La cosa più grave di questa protesta è che c’è chi rischia di perdere tutto nell’indifferenza generale.

Da giorni agricoltori, autotrasportatori e imprenditori presidiano strade e piazze della Calabria. Protestano con fatica, sostenendo costi pesantissimi, ma senza superare il limite della protesta civile. Chiedono aiuto, attenzione, condizioni che consentano loro di continuare a lavorare. Ma da noi come nel resto del paese, c’è un silenzio più rumoroso della protesta.

Silenzio dell’opinione pubblica, silenzio dei sindacati, e ancora più grave è il silenzio della politica. Non bastano post, dichiarazioni, qualche presenza alle iniziative. Perché poi tutto finisce lì.

Ma quello che non si comprende è l’assenza dei cittadini: nei presidi ci sono solo quelli che stanno pagando sulla propria pelle il prezzo di questa crisi. Che sta mordendo di brutto tutti gli apparati produttivi, le famiglie, le fasce più deboli della società.

E c’è un’altra assenza, difficile da ignorare: quella della grande informazione nazionale. Queste proteste calabresi, pure così dure, non hanno conquistato i telegiornali, le prime pagine, tantomeno il dibattito nazionale. Nessun grande racconto capace di portare questa emergenza oltre i confini della Calabria. Come se il caro energia, il carburante a prezzi insostenibili, le imprese che rischiano di chiudere fossero soltanto un problema calabrese. Quando invece è un gravissimo tema che rischia di provocare un collasso economico e sociale.

LaC, invece, c’è. È stata sempre presente nei presidi, ha raccontato, ha dato voce a chi protesta. Non per alimentare lo scontro, ma perché riteniamo che queste siano battaglie civili e che dietro quei trattori e dietro a quei camion e quelle imprese ci sia una parte importante del futuro della nostra terra.

La protesta non riguarda soltanto loro. Se un agricoltore non riesce più a produrre, se un autotrasportatore non riesce più a viaggiare, se un’impresa è costretta a fermarsi, il conto arriva a tutti: ai dipendenti licenziati, alle famiglie, ai lavoratori, all’intera economia.

E allora la domanda è inevitabile: perché sono rimasti soli nella protesta?

Questa è una società indifferente. E l’indifferenza, davanti a persone che chiedono semplicemente di poter lavorare e vivere del proprio lavoro, è un problema serio.

Questa non è una protesta contro qualcuno. È una richiesta di ascolto. E forse sarebbe il momento che la Calabria, prima ancora della politica e dei sindacati, si accorgesse di quello che sta accadendo.

Perché oggi sono loro. Domani potrebbe toccare ad altri. E alla fine, quando saranno in difficoltà tutti, sarà troppo tardi per accorgersi che a protestare erano rimasti soltanto in pochi.