Sabato pomeriggio, ore 17. Un centro commerciale. Quello che, fino a qualche tempo fa, avrebbe richiesto pazienza persino per trovare un posto auto, oggi appare stranamente vuoto. Le file ordinate delle automobili hanno lasciato spazio a parcheggi disponibili, quasi ostentati nella loro desolazione. Dentro i negozi, persino le vetrine costruite per sedurre lo sguardo sembrano parlare nel vuoto: cartelli con sconti fino al 70 per cento, promozioni, saldi, occasioni. Eppure poca gente entra. Ancora meno compra. Sono rimasto dalle 17 alle 19 all'interno del centro commerciale e, l'immagine che ne è emersa, è a dir poco spettrale. 

A raccontare questa fotografia dell'Italia basta un dato che ha ormai assunto il valore di una soglia: in alcuni distributori la benzina ha raggiunto anche i 2,40 euro al litro. La media nazionale self, secondo l’Osservatorio prezzi del MIMIT, era invece di 2,064 euro al litro il 2 ottobre, con il gasolio a 2,261. Una differenza che dice già molto: l’emergenza non si manifesta attraverso un solo prezzo nazionale, bensì attraverso una forbice sempre più ampia tra territori, distributori e condizioni di acquisto.

Il punto, tuttavia, non sta soltanto nel costo di un pieno. Il carburante rappresenta il primo anello di una catena economica che attraversa la logistica, il trasporto delle merci, l’agricoltura, la produzione industriale, il commercio, i servizi e, alla fine, il bilancio familiare. Quando cresce il costo dell’energia, ogni settore produttivo riceve una spinta verso l’alto sui propri costi. Quando contemporaneamente diminuisce la capacità di spesa delle famiglie, l’impresa si trova stretta tra due pressioni: produrre costa di più e vendere diventa più difficile.

I numeri dell’Istat restituiscono già una fotografia severa. A settembre l’inflazione ha raggiunto il 4,2% su base annua, dopo il 3,3% di agosto. L’accelerazione deriva soprattutto dagli energetici: i prezzi degli energetici regolamentati sono cresciuti del 25,9% su base annua, quelli degli energetici non regolamentati del 22,2%. Anche gli alimentari non lavorati hanno accelerato, arrivando al +5,5%. Nel frattempo, nel trimestre giugno-agosto, le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,5% in volume. Ad agosto, rispetto allo stesso mese del 2025, il valore delle vendite è cresciuto dello 0,5%, mentre i volumi sono arretrati dell’1%. Significa che una parte dell’aumento monetario delle vendite incorpora prezzi più elevati, mentre la quantità effettivamente acquistata si contrae.

Ed eccolo, il paradosso che dovrebbe inquietare ogni osservatore dell’economia reale: le statistiche possono ancora mostrare qualche incremento nominale, mentre la vita quotidiana racconta una diversa grammatica del consumo. Si spende diversamente. Si rinvia. Si seleziona. Si rinuncia. Si entra in un negozio, si osserva un prodotto, si guarda il prezzo e si rimette tutto a posto.

Sabato pomeriggio l’ho visto con i miei occhi.

Ho parlato con due commessi, che chiamerò Alessandra e Gabriele, tutelando i loro luoghi di lavoro. Le loro parole, riportate in forma ricostruita, hanno la semplicità delle testimonianze che non hanno bisogno di enfasi.

Alessandra mi racconta la paura che il contratto possa non essere rinnovato. Da circa due settimane, secondo la sua percezione quotidiana del punto vendita, il lavoro si sarebbe praticamente dimezzato. Pochissime persone nei negozi, pochissimi acquisti, molto tempo trascorso ad aspettare clienti che tardano ad arrivare. Gabriele guarda invece alla questione da un’altra prospettiva: teme che questa contrazione possa protrarsi abbastanza a lungo da costringere le attività commerciali a ridurre il personale, le ore lavorate, gli ordini e infine gli stessi punti vendita.

Sono paure individuali, certo. Ma dentro quelle paure si legge qualcosa di collettivo.

Un contratto che rischia il mancato rinnovo rappresenta una famiglia che rinuncia a un progetto. Un negozio che vende meno riduce gli ordini. Un fornitore riceve meno commesse. Un trasportatore percorre meno chilometri. Un’impresa investe meno. Una famiglia rimanda l’acquisto di un’automobile, di un elettrodomestico, di un capo d’abbigliamento. Il circuito economico si restringe progressivamente.

La crisi, dunque, non arriva soltanto quando chiude una fabbrica. Arriva molto prima, quando le persone cominciano a trattenere il portafoglio in tasca.

Ed è precisamente questo il fenomeno che merita attenzione.

L’Italia attraversa una fase nella quale l’energia sta tornando a mordere il potere d’acquisto e la fiducia. A settembre l’indice Istat della fiducia dei consumatori è sceso da 94,5 a 91,2; quello delle imprese è passato da 97,0 a 95,9. Nel commercio al dettaglio l’indice è arretrato da 106,5 a 104,5. Sono indicatori che non autorizzano diagnosi apocalittiche sull’intero sistema economico, però descrivono un deterioramento della fiducia proprio nel momento in cui il costo dell’energia torna a incidere pesantemente sui bilanci.

La storia italiana insegna quanto le crisi possano assumere forme differenti.

Gli anni Settanta portarono nel cuore dell’Occidente lo shock petrolifero, l’inflazione e una trasformazione profonda del rapporto tra energia e sviluppo. La crisi valutaria e finanziaria del 1992 mise sotto pressione la lira e la finanza pubblica, mentre gli anni Novanta furono segnati da una lunga stagione di aggiustamenti economici. 

Poi arrivò il 2008, con la crisi finanziaria internazionale, la recessione e la caduta della domanda. Nel 2011-2012 la crisi del debito sovrano riaprì una ferita ancora più profonda: nel 2012 il PIL italiano diminuì del 2,5% in volume, gli investimenti fissi lordi dell’8,3% e i consumi finali nazionali del 3,8%; il potere d’acquisto delle famiglie diminuì del 4,7%.

La crisi del 2008-2009, del resto, aveva già prodotto numeri drammatici: nel 2009 la spesa media mensile delle famiglie diminuì dell’1,7% in termini nominali e la spesa reale per consumi subì una contrazione significativa. L’Istat rilevò inoltre una caduta del 3% nella spesa per l’acquisto di beni in termini reali, con riduzioni particolarmente pesanti per beni semidurevoli e durevoli.

Poi arrivò il 2020, una frattura di natura completamente diversa. Il PIL crollò del 9% e la spesa media mensile delle famiglie precipitò del 9%. Quella fu una devastazione economica determinata da un evento eccezionale e dalle restrizioni necessarie per fronteggiare la pandemia.

Oggi, il quadro statistico non presenta quelle stesse dimensioni recessive. Ed è proprio questa circostanza a rendere più interessante la crisi che stiamo osservando.

La sensazione di impoverimento può precedere il collasso degli indicatori macroeconomici.

Quando una famiglia comincia a percepire come proibitivo il costo della mobilità, modifica le proprie abitudini. Quando l’autotrasportatore vede il carburante divorare una parte crescente dei propri margini, ricalcola le tariffe. Quando il commerciante registra scaffali pieni e clienti assenti, rinvia gli ordini. Quando il lavoratore precario teme il mancato rinnovo, comincia a spendere meno. La crisi si propaga attraverso comportamenti individuali apparentemente insignificanti, fino a trasformarsi in un fenomeno collettivo.

Per questo sarebbe un errore ridurre tutto alla fotografia del PIL.

L’economia reale possiede una propria metrica: il parcheggio che improvvisamente si trova senza difficoltà; il centro commerciale che un sabato pomeriggio appare semivuoto; il negozio che offre il 70 per cento di sconto e non riesce comunque a riempirsi; il commesso che guarda alla scadenza del proprio contratto con inquietudine; l’imprenditore che apre il bilancio e scopre che ogni voce di costo è diventata più pesante.

Sono immagini che le statistiche devono ancora metabolizzare.

Il dato più inquietante, forse, riguarda proprio la distanza tra la percezione delle persone e il linguaggio delle grandi aggregazioni economiche. La politica può decantare ciò che preferisce. Il governo può, legittimamente festeggiare il dato d'essere il governo più longevo della Repubblica italiana, tuttavia la realtà è un'altra. La realtà è il sabato pomeriggio in un centro commerciale qualunque. 

Bisogna riconoscere una condizione di allarme economico e sociale che potrebbe aggravarsi se il costo dell’energia restasse elevato e la domanda interna continuasse a indebolirsi.

L’Italia del dopoguerra ha attraversato ricostruzione, inflazione, shock petroliferi, crisi valutarie, recessioni, crisi finanziarie, austerità, crisi del debito e pandemia. Ogni epoca ha avuto il proprio lessico della paura. Quella contemporanea sembra averne uno particolarmente insidioso: il rincaro quotidiano.

Perché il rincaro quotidiano entra in automobile. Entra nel furgone dell’artigiano. Entra nel camion che trasporta le merci. Entra nel trattore dell’agricoltore. Entra nel prezzo della spesa. Entra nei bilanci delle imprese. Entra nello stipendio prima ancora che lo stipendio venga percepito.

E soprattutto entra nella psicologia del consumo.

Anch’io sabato ero andato in quel centro commerciale con l’intenzione di acquistare qualcosa. Poi ho osservato quel parcheggio insolitamente libero e quei negozi quasi deserti. La voglia di comprare si è progressivamente dissolta.

Forse la fotografia più sincera dell’Italia di oggi sta proprio qui: 

La crisi è diventata una condizione del vivere. E davanti a un’Italia che comincia persino a misurare la propria libertà di movimento attraverso il prezzo di un litro di benzina, il problema non consiste più soltanto nel costo del carburante.

Il problema è quanto carburante rimanga ancora nel motore di un Paese che continua a chiedere ai propri cittadini di correre, mentre ogni giorno rende più costoso persino il viaggio.