A noi sarebbero bastate un po’ di lucciole in più per essere felici è molto più di una raccolta di racconti: è un viaggio nella memoria, nei legami autentici e nella bellezza delle cose semplici. Giuseppe Caruso ci accompagna tra i paesi della Calabria, le case di famiglia, i campi, i volti degli anziani, le storie degli emigranti e quei piccoli gesti quotidiani che il tempo rischia di cancellare, ma che continuano a custodire il senso più profondo della vita.

Con uno stile diretto, intenso e ricco di umanità, l’autore restituisce dignità a un mondo fatto di lavoro, solidarietà, affetti e appartenenza. Le “lucciole” del titolo diventano il simbolo di una felicità essenziale, quella che nasce dai ricordi, dalla famiglia, dall’amicizia, dalla propria terra e dalla capacità di fermarsi ad ascoltare le persone.

È un libro che parla della Calabria, ma in realtà racconta tutti noi: perché ciascuno custodisce una casa dell’infanzia, un volto amato, un profumo, un luogo o un ricordo che continua a illuminare il cammino. Un invito a rallentare, a riscoprire il valore della memoria e a comprendere che, forse, la vera ricchezza non è ciò che possediamo, ma ciò che siamo capaci di condividere. Lo abbiamo intervistato.

Il titolo del libro è molto evocativo: cosa rappresentano per lei le “lucciole” e perché sono diventate il simbolo di questa nuova opera?

Quando ero piccolo stavo con mio nonno in montagna. All'epoca non avevamo la corrente elettrica e mi ricordo che quando con mio fratello di sera osservavamo le lucciole eravamo felici. A volte le rincorrevamo, le mettevamo in un piccolo vasetto ed avevamo la nostra torcia portatile. Non avevamo più paura del buio perché a difenderci c'erano delle lucciole. Alla fine aprivamo quel barattolo ed una scia di luce ad intermittenza si alzava verso il buio della montagna. Era come vivere in una magia. Mi ricordano i tempi di quando con poco eravamo felici. Poi è arrivata l'energia elettrica, ma in montagna non c'era più mio nonno a raccontarmi le sue storie e le lucciole ormai sono quasi tutte scomparse. È bello anche come le definisce Olga Urbani nella sua prefazione, non era una luce che abbagliava, ma una luce che illuminava.

Nei suoi racconti i protagonisti sono persone semplici: contadini, anziani, madri, emigranti. Perché ha scelto di dare voce proprio a loro?

Ogni giorno parlo con molti di loro. Il mio paese lentamente sta morendo, ormai i giovani non ci sono più, cercano lavoro fuori e sento molte madri e padri rimasti soli che vorrebbero avere almeno un figlio con loro. La gente con cui parlo ricorda il mio paese e i suoi valori di tanti anni fa, i valori e i ricordi restano ma tutto il resto parte. Eppure nessuno di loro si sarebbe immaginato un futuro del genere, in una terra ricca di valori, tradizioni, storia. Si sentono ingannati dal tempo e dagli eventi, ma in tutti loro è forte la speranza che prima o poi tutto cambierà. Anche io lo vorrei, ma forse la realtà sarà diversa. E racconto le storie che ascolto da tutti loro pensando al mio paese quanto era bello. Forse non ritornerà com’era, ma a me e a molti altri piace ricordarlo così. Inoltre le persone semplici ti diranno sempre la verità e saranno sempre pronte ad aiutarti. Io ne conosco tante.

Dopo aver studiato e lavorato in città come Firenze e Berlino, diversi anni fa ha deciso di tornare in Calabria, nella sua Petilia Policastro. Cosa le ha restituito questa scelta?

Non credo agli eroi del ritorno, io alla fine il mio paese non l’ho mai lasciato. Anche quando siamo rientrati con mia moglie non abbiamo fatto nulla di speciale. A lei piace leggere e si è inventata una libreria libera copiata in tutta la Calabria e anche oltre e a me piace dipingere e scrivere ed ogni mattina racconto qualche storia. Abbiamo fatto semplicemente ciò che ci piaceva al nostro paese perché forse ne abbiamo avuto la possibilità non legati alla velocità della città. Qui tutti ci vogliono bene, i bambini mi chiamano per nome e gli anziani mi sorridono. Non ho mai lasciato alla fine il mio paese e tutti i miei compaesani ci hanno sempre aiutato. Questa è una cosa bella. Non siamo soli, ma abbiamo tanti bambini e tanti adulti che ci stimano.

Nei suoi racconti emerge spesso la nostalgia per un mondo che sembra scomparso. È solo nostalgia o crede che quei valori possano ancora indicare una strada per il futuro?

Mio nonno ogni volta che entrava in chiesa o salutava qualcuno si levava il cappello mi sono sempre chiesto come mai. Lui mi diceva “per rispetto Giuseppe, per rispetto”. Se ognuno si rispettasse di più, se nel mondo ci fosse un po’ più d’amore per gli altri sicuramente vivremmo in un mondo più felice. Magari più povero, ma senza guerre dove i bambini ancora possano liberamente giocare per strada e dove tutt’insieme invece di guardare un telefonino, ci guarderemmo negli occhi e parleremmo. Sembra una cosa normale, ma ormai non abbiamo neanche il tempo di parlare tra di noi.

La Calabria è presente in ogni pagina del libro. Quanto conta il legame con la propria terra nella sua scrittura e nel suo modo di vedere la vita?

Mio padre era un professore di filosofia, voleva diventare un musicista ma poi ha scelto di crescere la sua famiglia. Mia madre lavorava all’ASL. Ci hanno cresciuto nella semplicità più vera e mio padre fin da piccoli ci ha fatto studiare chitarra classica. Abbiamo vissuto il paese in piazza, tra le strade con gli amici dei miei genitori e i nostri amici. Sempre tutt’insieme. La famiglia e gli amici sono sacri. Al mio paese non avrai mai paura di perderti perché tutti ti stimano e ti conoscono. Alla fine la Calabria sempre tradita da tante cose ha avuto tanti valori ed è stata abitata da tanta bella gente onesta. Certo non tutti lo sono stati, ma io parlo solo delle persone che stimo. Molti di loro ormai sono morti, molti si sono trasferiti fuori e chi è rimasto ha sempre avuto un sogno nascosto, che i nostri paesi un giorno si ripopolassero di nuovo. Io sono uno di questi. Uno stupido sognatore.

Se il lettore, chiudendo il libro, dovesse portare con sé un solo messaggio, quale vorrebbe che fosse?

Non c’è povero, ricco, viaggiatore, musicista, bianco, nero migliore dell’altro. Sì è sempre gli uni accanto agli altri ed è solo così che forse salveremo il mondo. Siamo tutti uguali in questo mondo, anche in un piccolo paese come il mio dove mi hanno insegnato il rispetto per la gente e per le cose e mi hanno dato tanta educazione. Bisogna sempre essere gli uni accanto agli altri.