C’è una storia che si può leggere attraverso l’oro. È quella della famiglia Spadafora, una storia fatta di artigianato, cultura e memoria, che dal 9 al 12 ottobre approda al Tarì di Marcianise.

La Maison G.B. Spadafora sarà tra i protagonisti dell’edizione speciale di Open con 32 gioielli scelti dalla propria collezione privata: un patrimonio di 468 pezzi d’epoca, raccolti e conservati nel tempo dalla famiglia e oggi documentati nel volume Collezione ori antichi. Famiglia Spadafora, pubblicato da Rubbettino Editore.

I gioielli saranno esposti nella mostra “Il Tempo dell’Oro – L’evoluzione del gioiello italiano tra tradizione, cultura e identità dal 1800 al 2000”, curata scientificamente dalla storica dell’arte Rosa Romano, esperta di oreficeria borbonica.

Non è soltanto un’esposizione. È un viaggio nella storia dell’oreficeria italiana e meridionale attraverso forme, tecniche e lavorazioni che hanno attraversato due secoli. E soprattutto è il racconto di una famiglia che ha scelto di custodire la propria memoria trasformandola in patrimonio culturale.

I 32 gioielli selezionati per il Tarì diventano così il punto d’incontro tra passato e presente. Da una parte l’arte orafa tramandata attraverso le generazioni, dall’altra la Maison contemporanea, chiamata a reinterpretare quella tradizione guardando al futuro.

Accanto a G.B. Spadafora saranno presenti altre importanti realtà dell’oreficeria italiana, tra cui Ascione, Giannotti Diffusione, Aucella, Luise e Carmine Saggese.

Per la Maison Spadafora, dunque, il Tarì rappresenta anche un’occasione per riaffermare il valore di una tradizione meridionale che non è soltanto memoria, ma può continuare a essere identità, cultura e futuro.

L’oro cambia forma, cambiano le epoche, ma una storia familiare può continuare a brillare.

Abbiamo intervistato Monica Spadafora che con i fratelli Giancarlo e Giuseppe continuano la storia del fondatore Giovambattista.

Monica Spadafora, 468 gioielli rappresentano un patrimonio straordinario. Che cosa significa per la vostra famiglia riportarne una parte al centro della scena, oggi, al Tarì?

Significa condividere un pezzo della nostra anima e della storia del Mezzogiorno. La nostra collezione privata non è una semplice raccolta di oggetti preziosi, ma il diario di bordo di generazioni di artigiani e custodi della bellezza. Portare 32 capolavori selezionati all'interno della cornice del Centro Orafo Il Tarì – in occasione dei suoi 30 anni – è un onore e una responsabilità.

La mostra complessiva abbraccia due grandi periodi storici (dal 1800 al 1900 e dal 1900 agli anni '80), e il nostro contributo specifico copre l'arco temporale che va dal 1800 al 1930. Vedere queste opere esposte significa dimostrare come l'alto artigianato meridionale abbia radici profonde, capaci ancora oggi di dialogare con i massimi livelli dell'oreficeria italiana.

Questi gioielli raccontano due secoli di storia dell’oreficeria meridionale. Quali sono, secondo lei, gli elementi che rendono riconoscibile e unica questa tradizione?

L'oreficeria meridionale si riconosce per la sua intensità narrativa, la sacralità e la perfezione del dettaglio. C'è un legame viscerale con la cultura borbonica, con il simbolismo sacro e profano e con tecniche di lavorazione uniche, come la filigrana, lo sbalzo e il cesello, che richiedono un tempo che oggi sembra quasi perduto. Ogni pezzo non nasceva solo per ornare, ma per proteggere, tramandare un'identità e raccontare lo status e la devozione di chi lo indossava. È un'arte che trasuda calore, luce e una profonda sapienza manuale.

La collezione è stata catalogata dalla storica dell’arte Rosa Romano. Quanto è importante, per una famiglia di orafi, trasformare la propria memoria privata in un patrimonio documentato e condiviso?

È fondamentale per dare dignità scientifica e storica al nostro lavoro, ed è un processo che richiede grandi sinergie. I 32 pezzi in mostra sono stati scelti e selezionati accuratamente dalla dott.ssa Rosa Romano, che avendo già curato l’intero catalogo della collezione (Rubbettino Editore) ne conosceva ogni singola sfumatura.

Trasformare questa memoria in un patrimonio fruibile dal pubblico è stato possibile anche grazie a un virtuoso lavoro di squadra istituzionale. Abbiamo infatti avuto il fondamentale supporto della Soprintendenza di Cosenza, e in particolare desidero ringraziare l'architetto Mariangela Preta e la dott.ssa Cecilia Perri per la loro straordinaria professionalità, che ha agevolato e reso possibile lo spostamento in sicurezza della collezione. Senza questa tutela e questa sinergia, la memoria privata non potrebbe farsi patrimonio condiviso.

Al Tarì il gioiello antico dialogherà con la produzione contemporanea della Maison Spadafora. Come si può custodire la tradizione senza rimanere prigionieri del passato?

Il nostro segreto è innovare senza esagerare, camminando su quel filo sottile che unisce classico e moderno. Non bisogna mai sbilanciarsi troppo né verso l’uno né verso l’altro. Come diceva saggiamente Oscar Wilde, ad essere troppo moderni si rischia di passare presto fuori moda; ma a rimanere troppo statici, dico io, si finisce inevitabilmente per non stare al passo con i tempi.

In Casa Spadafora non replichiamo passivamente il passato, ma ne assorbiamo l'essenza per reinventarlo. Custodire la tradizione significa padroneggiare i gesti antichi per dare forma a intuizioni contemporanee. Il dialogo tra l'antico e il nuovo dimostra che la bellezza senza tempo sa evolversi senza perdere le proprie radici culturali.

In un mondo in cui il gioiello è sempre più legato alla moda e alle nuove tendenze, quale futuro immagina per l’oreficeria italiana e, in particolare, per quella meridionale?

Immagino un futuro in cui l'autenticità e l'unicità dell'alto artigianato vinceranno sulla standardizzazione. Lo posso dire con profonda cognizione di causa, avendo raccolto in prima persona la sfida di portare l’alto artigianato orafo meridionale nel cuore dell’Europa.

La moda passa velocemente, ma il gioiello che porta con sei una storia, un'identità culturale e una manifattura d'eccellenza resta per sempre. L'oreficeria meridionale ha un futuro radioso se saprà continuare a fare della propria forte identità territoriale un punto di forza globale. Il mercato internazionale cerca l'emozione e il vero saper fare italiano; noi abbiamo il dovere di continuare a esportare questa magia, dimostrando che le nostre tradizioni sanno parlare una lingua universale.