In questi mesi i telegiornali parlano di guerre, attacchi, sanzioni, crisi del gas e del petrolio. Ma chi vive in Calabria, con stipendi bassi, contratti precari e bollette impossibili, sente davvero sua questa “grande politica estera” o la percepisce solo come rumore di fondo mentre cerca di arrivare a fine mese?

L’Europa in fiamme, la cucina spenta

Quando scoppia una crisi internazionale, la prima cosa che cambia non è la mappa del mondo, ma il prezzo della luce e del carburante. Le tensioni che attraversano Ucraina, Medio Oriente, Venezuela e le aree chiave per petrolio e gas si trasformano in aumenti sulle bollette e alla pompa di benzina, con effetti immediati sui bilanci delle famiglie.

In una regione come la Calabria, dove spesso un solo stipendio “balla” tra 800 e 1.200 euro, ogni rincaro dell’energia significa scegliere cosa tagliare: la spesa, le visite mediche private, i libri dei figli, persino il riscaldamento d’inverno o il condizionatore d’estate. E allora la geopolitica smette di essere un talk show e diventa il motivo per cui il forno resta spento e l’auto si mette in moto solo quando è strettamente necessario.

Calabria, periferia d’Europa che paga il conto

I numeri dicono che la Calabria è stabilmente tra le aree più povere dell’Unione europea, con una quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale fra le più alte del continente. Il PIL pro capite resta il più basso d’Italia, mentre disoccupazione, emigrazione e lavoro povero continuano a scavare il solco tra il Sud e le regioni più ricche.

Questo significa che quando arriva un’onda d’urto globale - una guerra, una crisi energetica, una fiammata dell’inflazione - la Calabria non ha cuscinetti: niente risparmi robusti, niente mercato del lavoro dinamico, poche reti di protezione reale oltre alla famiglia. Le grandi crisi internazionali, insomma, cadono su un territorio che vive già in emergenza strutturale, dove “tirare a campare” è una condizione permanente, non un’eccezione.

Dal telegiornale al portafoglio

Quando l’inviato in TV parla di tensioni sui mercati energetici, in una casa calabrese spesso questo significa solo una cosa: nuova stangata in arrivo in bolletta. Aumentano i costi per tenere aperto il bar, il laboratorio artigiano, il piccolo negozio di paese; aumentano le spese per illuminare un magazzino o far funzionare un frigorifero, e ogni mese il margine si assottiglia.

Per molte famiglie il passaggio è diretto: meno soldi da spendere nei negozi sotto casa, meno cene fuori, meno servizi acquistati sul territorio. E così la crisi internazionale diventa crisi locale: chi è già fragile si ritrova ancora più esposto, mentre la sensazione diffusa è quella di essere doppiamente puniti, prima dalla povertà strutturale e poi dagli shock globali che arrivano dall’estero.

La distanza tra Palazzo e pianerottolo

Nei palazzi della politica si discute di “strategia atlantica”, di “interessi nazionali”, di “posizionamento dell’Italia nello scacchiere internazionale”. Sul pianerottolo di un condominio calabrese, invece, si parla di affitti, mutui, ticket sanitari, turni massacranti, concorsi che non arrivano mai e figli costretti a emigrare.

Questa distanza alimenta sfiducia e rabbia: chi vive con 600-700 euro di pensione o con un contratto a termine sente che i grandi discorsi sulle missioni militari nel mondo hanno poco a che vedere con la sua vita reale. Eppure quelle scelte, quelle alleanze, quelle guerre, finiscono lo stesso sul tavolo della cucina, nascoste nelle bollette, nel carrello della spesa, nei tagli ai servizi.