Frank Albanese, considerato referente del clan Commisso negli Usa, evoca bombe contro la polizia a Siderno e contro i federali americani che cercano di reclutare informatori nella sua famiglia. Ecco le intercettazioni shock
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Albany, Stati Uniti. Una conversazione intercettata rivela un mondo in cui il disprezzo per la legge diventa un manifesto: sembra un delirio ideologico più che una chiacchierata tra familiari. «Una bomba gliela dovevano mettere», dice Frank Albanese passando davanti al commissariato della Polizia di Stato di Siderno. Poco dopo, il bersaglio si sposta oltreoceano. Lo zio che discute con lui rincara la dose evocando Osama bin Laden, rimpiangendo che non abbia colpito la sede dell’Federal Bureau of Investigation di Albany: «Doveva venire qui, a Broadway, e metterla nell’edificio dell’FBI». Albanese non frena, anzi distingue: negli Stati Uniti, dice, la pressione investigativa è minore. In Italia no. «Questi rompono i c...».
È in questo disprezzo esplicito per lo Stato, italiano e americano, che gli investigatori leggono la cifra mafiosa dell’uomo indicato come il referente della ’ndrangheta ad Albany.
Dalle intercettazioni emerge un mondo capovolto, dove la legalità è un fastidio e l’azione criminale può prosperare solo grazie a “piccole accortezze”. Albany, spiegano, è un luogo più sicuro dell’Italia per gli affari della famiglia. Lì la polizia “non infastidisce le persone”, almeno fino a quando qualcuno non riceve una chiamata dall’alto: allora bisogna obbedire. La vera paura resta quella della magistratura italiana.
Ed è proprio l’attenzione degli americani a incrinare questa apparente tranquillità. A raccontarlo è la moglie. L’FBI avrebbe tentato di reclutare uno dei suoi fratelli come informatore, chiedendogli notizie su Frank e sul figlio Alessandro. Il fratello non collabora, però firma un documento di riservatezza. È un dettaglio pesante: significa che anche la polizia federale statunitense considera Albanese e la sua famiglia un obiettivo investigativo di primo piano.
Da quel momento, nelle conversazioni emerge la consapevolezza di essere osservati. Non è un caso isolato, ma l’ennesima conferma di un profilo criminale costruito negli anni su due sponde dell’Atlantico. Secondo gli inquirenti, Frank Albanese è il punto di riferimento della ’ndrangheta ad Albany ed è pienamente inserito nel locale di Siderno, in strettissimo rapporto con i vertici della cosca Commisso. Sarebbe lui a proporre affiliazioni di calabresi emigrati in Nord America, a gestire i contatti con Toronto, a conoscere e commentare le epurazioni interne decise dai vertici. Sarebbe sempre lui il terminale per organizzare raccolte di denaro negli Stati Uniti e in Canada per sostenere le spese legali degli affiliati, secondo le regole della mutua assistenza mafiosa.
Albanese rivendica un ruolo apicale: coordina, raccoglie fondi, mantiene i legami con la “casa madre” calabrese, tanto da ritenere necessaria una presenza costante sua o dei figli a Siderno. Si dice pronto a rientrare in Calabria per fare da consigliere ai vertici del locale. Rivendica un ruolo nella faida di Siderno, partecipa a mediazioni delicate tra famiglie, mantiene contatti con cosche delocalizzate in Nord America. Arriva persino a chiedere ai suoi familiari di vendicarlo, se dovesse essere ucciso negli Stati Uniti.
Nel suo racconto compaiono incontri mancati e annunciati, come quello con Matteo Messina Denaro, evocato senza dettagli ma con la naturalezza di chi dà per scontata l’esistenza di reti di protezione e fiancheggiamento di altissimo livello. Albanese, secondo gli atti, si muove tra Stati Uniti, Canada e Calabria contando su una rete di appoggi pronta a offrirgli rifugio, anche nel Connecticut. I viaggi in Italia avvengono in momenti imprevedibili, funzionali a incontri associativi e al mantenimento dei rapporti tra Siderno e le sue proiezioni estere.
Per gli investigatori il suo è il profilo di un uomo che conosce le regole della latitanza, che può contare su una rete internazionale e che, messo alle strette, potrebbe scomparire. Per questo, scrivono gli inquirenti, il rischio di fuga è concreto e immediato. Ed è su questa convinzione che si fonda la decisione di procedere con il suo fermo.


