Il problema della Calabria non è solo politico. È strutturale, culturale, sistemico. Riguarda chi decide, chi dirige, chi orienta le scelte nei settori chiave della società: politica, sanità, informazione, economia, università, burocrazia, impresa. Ovunque si guardi, il copione è lo stesso: modelli logori che continuano a occupare spazio, bloccando il futuro.

Da anni la Calabria resta inchiodata agli ultimi posti in Europa non perché manchino risorse o talento, ma perché manca il coraggio di cambiare davvero classe dirigente. Non di affiancarla, non di ringiovanirla in superficie, ma di sostituirla là dove ha fallito.

Le nuove generazioni rappresentano una discontinuità reale. Non per l’età, ma per il modo di pensare. Hanno un cervello digitale, una visione aperta, una capacità di leggere la complessità che nasce dal confronto continuo con il mondo. Non ragionano più per recinti, ma per reti. Non per fedeltà, ma per competenze. Non per conservazione, ma per risultati.

Eppure, in Calabria, questo capitale umano viene sistematicamente respinto o tollerato solo se addomesticato. Troppo spesso i giovani vengono chiamati a legittimare decisioni prese altrove, mai a guidarle. È la stessa logica che ha prodotto una classe dirigente autoreferenziale, incapace di innovare ma abilissima nel sopravvivere.

Il nodo è qui: il potere, in Calabria, ha paura del futuro. Perché il futuro chiede trasparenza, merito, velocità, responsabilità. Tutti elementi incompatibili con i vecchi schemi, con i “tromboni” che hanno trasformato incarichi pubblici e privati in rendite personali.

Questo vale nella politica come nella sanità, dove l’innovazione è frenata da apparati chiusi. Vale nell’informazione, spesso prigioniera di relazioni e non di fatti. Vale nell’economia, dove troppe volte l’impresa è stata soffocata dalla burocrazia e dal clientelismo invece che sostenuta dal merito.

Affidare il futuro della Calabria a una nuova classe dirigente non è un atto generazionale, ma una necessità storica. Significa rompere un equilibrio che ha prodotto solo immobilismo. Significa smettere di confondere l’esperienza con l’inerzia e l’autorevolezza con l’anzianità. È un invito netto a scegliere: continuare a gestire il declino oppure aprire davvero le porte a chi ha idee, competenze e coraggio per cambiare. Il futuro non aspetta. E la Calabria non può più permettersi di arrivare sempre ultima.