Tutto parte da Tropea, estate 1982. Il sindaco Giuseppe Maria Romano firma un’ordinanza sul topless destinata a restare nella memoria collettiva per una distinzione oggi improponibile: il seno nudo poteva essere tollerato solo se “meritevole” di essere mostrato. Una formula che fece il giro della stampa nazionale e internazionale, trasformando un provvedimento comunale in un caso di costume. Nel senso pieno del termine: «Si sollevò un gran polverone – ha dichiarato Romano in un’intervista del 2019 –, le femministe si indignarono, anche il “Club dei brutti” di Pesaro mi attaccò, tanto che alla fine decidemmo di sospendere l’ordinanza, ma non ci fu mai un atto formale in questa direzione».

Da allora, in Calabria, l’ordinanza curiosa è diventata quasi un genere amministrativo. Non sempre folclore, non sempre boutade: spesso un modo rapido, a volte teatrale, per imporre regole o accendere i riflettori su un problema.

Tropea è tornata sul tema anche molti anni dopo, ma con toni meno pittoreschi. Nel 2019 il sindaco Giovanni Macrì ha vietato di circolare nel centro cittadino a torso nudo, in costume da bagno o scalzi. Spiaggia e centro storico, secondo il Comune, devono restare mondi separati. La linea è stata ripresa anche nel 2021, con sanzioni da 125 a 500 euro.

Sul decoro si sono mosse anche altre località turistiche. A Diamante, nel 2019, Ernesto Magorno ha vietato costume, torso nudo e piedi scalzi nelle aree più frequentate, aggiungendo una stretta su schiamazzi, musica fuori orario, “shottini” a un euro e consumo di alcol in vetro. A Praia a Mare e Scalea, nel 2022, sono arrivati provvedimenti simili contro costumi, bivacchi e comportamenti ritenuti incompatibili con il decoro urbano.

Poi ci sono le ordinanze-paradosso. A Sellia, nel 2015, il sindaco Davide Zicchinella firmò il famoso “divieto di morire”, una provocazione per spingere i cittadini alla prevenzione sanitaria in un borgo alle prese con lo spopolamento. A Belcastro, nel 2025, Antonio Torchia ha rilanciato con il “vietato ammalarsi”, denuncia della carenza di assistenza medica e della distanza dai presidi sanitari.

Il filo comune è chiaro: nei centri turistici l’ordinanza prova a contenere l’estate quando deborda tra vicoli, piazze e locali; nei borghi interni diventa megafono politico contro servizi che arretrano. Tropea resta il caso più simbolico: dal topless “selettivo” ai costumi vietati in centro, la Calabria dimostra che a volte un’ordinanza non regola soltanto un comportamento. Lo racconta, lo amplifica e lo trasforma in notizia (e in pubblicità internazionale gratuita).