In Italia il “sì” e il “no” dividono gli elettori, ma — quando vengono cantati con sufficiente talento — riescono a mettere d’accordo milioni di ascoltatori. E chi la faranno franca? I Pooh o lo smaccante Tozzi?
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Il comitato del “no”, con sollecitudine e con una solennità liturgica, ha già preso contatti con Umberto Tozzi, mentre il comitato del “sì” ha già avviato interlocuzioni con Roby Facchinetti dei Pooh.
Non si creda, tuttavia, che la cosa sia frutto di un abbaglio organizzativo o di una confusione tra uffici elettorali e agenzie di spettacolo. Al contrario: vi è in questa curiosa convergenza tra dialettica politica e repertorio melodico un che di profondamente italiano, quasi una forma di armonizzazione spontanea tra la gravità delle istituzioni e la gentile potenza evocativa della musica leggera.
Il referendum sull’ordinamento giudiziario — materia che solitamente prospera tra codici annotati, dottrina comparata e dispute di ermeneutica costituzionale — sembra infatti essersi trasformato, con una naturalezza che rasenta il prodigio sociologico, in una sorta di raffinato duello musicale. Non già una degradazione dello spazio pubblico, bensì una sua inattesa teatralizzazione.
Sul versante del consenso riformatore si ode, dunque, il richiamo quasi cavalleresco del brano "Dimmi di sì". In questa canzone dei Pooh — modulata con la consueta eleganza melodica e con quella particolare solennità sentimentale che ha reso celebre la band — il “sì” assume la forma di un invito delicato ma fermo, di una proposta di fiducia reciproca, quasi di un patto affettivo tra chi domanda e chi è chiamato a rispondere. Trasposto nel linguaggio della politica, quel “sì” diviene metafora di un atto di fiducia verso il mutamento istituzionale: una riforma che promette di rimodulare gli equilibri della giustizia senza intaccarne la dignità. A cantarla è un esponente sostenitore del sì: Antonio Di Pietro. Sì, proprio lui. Quello di Mani pulite. Di Pietro canta: "non ti dirò che è stato subito amore, che senza te non riesco neanche a dormire". Lo fa solennemente, sapendo che non è stato subito amore con i suoi alleati sostenitori del sì, talvolta, più che amore è stato odio.
Dall’altra parte del palcoscenico civile risuona, invece, la voce più austera e drammatica di Umberto Tozzi, che nel suo celebre "Dimmi di no" ha trasformato la negazione in gesto quasi tragico, in affermazione di autonomia e di coscienza. Il “no”, lungi dall’essere mera opposizione, assume qui i contorni di un atto ponderato, quasi filosofico: la scelta di custodire con prudenza l’equilibrio esistente, temendo che ogni innovazione troppo impetuosa possa alterare l’armonia delicata tra i poteri dello Stato.
Il risultato è una scena pubblica che possiede qualcosa di lievemente surrealistico e insieme profondamente familiare. I giuristi discutono di separazione delle carriere e di responsabilità disciplinare dei magistrati con l’aria grave di chi orchestra una complessa sinfonia istituzionale.
A cantare "Dimmi di no" è il procuratore Nicola Gratteri, il quale, da grande fan di Umberto Tozzi, ne conosce l'intero repertorio. Si tratta di un'acutissima opera "musicalpoliticicologicamentologica"
Resta, tuttavia, un ultimo dettaglio — statistico e quasi ironicamente prosaico — che chiude questo piccolo melodramma referendario.
Il brano Dimmi di sì dei Pooh, pubblicato nel 1999, ha contribuito al successo dell’album Un posto felice, che ha superato le 200.000 copie vendute.
Il brano Dimmi di no di Umberto Tozzi, invece, a vivere nella memoria radiofonica e discografica dell’artista, le cui pubblicazioni hanno complessivamente superato gli 80 milioni di dischi venduti nel mondo.
Il che suggerisce, con una sottile ironia degna della tradizione nazionale, una conclusione quasi musicale:
in Italia il “sì” e il “no” dividono gli elettori, ma — quando vengono cantati con sufficiente talento — riescono a mettere d’accordo milioni di ascoltatori. E chi la faranno franca? I Pooh o lo smaccante Tozzi?

