Il contatore segna un +18%. Un numero pulito, lucido, sparato su uno schermo retroilluminato in un mattino d'estate. In redazione ci si abbraccia, o forse ci si limita a inviare un'emoticon su WhatsApp per fare prima. Poco importa. Comscore ha parlato, Prima Comunicazione ha vidimato il certificato e la sentenza è passata in giudicato: il Network LaC ce l'ha fatta, siede al tavolo dei grandi. Guarda dall'alto in basso testate che per decenni hanno fatto la storia dell'editoria italiana, nomi blasonati ricacciati qualche scalino più giù nella piramide del traffico web.

Funziona così, adesso. Non serve più consumare la suola delle scarpe lungo i marciapiedi di provincia, né attendere che i telefoni fissi della cronaca squillino a vuoto nella controra di agosto. La nuova pietra filosofale del giornalismo si misura in milioni di visitatori unici, in algoritmi addestrati a intercettare l'ansia di un click, in una spinta social che cresce del 34% in un solo mese. Un trionfo della tecnica. Una vittoria della strategia editoriale.

Eppure, a guardare da vicino questo meccanismo perfetto, viene un freddo strano.

Chiunque abbia frequentato le redazioni del Mezzogiorno conosce bene l'antico complesso di inferiorità della periferia. Per anni, la narrazione di queste terre è stata una concessione accordata dai grandi quotidiani del Nord. Spettava a loro stabilire quando la Calabria meritasse la prima pagina, di solito per un fatto di sangue, un'inchiesta sulla 'ndrangheta o l'ennesima storia di malasanità. Esistere significava essere raccontati dagli altri. Subire lo sguardo altrui, quasi sempre viziato da un paternalismo di maniera.

L'ascesa digitale del Network LaC ribalta apparentemente questo paradigma. Dice al Paese che la periferia non rincorre più nessuno, che sa usare le stesse armi della convergenza multimediale, che produce metriche capaci di fare impallidire i vecchi giganti della carta stampata. È il grande riscatto del territorio. O almeno, questo è il racconto che l'editore propone a se stesso e ai suoi lettori e telespettatori.

Ma dentro questa vittoria c'è una storia più lunga, una storia fatta di strappi e di incomprensioni vecchie di anni. C'è stata una fase in cui parlare di web nelle redazioni tradizionali suonava come un'eresia, un'intrusione fastidiosa che avrebbe contaminato la purezza della carta. Poi è toccata la stessa sorte ai social media, marchiati a lungo dallo snobismo di molti direttori come nemici giurati dell'informazione. Serviva intuire molto prima che non si trattava di minacce, ma di un ecosistema nuovo. Un luogo in cui il giornale poteva finalmente trovare una community di lettori viva, capace di partecipare alle scelte e perfino di indirizzarle.

Francesco Rende lo aveva capito quando in molti scrollavano le spalle, rivendicando la necessità di far interagire mondi apparentemente ostili. Ne abbiamo parlato proprio pochi giorni fa. Oggi, che quell'intuizione trova conferma nei dati di Prima Comunicazione, con le community social a fare da vero motore trainante per un network nato nella regione più scalcagnata d'Italia, quella tenacia prende forma. Ripaga dei sacrifici, delle incomprensioni passate e del tempo sottratto alle famiglie per inseguire un mercato allora inimmaginabile.

La verità dei fatti, tuttavia, richiede di mantenere uno sguardo vigile anche di fronte al successo. Se si osserva l'architettura di questa scalata sul lungo periodo, il paesaggio rivela le sue insidie. Per raggiungere e mantenere quelle vette di traffico non basta più raccontare il proprio cortile. Non è sufficiente l'inchiesta ostinata che scava nelle crepe del potere locale. Bisogna allargare la rete. Bisogna fondare contenitori di costume, aggregatori di notizie nazionali, portali dedicati alla Capitale, intercettare il flusso indistinto dei trend di ricerca di Google. Bisogna, in una parola, spersonalizzarsi.

La sociologia dei media ci insegna che quando una voce locale smette di parlare ai propri vicini di casa per urlare in un megafono orientato verso la folla nazionale, cambia la natura stessa della sua voce. Il giornalismo di comunità, quello che vive del legame viscerale e spesso conflittuale con il territorio, rischia di essere progressivamente affiancato da una catena di montaggio di contenuti volatili. Il lettore non è soltanto un membro della community con cui dialogare; agli occhi del mercato rischia di diventare una metrica. Un punto percentuale. Un'unità di attenzione da consegnare agli inserzionisti pubblicitari.

C'è un paradosso sottile in tutto questo. Per affrancarsi dalla marginalità, la periferia finisce per adottare acriticamente la lingua del centro. Una lingua fatta di titoli civetta, di urgenza artificiale, di frammenti di cronaca confezionati per soddisfare l'appetito degli algoritmi. Si vince la battaglia dei numeri, ma si rischia di dover combattere ogni giorno la guerra del senso.

Nessuno nega il valore dell'impresa e la bontà della visione. Gli investimenti si vedono, la tecnologia funziona, la macchina organizzativa gira a ritmi serrati. Chi lavora nel settore sa quanto sforzo serva per muovere quelle graduatorie anche di un solo punto. Ma la domanda che un lettore avveduto dovrebbe porsi non riguarda la velocità della corsa. Riguarda la direzione.

Cosa resta sul terreno quando le luci dei festeggiamenti aziendali si spengono? Resta un panorama editoriale sempre più omologato, dove un sito calabrese e un portale milanese finiscono per somigliarsi spaventosamente, spinti dalla necessità di rincorrere lo stesso identico pubblico fluttuante.

Il contatore Comscore, intanto, continua a girare. Aggiorna le posizioni, stila le nuove gerarchie del prestigio digitale. È il trionfo della misurazione pura, dove un click generato per sbaglio da un utente distratto a Milano pesa esattamente quanto la lettura meditata di un reportage sulla sanità locale.

I grandi dell'informazione sono lì, a portata di mano, pronti a essere sorpassati nella prossima rilevazione mensile. Resta solo da capire se, una volta seduti a quel tavolo, ci sarà ancora qualcosa di veramente unico da raccontare, oppure se ci si scoprirà soltanto più soli, impeccabili e uguali a tutti gli altri.

*Documentarista Unical