Dopo l’orrore sulla statale 106 emergono i numeri di un fenomeno radicato: tra 11mila e 12mila braccianti lavorano in condizioni di irregolarità. Il Rapporto Agromafie e Caporalato del Cnr descrive un sistema fondato su sfruttamento, minacce e infiltrazioni criminali che coinvolge intere filiere agricole
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
La morte dei quattro braccianti ad Amendolara non rappresenta un episodio isolato, ma l’emersione più brutale di una realtà che da anni attraversa le campagne calabresi. Dietro la tragedia si nasconde un sistema di sfruttamento strutturato che, secondo le stime degli studiosi, coinvolge tra gli 11mila e i 12mila lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità nel settore agricolo regionale.
A delineare il quadro sono i ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, curatori dell’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato insieme al professor Francesco Carchedi. I dati mostrano una diffusione capillare del fenomeno soprattutto nelle aree agricole della provincia di Cosenza, tra Corigliano, Rossano, Sibari, Cassano Jonio, Tarsia e Trebisacce, territori nei quali la raccolta stagionale dipende in larga parte dalla manodopera proveniente da India, Marocco e Mali.
Il lavoro “grigio”: quando il contratto non basta a garantire i diritti
L’aspetto più insidioso del fenomeno è che non coincide sempre con il lavoro nero. Una parte consistente dello sfruttamento si consuma infatti all’interno di rapporti formalmente regolari.
Gli esperti parlano di “lavoro grigio”: lavoratori assunti con contratto ma costretti a turni molto più lunghi di quelli dichiarati, pagati secondo logiche assimilabili al cottimo e con un numero di giornate registrate inferiore a quelle realmente svolte.
Dietro la facciata della legalità si nasconde così un sistema che riduce salari, contributi e tutele. Nei casi più gravi, invece, il lavoro nero si accompagna a condizioni di estrema vulnerabilità, aggravate dall’assenza di permessi di soggiorno regolari e dalla totale mancanza di alternative occupazionali.
Le nuove reti del caporalato: alleanze tra intermediari italiani e stranieri
Secondo il rapporto del Cnr, il caporalato ha progressivamente cambiato volto. Se in passato il reclutamento illegale della manodopera era riconducibile a singole figure, oggi il sistema si presenta come una rete articolata e difficilmente individuabile.
Le indagini mostrano una crescente collaborazione tra caporali stranieri e intermediari italiani, capaci di organizzare il reclutamento, il trasporto e la gestione della forza lavoro attraverso strutture sempre più sofisticate. Si tratta di reti che operano trasversalmente alle comunità di origine dei lavoratori e che riescono a garantire alle aziende una disponibilità immediata di manodopera a basso costo.
In alcuni territori del Mezzogiorno, e in particolare in Calabria, queste dinamiche si intrecciano con l’interesse storico delle organizzazioni criminali verso il comparto agricolo, settore considerato strategico sia per il controllo del territorio sia per la movimentazione di ingenti flussi economici.
La violenza come strumento di governo del lavoro
Gli studiosi evidenziano come la coercizione non rappresenti un’anomalia del sistema, ma una delle sue componenti essenziali.
Il termine stesso “caporale”, ricordano i ricercatori, richiama una struttura gerarchica fondata sull’obbedienza e sulla disciplina. In questo contesto il rapporto tra intermediario e lavoratore non assume le caratteristiche di una normale relazione professionale, ma quelle di un rapporto di potere.
La dipendenza economica, il ricatto legato alla condizione giuridica dei migranti, la paura di perdere il lavoro e l’isolamento sociale costituiscono i primi strumenti di controllo. Quando questi non bastano, entrano in gioco minacce, intimidazioni e violenze.
La tragedia di Amendolara, secondo questa lettura, rappresenta l’esito estremo di un meccanismo che continua a prosperare grazie alla vulnerabilità dei lavoratori e alla capacità delle reti di sfruttamento di adattarsi ai controlli e alle normative.
Un fenomeno che va oltre l’agricoltura
L’allarme lanciato dagli studiosi si inserisce in un quadro più ampio. Come denunciato anche dalla Cgil Calabria, le dinamiche di sfruttamento non riguardano esclusivamente le campagne ma si estendono all’edilizia, alla logistica e ad altri comparti produttivi.
La strage di Amendolara ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema del caporalato, ma i numeri mostrano che il problema affonda le radici in un sistema economico che continua a trovare convenienza nell’utilizzo di lavoro sottopagato e facilmente ricattabile.
Per gli esperti, il contrasto non può limitarsi all’azione repressiva contro i singoli caporali. Occorre intervenire sull’intera filiera produttiva, rafforzare i controlli, aumentare gli organici ispettivi e colpire i meccanismi economici che alimentano lo sfruttamento. Perché dietro ogni tragedia, avvertono, esiste una rete che continua a produrre invisibilità, paura e profitto.



