea di Reggio Calabria con una innovativa nature-based solution.

Un team di ricercatori dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria ha trovato un modo semplice, economico ed efficace per aiutare le foreste devastate dagli incendi a tornare in vita. E la Regione Calabria lo sta già applicando.

Ogni estate, le cronache mostrano le stesse immagini: boschi in fiamme, alberi anneriti, versanti spogli. Poi le telecamere si spostano altrove, e di quei boschi non si parla più. Ma il problema, in realtà, comincia proprio nel momento in cui il fuoco è stato spento.

È in questa fase silenziosa e poco raccontata che, grazie al progetto PNRR Tech4You, l'Ecosistema dell'Innovazione della Calabria e della Basilicata finanziato per portare la ricerca universitaria a contatto diretto con il territorio, un gruppo di giovani ricercatori dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria guidati dal professor Giuseppe Bombino, ha concentrato il proprio lavoro.

Gi incendi boschivi più severi, quali sono proprio quelli di chioma, possono causare la caduta di alberi (foto sopra), sia durante l’evento, sia in tempi successivi quando, cioè, i soggetti superstiti rimasti in piedi, ormai indeboliti, schiantano al suolo durante le avversità meteoriche. I tronchi atterrati che giacciono lungo le pendici montane possono essere mobilitati verso valle a causa dei deflussi generati da eventi di precipitazione intensa. Quando ciò accade, il materiale legnoso che scivola lungo i versanti più acclivi può raggiungere il reticolo idrografico, dove può causare l’occlusione delle sezioni idriche dei canali naturali e artificiali e compromettere la funzionalità idraulica delle opere fluviali e delle infrastrutture che interagiscono con i corsi d’acqua.

La perdita degli alberi elimina il manto protettivo che rallentava le piogge e le distribuiva gradualmente nel terreno. Senza quella protezione, l'acqua cade direttamente sul suolo nudo, scorre in superficie con forza crescente, trasporta terra, sassi e sedimenti a valle. Il rischio di frane e alluvioni aumenta bruscamente. Questa concatenazione di rischi che colpisce le zone devastate da incendi permane per molto tempo: la natura avvia certamente una ricrescita, ma il ripristino di un equilibrio simile a quello originario richiede dai 50 ai 70 anni. Un tempo biologicamente necessario, ma socialmente e idrogeologicamente insostenibile.

Il professor Bombino e il suo gruppo di ricerca hanno rovesciato la prospettiva. I tronchi bruciati che giacciono sui versanti non sono un problema da risolvere, o meglio, non sono solo un problema. Possono diventare parte attiva della soluzione. L'idea è tanto semplice quanto efficace: riposizionare quei tronchi lungo le curve di livello del terreno, cioè perpendicolarmente alla direzione di scorrimento dell'acqua, senza bisogno di macchinari pesanti né di interventi costosi. Basta usare il materiale già presente sul posto, lavorando con ciò che il fuoco ha lasciato.

Disposti in questo modo, i tronchi rallentano il deflusso dell'acqua, trattengono il suolo che altrimenti scivolerebbe a valle, creano piccole zone di accumulo dove sedimenti e sostanza organica si depositano. Con il tempo, quelle stesse zone diventano ambienti favorevoli all'insediamento delle piante giovani, accelerando la rigenerazione naturale del bosco. La rapidità di attivazione dell'intervento, la disponibilità in situ del materiale e il ridotto fabbisogno di risorse esterne ne fanno una soluzione particolarmente efficace nei contesti in cui il fattore tempo rappresenta un elemento determinante.

«Il tronco bruciato cambia funzione», spiega il professor Bombino. «Passa da simbolo della perdita a infrastruttura ecologica. Ciò che appariva come uno scarto diventa una risorsa, ciò che sembrava segnare una discontinuità si trasforma in uno strumento per ristabilire connessioni e accompagnare i processi naturali di rigenerazione.»

La soluzione non è rimasta sulla carta. È stata sperimentata in un'azienda agro-forestale di Roccaforte del Greco, in provincia di Reggio Calabria, gravemente danneggiata da un incendio. I risultati hanno confermato l'efficacia dell'approccio: rispetto alle aree lasciate senza intervento, le zone in cui i tronchi erano stati riposizionati hanno mostrato un incremento della rinnovazione naturale, cioè delle piantine giovani che ricrescono spontaneamente, grazie all'azione stabilizzante del legno che ha creato condizioni microambientali più favorevoli all'insediamento della vegetazione.

Il sito sperimentale ha anche una funzione didattica ed è aperto a studiosi e studenti che vogliono osservare e studiare, con approccio multidisciplinare, le dinamiche con cui un ecosistema forestale risponde al disturbo e si riorganizza. La "bonifica" di un bosco colpito da incendio, quando possibile, è generalmente un'operazione onerosa e complessa. Il materiale legnoso schiantato da eventi estremi può essere invece facilmente impiegato per la realizzazione di semplici opere di stabilizzazione dei versanti, con notevole risparmio di costi rispetto alle dispendiose operazioni di rimozione.

Il passaggio dalla sperimentazione all'applicazione concreta è già avvenuto. Calabria Verde, l'ente strumentale della Regione Calabria che gestisce il patrimonio forestale regionale, sta testando in scala reale la misura naturalistica sviluppata dal gruppo del professor Bombino in due contesti molto diversi tra loro: alcune aree boscate percorse da incendio nell'Aspromonte jonico, nelle vicinanze di comuni montani, e la Pineta di Siano, il polmone verde della città di Catanzaro.

Che la stessa soluzione possa essere applicata sia in una foresta montana dell'Aspromonte sia in un parco urbano a ridosso del capoluogo regionale dice molto sulla sua flessibilità e accessibilità. Non richiede tecnologie sofisticate, non richiede fondi ingenti, non richiede competenze specialistiche rare. Richiede metodo, conoscenza e la volontà di guardare il bosco bruciato con occhi diversi.

Il messaggio che chi ha guidato questo progetto vuole rivolgere alla Regione Calabria, agli enti locali e territoriali e a chiunque abbia responsabilità sulla gestione del territorio: Tech4You ha prodotto, in tre anni e con risorse PNRR, con un finanziamento di 122 milioni di euro, circa 150 tra prototipi fisici, piattaforme software e impianti pilota. Sono tecnologie già validate in ambiente reale, sviluppate da università del territorio per rispondere a problemi del territorio. E sono disponibili gratuitamente.

Gratuitamente non è una parola scelta a caso. La ricerca è già stata finanziata dai fondi pubblici del PNRR. Il lavoro è fatto. Le soluzioni esistono. Ciò che manca, spesso, è il passaggio finale: che le istituzioni le riconoscano, le adottino e le portino in scala. Il caso degli incendi è emblematico: il cambiamento climatico sta moltiplicando la frequenza e la violenza degli eventi estremi su tutto il territorio calabrese, e la risposta non può essere soltanto emergenziale. Deve diventare strutturale. Tech4You ha costruito, pezzo per pezzo, gli strumenti per farlo.

L'impianto post-incendio del professor Bombino è uno di questi strumenti sviluppati nel più ampio Progetto Tech4You in seno allo Spoke 3 coordinato dall'Università Mediterranea di Reggio Calabria sotto la responsabilità scientifica della professoressa Mariateresa Russo, ma non è l'unico realizzato grazie al lavoro negli altri spoke del Progetto Tech4You: ci sono piattaforme per la previsione delle piene, sistemi di allerta precoce per l'erosione costiera, tecnologie per il monitoraggio delle frane, soluzioni per la gestione idrica in periodo di siccità. Un intero ecosistema di innovazione, costruito dalle università calabresi e lucane, che aspetta di essere messo a sistema con le politiche regionali e con gli enti che operano sul campo ogni giorno.

Il progetto Tech4You si è chiuso formalmente a giugno 2026. La conoscenza prodotta è stata consegnata al nuovo progetto, Zephyrus, finanziato nell’ambito del PN RIC 2021-2027, dal Ministero dell'Università e della Ricerca, perché possa continuare a maturare e a generare valore.

Ma l'impianto pilota di Roccaforte del Greco è già lì, tra gli alberi bruciati che lentamente tornano a essere un bosco, e i tronchi anneriti che nessuno avrebbe pensato di usare stanno già facendo il loro lavoro.