Un colpo secco di trinciante sul tagliere. Poi il vuoto. Al suo posto, il fischio isterico di uno smartphone fissato su un treppiede pieghevole, incastrato tra il piano di lavoro e una colata artificiale di formaggio fuso.

Non si cucina più. Si recita.

C’era un tempo in cui il cibo era un gesto solenne, quasi sacerdotale. Un codice di trasmissione culturale in cui ogni piega di una pasta fresca, ogni lenta riduzione di un fondo bruno portava dentro la fatica di generazioni, l’addomesticamento della terra, il ritmo biologico delle stagioni. Oggi resta soltanto una carnevalata a favor di camera. Un teatrino di gomito e pollice in cui l’atto del cibarsi è stato spogliato di ogni peso simbolico per essere ridotto a pura pornografia retinica.

Osservate uno qualsiasi di questi brevi video che infestano le nostre giornate. Il rituale è codificato con una precisione spaventosa nella sua stupidità. Non c’è tempo per l’attesa. Non c’è spazio per la materia nel suo stato naturale. C’è sempre un'inquadratura macro, ravvicinatissima, quasi ginecologica, che stringe sull’eccesso. La carne spremuta a forza tra le dita per farne schizzare il grasso, la crosta spezzata a favore di microfono per strappare un rumore croccante, la salsa che cola informe fino a imbrattare il banco. È la trionfale vittoria dell’ipertrofico sul gusto. Il sapore non conta. Anzi, è un intralcio. Ciò che importa è la capacità dell’ingrediente di deformarsi, di esplodere, di farsi spettacolo visivo per lo sguardo anestetizzato di chi scorre uno schermo mentre aspetta l’autobus.

Abbiamo barattato la complessità della cultura gastronomica con una manciata di aggettivi urlati da figuranti in cerca di sponsorizzazione. "Spaziale", "clamoroso", "devastante". Un lessico bellico o psichiatrico appiccicato a un panino unto. La critica gastronomica, che in passato ha avuto la dignità di un’analisi sociologica e sensoriale, è morta strangolata dagli algoritmi. Al suo posto è nata una specie antropologica del tutto nuova che è il venditore di fumo ad alta risoluzione. Personaggi che entrano nelle cucine non per capire l’origine di una materia prima o la perizia di una cottura, ma per imporre al cuoco la loro liturgia del vuoto. Se il piatto non fa "scena", se non trabocca, se non si presta a un’inquadratura d’impatto nei primi due secondi, quel piatto semplicemente non esiste.

È un massacro identitario. Un delitto culturale consumato nel silenzio compiacente di molti operatori del settore. La ristorazione si sta piegando a questa dittatura dell'immagine con una servitù sconcertante. Locali storici che per decenni hanno custodito ricette territoriali oggi stravolgono i propri menu per inseguire la viralità di TikTok. Nascono piatti pensati esclusivamente per essere fotografati. Mostri gastronomici assemblati al solo scopo di provocare il click, dove l’equilibrio dei sapori viene sacrificato sull’altare della colata di pistacchio o della cascata di formaggio fuso. Prodotti spazzatura spacciati per eccellenze locali attraverso una retorica del "tradizionale" che ha ormai perso ogni aderenza con la realtà storica dei territori.
Da osservatore di dinamiche sociali, non posso non scorgere in questa frenesia un’inquietante forma di profanazione. Il cibo è sempre stato la prima forma di linguaggio di una comunità, come mi hanno insegnato i miei studi antropologici. Attraverso ciò che mangiamo raccontiamo la nostra storia, la nostra geografia, le nostre distinzioni di classe, la nostra idea di futuro. Ridurre tutto questo a un TikTok di quindici secondi, in cui si taglia un’anguria e si sbuccia un cetriolo, significa cancellare l’uomo dietro al piatto. Scompare il contadino che ha coltivato la terra. Scompaiono le mani usurate del pescatore. Scompare persino il cuoco, ridotto a semplice comparsa sullo sfondo di un influencer che finge un’estasi da palcoscenico al primo boccone e poi da un balletto stupido.

C’è un’arroganza sottile in questo consumo bulimico. Un’avidità dello sguardo che divora la forma rifiutando la sostanza. Chi guarda questi video non vuole imparare a mangiare, né tantomeno comprendere. Vuole solo saziare per un istante la propria fame di stimoli visivi, per poi passare al video successivo in una spirale di dopamina a buon mercato. E intanto, fuori dallo schermo, la ristorazione reale si svuota di significato. Le trattorie autentiche chiudono o si snaturano, travolte dalla concorrenza spietata di locali-fotocopia nati soltanto per intercettare il turismo dei selfie.

Le file chilometriche fuori da certi locali non indicano la presenza di un cibo eccezionale. Indicano soltanto un pellegrinaggio laico verso un luogo diventato famoso per essere apparso in un telefono. È la vittoria del simulacro. La gente non fa la fila per gustare un prodotto, ma per certificare a sé stessa e ai propri follower di essere stata nel posto del momento. L’atto di mangiare si è trasformato in un’operazione di verifica burocratica di un contenuto digitale.
L’illusione è perfetta, ma il prezzo che stiamo pagando è altissimo. Abbiamo svuotato la tavola della sua sacralità, sostituendo la memoria con l'algoritmo e il rispetto per la materia con la pagliacciata dei social. Resterà ben poco quando questa bolla di grasso e byte sarà destinata inevitabilmente a scoppiare.

Forse, quando ci saremo stancati di guardare salse colare sullo schermo, torneremo finalmente a sederci a tavola in silenzio. E ricordandoci che il sapore, quello vero, non ha mai fatto rumore.

*Documentarista