Il bilancio dell’esperienza al Premio Caccuri tra cultura e incontri: «Dopo qualche giorno sapevo indicare strade e piazze. Quel luogo non era più soltanto il posto in cui lavoravo: era diventato casa»
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Ci sono luoghi che attraversi per lavoro e luoghi che, senza accorgertene, finiscono per attraversare te. Caccuri, per me, è stato questo.
Devo ringraziare l’editore Domenico Maduli e il Direttore Franco Laratta, per avermi dato il privilegio di raccontare per diversi giorni, attraverso il network LaC, i sentimenti, prima ancora che gli accadimenti, della quindicesima edizione del Premio Letterario Caccuri. Ho avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con grandi protagonisti del nostro tempo.
Ma se dovessi portare con me una cosa sola da questa esperienza, non sarebbero i nomi, per quanto importanti. Sarebbe l’umanità.
Perché a Caccuri ho incontrato, insieme ai colleghi tecnici e registi Franco Gariano e Andrea Laratta, uomini e donne capaci di raccontare il mondo - certo - ma anche di raccontare sé stessi: le proprie fragilità, le proprie idee, le proprie speranze. E forse è proprio questo il senso più profondo di un premio come il Caccuri: mettere insieme la cultura e le persone, i grandi temi e le piccole storie, ciò che accade nel mondo e ciò che accade dentro ciascuno di noi.
C’è una cosa apparentemente piccolissima che, più di tante altre, mi ha fatto capire quanto Caccuri sia entrata dentro di me.
A un certo punto, alcune persone hanno iniziato a fermarmi per chiedermi indicazioni stradali.
E io sapevo rispondere.
Sapevo indicare una strada, una piazza, un luogo.
Sapevo dove andare.
Può sembrare una banalità. Non lo è.
Perché significa che, dopo qualche giorno, quel borgo non era più soltanto il luogo in cui ero arrivato per lavorare. Era diventato un luogo che conoscevo.
Un luogo che sentivo mio. In qualche modo, era diventato casa.
Per questo oggi sento soprattutto di dire grazie.
Grazie all’Accademia dei Caccuriani (Adolfo Barone, Olimpo Talarico, Cataldo Calabretta…), per credere da quindici anni nella forza della cultura e nell’idea, tutt’altro che scontata, che anche da un piccolo borgo si possa parlare al Paese.
Grazie al network LaC, per avermi dato la possibilità di compiere questo viaggio.
E grazie a Caccuri.
Perché mi ha insegnato qualcosa che forse conoscevo già, ma che ho visto personalmente diventare realtà: un piccolo borgo non è una misura dei sogni. Essere piccoli geograficamente non significa pensare in piccolo. Non significa avere meno ambizioni. Non significa essere condannati all’isolamento.
Anzi.
Il Premio Caccuri lo dimostra.
Forse è questa la lezione più bella che porto via con me: i sogni non hanno bisogno di certezze e neppure di comodità. Necessitano soltanto di persone che ci credano più di quanto possa fare la paura.

