Sulla statale 106, poco prima che il tramonto colorante d’indaco la costa ionica ceda al buio, c'è un semaforo alternato che sta lì dal 2018. Tre metri di asfalto sono scivolati a valle sotto gli occhi di una collina di argilla che continua a mordersi la coda. Nessuno ha più riparato quella voragine. Il semaforo scatta dal rosso al verde, indefesso, regolando il nulla. È il metronomo della Calabria. Una terra sospesa in un tempo che non procede mai verso il futuro, ma ruota ossessivamente attorno al minuto successivo al disastro.

Qui la pioggia non cade. Picchia. Arriva d'improvviso e spazza via i rilevati ferroviari, impantana le marine, gonfia torrenti stracolmi di detriti che l'estate prima erano stati trasformati in discariche a cielo aperto. Poi viene il fuoco, puntuale a luglio e ad agosto, a divorare gli alberi arsi dal libeccio. Un ciclo naturale, si potrebbe pensare. Invece è una liturgia amministrativa. Perché la frana che scende non sorprende nessuno e l’incendio che divampa ha quasi sempre un nome, un cognome e un tornaconto. È la fisiologia di una regione dove la catastrofe è diventata l’unica forma ragionevole di economia pubblica.

Prendete le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Milioni di euro calati dall'alto come manna dal cielo per sistemare i versanti fragile, riqualificare i centri storici che scivolano verso i valloni, piantare alberi dove la terra si sgretola. Dove sono finiti quei soldi? Sfogliate i faldoni dei piccoli comuni dell’interno. Troverete uffici tecnici fantasma, sbarrati da decenni, con un solo geometra precario a cui è stato chiesto di progettare infrastrutture complesse mentre risponde al telefono del protocollo. Quei fondi sono affogati nel mare dell’inadeguatezza contabile, incagliati tra piattaforme informatiche inaccessibili e bandi europei scritti in una lingua astrusa per chi deve già lottare quotidianamente con la carenza di carta nelle stampanti. Risultato: progetti presentati in fretta, scartati, rinviati. O, peggio, spezzettati in mille rivoli inutili, asfaltature elettorali da trecento metri che alla prima gattabuia idrogeologica verranno cancellate, restituendo la strada allo stato originale. Cioè al fango.

Non è un caso. È un metodo.

La manutenzione ordinaria è una condanna politica per chi gestisce la cosa pubblica. Ripulire i tombini prima dell’autunno non porta voti. Rinforzare un argine in silenzio durante una giornata di sole non fa notizia. La prevenzione lavora nel buio, ha il difetto imperdonabile di produrre un risultato trasparente: il nulla. Quando un'opera di prevenzione funziona, la vita scorre tranquilla e la gente si dimentica persino dell'assessore che l'ha deliberata. Nessuno ringrazia un sindaco perché il ponte non è crollato.

L’emergenza, invece, possiede una potenza scenica irresistibile. L'emergenza chiama le telecamere, sposta i fari dei tg nazionali sulle rovine fumarie o sulle macerie di un costone. L’emergenza mette in moto le tute gialle, i lampeggianti blu, i vertici in prefettura a favore di obiettivo. E, soprattutto, sblocca la cassa. Lo stato di calamità naturale è la bacchetta magica che polverizza con un tratto di penna il codice degli appalti, la burocrazia farraginosa, le verifiche di impatto ambientale, le gare europee. Con l’ordinanza in deroga si può chiamare la ditta dell’amico, affidare i lavori a trattativa diretta, muovere ruspe nel giro di tre ore. Il cittadino, spaventato e grato, guarda il cantiere improvvisato dal balcone e ringrazia la politica che "finalmente si muove". Si vota con la pancia piena di paura e la gratitudine per il soccorso tardivo.
È una trappola perfetta. Si spende dieci volte tanto per mettere una pezza provvisoria invece di investire uno per evitare il danno. I soldi pubblici bruciano insieme ai boschi della Sila, annegano insieme alla piana di Gioia Tauro, sfarinano insieme ai calanchi di Aliano e Pisticci appena oltre il confine.

Girando per i paesi abbarbicati sull’Aspromonte si avverte un senso di resa palpabile. I vecchi seduti sulle panchine guardano i cantieri dell'ennesima messa in sicurezza e scuotono la testa. Sanno già che quel muro di contenimento in cemento armato, gettato senza drenaggi adeguati, alla prossima gelata invernale farà da diga all'acqua dell'altopiano fino a spaccarsi in due. E allora si ripartirà da capo. Altro vertice, altra deroga, altra somma urgenza.

Si dice spesso che la Calabria sia una terra sfortunata, maledetta da una natura matrigna e ostile. È la più comoda delle bugie. La geologia non ha colpe se non quella di essere viva e instabile, come lo è sempre stata. La vera colpa risiede nel patto perverso tra un potere locale che vive di rendita catastrofica e una popolazione assuefatta alla logica del favore. Il Pnrr doveva essere l'ultima chiamata per spezzare questa catena, l'opportunità per pianificare la messa in sicurezza dei prossimi cinquant'anni. Invece si sta trasformando nell'ennesima pioggia di coriandoli finanziari destinata a sciogliersi alle prime piogge di novembre.

Il rosso del semaforo sulla 106 intanto scatta di nuovo. Un cavallo magro bruca l'erba secca a bordo strada, proprio sopra la crepaccio che continua ad allargarsi. Passa una macchina, sussulta sull'avvallamento, poi accelera e scompare nella polvere. Tutto normale. Il disastro qui non è un evento straordinario: è il paesaggio.

*Documentarista Unical