ll primo cittadino ricevuto in Campidoglio assieme ad altri 29 colleghi calabresi per parlare di turismo delle radici come leva contro lo spopolamento e la rassegnazione nelle aree interne
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Trenta sindaci calabresi a Roma, un’associazione che parla il linguaggio delle istituzioni e un’idea precisa di futuro: il turismo delle radici come leva concreta contro spopolamento e rassegnazione dei territori interni.
Con la sua prima grande uscita nazionale, a un anno dalla nascita, Aicotur ha portato in Campidoglio, al Senato e alla Camera dei deputati un messaggio chiaro: i piccoli Comuni non chiedono attenzione, ma riconoscimento per un lavoro serio, condiviso e già in atto.
Tanti i parlamentari e i consiglieri regionali di tutti gli schieramenti presenti. Da segnalare il sottosegretario al Sud Luigi Sbarra e il consigliere regionale Orlandino Greco, con delega ai rapporti con i Calabresi nel mondo.
L’esperienza amministrativa del sindaco di Cleto è fatta di radicamento territoriale, impegno costante, visione politica. In questa intervista, Armando Bossio ripercorre il significato di un riconoscimento simbolico ricevuto al Campidoglio di Roma. Ma soprattutto racconta il lavoro quotidiano fra la sua gente, “dal basso”, in un borgo meraviglioso. E poi riflette sul ruolo dei giovani amministratori in un Mezzogiorno che chiede riscatto, ma offre sempre più credibilità e uno sguardo al futuro.
Sindaco Bossio, cosa ha provato salendo sul palco del Campidoglio per ricevere un riconoscimento così importante per la sua terra?
«Ho provato, prima di tutto, un profondo senso di responsabilità. Salire su quel palco non ha significato soltanto celebrare un traguardo personale o amministrativo, ma assumere una chiamata ancora più forte verso la mia comunità e verso il ruolo che rappresento. In quel momento ho sentito tutto il peso e l’onore di portare Cleto in uno dei luoghi più alti delle istituzioni, consapevole che ogni applauso non era rivolto solo a me, ma a un’intera storia collettiva. È stata un’emozione intensa e autentica, che resta impressa e che ti accompagna anche dopo, trasformandosi in impegno quotidiano».
La sua è una storia che parte “dal basso”, fatta di lavoro e sacrifici: quanto questa esperienza personale ha influenzato il suo modo di amministrare Cleto?
«Ha inciso in modo totale. Il mio modo di amministrare nasce dalla mia storia personale e dai valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia, dai miei nonni e dai miei genitori. Ho iniziato a lavorare molto presto, a 14 anni, confrontandomi con persone più grandi di me e imparando il rispetto, il sacrificio e la dignità del lavoro. Lo sport di squadra, in particolare il calcio, mi ha insegnato il valore del gruppo, della responsabilità condivisa e la determinazione nel vincere le “partite” della vita».
Lei ha conosciuto in prima persona cosa significa lavorare e sudare.
«Diciassette anni da cameriere mi hanno permesso di stare a contatto con persone semplici e vere, che affrontano la vita con fatica ma anche con grande umanità. Gli studi in Scienze politiche hanno dato struttura e metodo a tutto questo, mentre il mio percorso politico, sempre libero e fuori dagli schemi tradizionali, mi ha insegnato a non dipendere da logiche precostituite. Ogni esperienza è diventata parte integrante di una visione amministrativa concreta, vicina alle persone e profondamente radicata nella realtà».
Spesso si pensa che i piccoli comuni abbiano poche possibilità di emergere: cosa può fare, concretamente, un sindaco di un borgo per farsi ascoltare a livello nazionale?
«Un piccolo Comune può emergere solo partendo dal basso, senza scorciatoie. Il lavoro quotidiano, la coerenza e la credibilità sono gli unici strumenti realmente efficaci. Nei primi due anni della mia amministrazione ho vissuto praticamente in Comune: non c’era tempo per le relazioni esterne, perché la priorità era rimettere ordine in un ente che ne aveva bisogno. Abbiamo razionalizzato ogni spesa, anche con scelte difficili, come spegnere i riscaldamenti per due anni. Abbiamo pulito strade, piazze e cimiteri insieme alla comunità, amministratori compresi. Non abbiamo mai percepito rimborsi, scegliendo di dare l’esempio prima di chiedere sacrifici ai cittadini. Dovevamo rendere Cleto credibile innanzitutto a noi stessi. Dopo tre anni abbiamo risanato i conti, garantito e migliorato i servizi essenziali e, soprattutto, individuato una visione chiara fondata sui punti di forza del territorio. Nel solo 2025 abbiamo registrato 7.000 visitatori paganti ai Castelli, un risultato impensabile all’inizio del mandato. Oggi veniamo ascoltati a Roma perché rappresentiamo un Comune sano, serio e con una progettualità riconosciuta».
Questo premio rappresenta un traguardo o piuttosto un punto di partenza per nuovi obiettivi politici e amministrativi?
«È senza dubbio un punto di partenza. I riconoscimenti non devono mai essere considerati un punto di arrivo, ma uno stimolo a fare di più e meglio. L’obiettivo resta sempre lo stesso: continuare a migliorare Cleto, rafforzarne l’identità e rendere ogni cittadino sempre più orgoglioso e consapevole del valore del luogo in cui vive. Il premio aumenta il senso di responsabilità e rafforza il dovere di non fermarsi».
Lei è spesso indicato come simbolo di una nuova generazione di amministratori: cosa distingue, secondo lei, i giovani sindaci di oggi rispetto al passato?
«Ogni epoca ha i suoi interpreti e il ricambio generazionale è fisiologico e necessario. I giovani sindaci di oggi hanno una frequenza diversa, più vicina ai ritmi della società contemporanea, e spesso portano con sé nuove letture, nuovi linguaggi e nuove visioni. Tuttavia, sarebbe un errore ridurre tutto a una questione anagrafica. Esistono sindaci meno giovani straordinari, capaci di interpretare il presente con grande lucidità e profondità. Alla fine, ciò che davvero fa la differenza è la capacità di credere nel proprio territorio, di ascoltarlo e di immaginarne il futuro. L’età può aiutare, ma non è mai l’elemento decisivo».
Quali sono i risultati di cui va più orgoglioso a Cleto e quali, invece, le sfide più difficili che sta affrontando come primo cittadino?
«I risultati concreti sono numerosi: abbiamo risanato un ente in difficoltà, raggiunto per quattro anni consecutivi livelli di raccolta differenziata tra i migliori d’Italia, individuato e valorizzato l’identità del Comune dei Due Castelli, aprendo i siti e inserendoli in circuiti turistici regionali e nazionali. Ma il risultato più importante, quello di cui vado davvero fiero, è aver restituito a una comunità la consapevolezza del proprio valore. Oggi i cittadini dicono “sono di Cleto” con orgoglio, con il sorriso, non più con rassegnazione. Cleto è conosciuta e riconosciuta in tutta la Calabria, ed è esattamente ciò che i miei cittadini meritano. Ma siamo solo all’inizio».
La sfida più difficile?
«È stata superare il pregiudizio iniziale verso i giovani: l’idea che senza una lunga esperienza non si possa amministrare. Dopo quattro anni abbiamo dimostrato che esistono giovani, a Cleto come in tutta la Calabria, capaci, seri e profondamente innamorati della propria terra, pronti a dedicare la propria vita al bene comune».
Che messaggio sente di lanciare ai giovani calabresi che guardano alla politica con diffidenza o disillusione?
«Il primo messaggio è distinguere la politica dai politici. La politica è uno strumento indispensabile per cambiare le cose; sono gli uomini e le donne che la interpretano a poterla rendere credibile o meno. Allontanarsi dalla politica, soprattutto nei momenti decisivi, significa lasciare spazio a chi non vuole un rapporto diretto con i cittadini. Ai giovani calabresi dico di restare, di lottare, di spendersi, di organizzarsi per questa terra. Nulla si aggiusta da solo e nessuno è obbligato a farlo al posto nostro. Le cose migliorano solo se c’è qualcuno disposto a rimboccarsi le maniche. Siamo una generazione chiamata a ricostruire e non possiamo tirarci indietro. Tante risorse vanno via; il mio desiderio è vederle tornare, lavorare in rete e contribuire a costruire una Calabria più giusta, moderna e consapevole del proprio valore».

