Non servirà una rivoluzione. La trasformazione potrebbe avvenire lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo. Lentamente ma in pochissimi anni.

L’uomo conserverà la responsabilità formale; le macchine assumeranno una parte crescente delle decisioni operative.

Efficienza, precisione, velocità, riduzione dei costi: saranno queste le parole capaci di rendere accettabile ogni passaggio.

L’automazione, già presente nell’industria e nella logistica, entrerà sempre più nella sanità, nella scuola, nella pubblica amministrazione, nell’informazione e nelle professioni intellettuali.

Il punto decisivo non sarà soltanto che le macchine potranno fare sempre più cose al posto dell’uomo. Sarà che l’uomo potrebbe limitarsi, sempre più spesso, a confermare decisioni elaborate altrove.

Sanità: un robot per amico

Ogni paziente sarà rappresentato da un profilo digitale continuamente aggiornato: cartelle cliniche, esami, dispositivi indossabili, dati sanitari e, quando disponibili, informazioni genetiche.

I sistemi predittivi potranno individuare anomalie, stimare rischi, assegnare priorità e proporre terapie confrontando quantità di informazioni impossibili da analizzare individualmente in tempi altrettanto brevi.

Prelievi, distribuzione dei farmaci, logistica ospedaliera e molte procedure assistenziali saranno sempre più automatizzati. La robotica chirurgica potrà aumentare il proprio grado di autonomia.

Medici, infermieri e tecnici non scompariranno, ma le loro funzioni potrebbero cambiare profondamente: meno attività ripetitive e gestione dei dati, più supervisione, casi complessi e responsabilità clinica.

Il rischio sarà che la supervisione diventi una formalità.

Istruzione: addio a scuole e università?

Scuole e università saranno sempre più integrate con l’intelligenza artificiale. Ogni studente potrà avere un tutor digitale capace di adattare spiegazioni, esercizi e verifiche alle proprie prestazioni. Tutto a distanza.

Ma l’istruzione non è soltanto apprendimento. È trasmissione di cultura, valori, linguaggi e strumenti per comprendere la società.

Che cosa accadrà quando una macchina sarà in grado di spiegare quasi tutto, risolvere un problema, scrivere un tema, sintetizzare un libro e preparare un esame?

Il rischio non sarà soltanto imparare meno. Potrebbe cambiare il significato stesso dell’educazione.

Se la risposta è sempre disponibile, la domanda potrebbe perdere valore. Se il ragionamento viene delegato, la capacità di ragionare potrebbe indebolirsi.

Lavoro: produrre di più, occupare di meno

Contratti, fatture, pratiche, analisi e documenti saranno prodotti con un intervento umano sempre più ridotto.

Fabbriche, magazzini e porti integreranno robot mobili, visione artificiale e sistemi automatici di coordinamento. Anche le professioni intellettuali saranno investite dalla trasformazione: l’IA potrà redigere testi, preparare analisi, produrre progetti e contenuti a costi molto inferiori.

Non servirà eliminare un’intera professione per trasformarla radicalmente. Potrebbe bastare automatizzarne le mansioni più remunerative, comprimere i tempi di esecuzione e ridurre il personale necessario.

La produttività potrebbe crescere mentre alcune competenze perderanno valore economico. Nuove professioni nasceranno, ma non c’è alcuna garanzia che riescano ad assorbire chi verrà espulso dai settori tradizionali o che offrano le stesse condizioni economiche e sociali.

E se dati, robot, infrastrutture e modelli resteranno nelle mani di pochi grandi operatori, anche la ricchezza prodotta rischierà di concentrarsi nelle stesse mani.

La domanda diventerà inevitabilmente politica:

che cosa accade quando la produzione cresce senza richiedere una quantità proporzionale di lavoro umano?

Come si distribuisce la ricchezza?

Informazione: una realtà diversa per ogni cittadino

Le redazioni cambieranno profondamente.

Sistemi automatici potranno raccogliere dati, produrre testi, video, traduzioni e analisi a ritmi incompatibili con quelli del giornalismo tradizionale.

Resteranno essenziali la verifica, la ricostruzione dei fatti, l’interrogazione delle fonti, l’indagine sul campo e la responsabilità editoriale.

Ma proprio queste funzioni potrebbero essere indebolite se la pressione sui costi e sulla velocità prevalesse sulla qualità.

Il cambiamento più profondo riguarderà la distribuzione delle notizie.

Ogni lettore potrà ricevere un’edizione personalizzata, costruita sulle proprie abitudini, preferenze e reazioni.

Due cittadini della stessa città potrebbero vedere rappresentazioni profondamente diverse della medesima realtà.

L’automazione non garantirà la verità. Sistemi diversi potranno ripetere lo stesso errore, utilizzare fonti inaffidabili o confermare convinzioni preesistenti.

Il rischio non sarà soltanto la disinformazione. Sarà la costruzione di ambienti informativi chiusi, nei quali gli algoritmi selezioneranno ciò che ciascuno deve conoscere secondo criteri che potrebbero rispondere agli interessi di chi li controlla.

La libertà d’informazione dipenderà quindi dalla trasparenza dei sistemi, dall’indipendenza delle fonti e da responsabilità editoriali riconoscibili.

Case, città e anziani: la macchina come presenza quotidiana

Le abitazioni saranno sempre più governate da sistemi integrati capaci di gestire temperatura, sicurezza, consumi, acquisti e manutenzione.

I robot domestici potranno assistere persone fragili e anziane, ricordare terapie, rilevare cadute, segnalare anomalie e mantenere un contatto continuo con familiari e servizi sanitari.

In una società che invecchia rapidamente, l’assistenza robotica potrebbe diventare una necessità.

Milioni di anziani potrebbero vivere soli, con figli lontani, reti familiari indebolite e servizi pubblici sotto pressione.

I robot potranno compensare parte di questa solitudine. Parleranno, ascolteranno, ricorderanno nomi, abitudini e terapie. Accompagneranno le persone nelle attività quotidiane e segnaleranno possibili emergenze.

Per molti anziani la macchina potrebbe diventare la presenza costante che la famiglia e lo Stato non riescono più a garantire.

Ma questa soluzione porta con sé un rischio preciso: trasformare l’assistenza in sorveglianza.

I dati raccolti in casa potranno descrivere abitudini, condizioni fisiche, relazioni, spostamenti e vulnerabilità.

Chi controllerà quei dati potrà conoscere aspetti della vita privata che neppure i familiari conoscono.

Il robot potrà ridurre la solitudine, ma non sostituire il calore di una presenza umana.

Potrà prevenire una caduta, non restituire una comunità.

Potrà assistere un anziano, non guarire una società che ha lasciato i propri vecchi soli.

Anche le città integreranno sensori e piattaforme per gestire traffico, energia, rifiuti e manutenzione.

Potranno diventare più efficienti, ma anche più vulnerabili.

Un guasto, un attacco informatico o un errore di progettazione potrebbe compromettere servizi essenziali.

La dipendenza tecnologica diventerà una nuova vulnerabilità: più un sistema sarà indispensabile, più grave sarà il suo malfunzionamento.

Pubblica amministrazione: chi governerà davvero?

Comuni, regioni e governi utilizzeranno l’intelligenza artificiale per elaborare bilanci, simulare politiche pubbliche, pianificare infrastrutture e allocare risorse.

Le decisioni potranno essere sottoposte a modelli previsionali, probabilità e stime degli effetti.

Ma una simulazione non è una decisione politica.

Ogni modello incorpora ipotesi, priorità e criteri che possono favorire alcuni interessi ed escluderne altri.

Presentare una scelta politica come inevitabile conclusione tecnica significa sottrarla al dibattito pubblico.

Il potere non passerà necessariamente dalle istituzioni alle macchine.

Potrebbe passare dalle istituzioni a chi controlla le macchine, i dati e le infrastrutture dalle quali quelle istituzioni saranno sempre più dipendenti.

Non sarà un governo delle macchine.

Sarà un governo esercitato attraverso le macchine.

Ed è proprio questo a renderlo insidioso: le decisioni potrebbero continuare a essere formalmente umane, mentre le condizioni che le determinano saranno definite da sistemi tecnici difficili da comprendere e controllare.

Il nuovo ordine sociale

Nel 2035 la società potrebbe essere più efficiente, più automatizzata e più sorvegliata.

I servizi risponderanno più rapidamente. I sistemi diagnostici potranno individuare anomalie oggi difficili da riconoscere. Molte attività saranno svolte con una precisione e una velocità impensabili fino a pochi anni fa.

Ma alcune competenze potrebbero perdere valore. Il reddito potrebbe dipendere sempre più dalla proprietà del capitale tecnologico e dall’accesso alle infrastrutture.

La frattura non sarà soltanto tra ricchi e poveri.

Potrebbe separare chi progetta e governa i sistemi, chi ne controlla l’accesso e chi li utilizza senza comprenderne davvero il funzionamento.

Il dominio non richiederà un’intelligenza artificiale cosciente, dotata di volontà propria o intenzionata a ribellarsi.

Potrebbe bastare che i sistemi diventino indispensabili e che il loro controllo resti concentrato.

La dipendenza precederà la subordinazione. La delega precederà la perdita di autonomia. La comodità renderà accettabile una rinuncia dopo l’altra.

E quando ci accorgeremo di aver delegato troppo, potremmo scoprire che tornare indietro sarà economicamente, tecnicamente e politicamente difficile.

Il futuro dell’uomo

Questo scenario non è un destino inevitabile.

Dipenderà dalle regole, dalla distribuzione della ricchezza, dalla responsabilità delle imprese e dalla capacità delle istituzioni di mantenere il controllo.

Ma il problema è già qui.

L’intelligenza artificiale produce testi, elabora dati, assiste professionisti e modifica il modo in cui apprendiamo, lavoriamo e comunichiamo.

Può essere uno strumento straordinario di conoscenza. Può anche diventare il sostituto della fatica necessaria a conoscere.

La differenza dipenderà dall’uso che ne faremo e dai limiti che saremo capaci di imporle.

Questo stesso articolo ne è un esempio.

Per rivederlo e correggerne eventuali errori ho chiesto il contributo dell’intelligenza artificiale. Le ho affidato il testo perché individuasse ripetizioni, imprecisioni e passaggi da migliorare.

Il sistema ha contribuito a renderlo più fluido, lasciando intatti l’impostazione e il ragionamento. Il testo resta mio nell’intenzione, nella scelta dei temi e nella responsabilità editoriale.

Ma una macchina ha lavorato accanto a me: ha suggerito, corretto e riorganizzato. E qui si apre una questione che riguarda direttamente il futuro del lavoro intellettuale.

Questa stessa macchina potrebbe già scrivere l’intero articolo autonomamente, ricevendo soltanto le indicazioni iniziali.

Non è fantascienza. È già il presente. Il punto non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia utile. Lo è, in moltissimi ambiti.

Il punto è capire quando l’assistenza diventa dipendenza, quando la delega diventa rinuncia e quando la comodità comincia a ridurre la nostra capacità di decidere. Chi controllerà le macchine, i dati e le infrastrutture che governeranno produzione, sanità, informazione e servizi? Chi stabilirà le regole? Chi verificherà i risultati? Chi interverrà per fermare un sistema quando si comporterà in modo anomalo o prenderà decisioni pericolose?

E soprattutto: chi garantirà che l’autonomia operativa delle macchine non superi la capacità umana di comprenderle, sorvegliarle e correggerle?

I rischi legati all’autonomia dei sistemi, alla concentrazione del potere tecnologico e alla possibilità di decisioni non adeguatamente controllate dall’uomo sono già al centro del dibattito scientifico e politico.

Non occorre immaginare una macchina che si ribella per comprendere il problema. È sufficiente un sistema potentissimo, inserito in attività essenziali, il cui funzionamento diventi opaco e le cui decisioni vengano accettate senza verifiche adeguate.

La questione riguarda quindi non soltanto il futuro del lavoro.

Riguarda la sicurezza, la democrazia e la stessa autonomia dell’essere umano.

Il futuro non dipenderà esclusivamente da quanto diventerà potente l’intelligenza artificiale. Dipenderà da quanto saremo disposti a delegarle, da chi la controllerà e dalla capacità di mantenere un controllo umano reale, non soltanto formale.

Perché la tecnologia può liberare l’uomo dai lavori ripetitivi, migliorare le cure, diffondere conoscenza e aumentare la qualità della vita.

Ma può anche concentrare il potere, indebolire le competenze, restringere la libertà e rendere le persone dipendenti da sistemi che non sono più in grado di controllare.

Alla fine, dunque, la domanda non è se le macchine diventeranno più intelligenti.

La domanda è un’altra: diventeremo noi abbastanza responsabili da non consegnare loro ciò che non saremo più capaci di riprenderci?

E siamo davvero sicuri che tutto questo riguardi il 2035? E se il futuro fosse già il 2028?

P.S. L’intelligenza artificiale è ormai dappertutto. In parte in questo articolo e nella fotografia che lo accompagna. La macchina che vedete nell’immagine non è soltanto una rappresentazione del futuro: è stata creata da un’intelligenza artificiale.

È una piccola contraddizione, forse, ma anche il punto del nostro ragionamento: mentre cerchiamo di capire quanto potere potremmo consegnare alle macchine domani, stiamo già affidando loro una parte del lavoro oggi.

L’immagine è già qui. L’IA è già qui.

Forse, allora, il 2035 è molto più vicino di quanto pensiamo.